Amministrative 2012

Notizie e spunti su candidati e città al voto

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May 23

Amministrative 2012, fine dei giochi

Con i ballottaggi si sono chiuse le amministrative 2012. I risultati ci offrono una chiave di lettura ben diversa di quest’ultima tornata elettorale, diversa da come spesso si tenta di dipingere il voto, la partecipazione popolare e il rispetto (se non la devozione) verso i simboli repubblicani. Questa volta non è andata proprio così. Le classiche schermaglie della campagna elettorale declinate a mera delegittimazione dell’intera classe dirigente (e non del suo eletto più rappresentativo o del partito avverso nella dicotomia bipolare) hanno preso il sopravvento, spostando il baricentro della propaganda partitica su temi tanto locali quanto nazionali. Sarebbe fortemente sbagliato affermare che le amministrative 2012 non hanno riguardato i singoli comuni, i singoli candidati, i confronti programmatici, perché è pur sempre vero che questo è stato e resta un voto locale. E’ altrettanto chiaro però che questo stesso voto (o non voto, a seconda dei punti di vista) ha coinvolto l’intera classe dirigente nazionale, che puntualmente si è spesa per sostenere i propri candidati, e ha convogliato sul binario locale i grandi temi che scuotono la politica italiana e il rapporto con i cittadini/elettori: dal finanziamento pubblico alla legge elettorale, dalla corruzione alla crisi economica, dal disagio sociale alle nuove imposte (semi)locali come l’Imu. Tutto insieme in un unico calderone, dove è sottile, quasi invisibile, la linea di demarcazione tra Comune e Stato.

Sono un segno dei tempi che cambiano le roboanti e taglienti esternazioni di Beppe Grillo, ancora ieri impegnato ad aggredire gli avversari politici, e la strategia per la prima volta davvero difensiva del leader del primo partito italiano, Pierluigi Bersani, costretto ad invocare “la calma”, senza possibilità reali di sfornare risposte velate di superiorità e certezza. Per la prima volta l’agenda politica cambia perché dettata, imposta da un movimento che ha preso il sopravvento sui partiti tradizionali. Il ghigno e la presunta certezza del consenso popolare non sono più armi a disposizione dei leader per sbarazzarsi con malcelata arroganza di un (ex)comico. Ora anche i cittadini hanno voltato le spalle alla politica e se questa saprà rinnovarsi nei prossimi mesi sarà anche merito di un Grillo per troppo tempo sottovalutato o strumentalizzato.

Il tasso di astensionismo è sempre stato il termometro della credibilità o della disaffezione verso l’offerta politica e mai come in questo caso è la testimonianza di un indietreggiamento forte e radicale dei cittadini nei confronti dei partiti e del loro tentativo di scaricare sul civismo di bandiera il ridimensionamento della loro popolarità. Ai ballottaggi di domenica e lunedì scorsi ha votato solo il 51,38% degli aventi diritto nelle Regioni a statuto ordinario, poco più di un elettore su due. Una cifra scoraggiante che richiede cambiamenti strutturali e una risposta politica forte ed immediata. Il crollo di Pdl e Lega, l’incerta stazionarietà di Udc, Idv e Sel, la presunta riscossa del Partito Democratico che ha sì guadagnato Comuni ma non ha allargato la sua base elettorale, sono il segno di un rinnovamento necessario dell’offerta e del contenitore politico, più che di un semplice maquillage di loghi e nomi dei partiti.

La strada è segnata. Le amministrative 2012 lasciano una pesante eredità sulle spalle dei leader, costretti a cambiare radicalmente strategia. Il Popolo della Libertà, primo partito italiano dal 2008 fino a pochi mesi fa, esce con le ossa rotte da quest’ultima tornata e dovrà cercare un rilancio attraverso l’aggregazione di forze moderate in una grande federazione, piuttosto che in un mero cambiamento di facciata del nome in vista delle politiche 2013. La Lega Nord, fino a qualche mese fa alleato fedele del Pdl, cercherà linfa vitale nella nuova leadership (ormai scontata) di Roberto Maroni, nel tentativo di traghettare il partito di “Roma ladrona” al di fuori delle sabbie mobili delle inchieste giudiziarie che ne hanno minato la credibilità mettendo in discussione un importante serbatoio di voti.

L’Udc, forse il solo partito che non ha perso voti, ha già messo in cantina il progetto Terzo Polo, un’archiviazione di fatto dettata dall’insuccesso e dalla scarsa progettualità politica dei tre partiti che componevano l’alleanza; dopo anni di baldanzosi tira e molla con i due schieramenti figli del bipolarismo nato nella Seconda Repubblica Casini dovrà scegliere da che parte stare. Il sostegno acritico al Governo Monti non è più sufficiente per catalizzare il tanto ambito voto moderato.

Idv e Sel non perdono, ma di certo non possono essere etichettati come i vincitori delle amministrative: i dipietristi non riescono a raccogliere i frutti sperati (e dati per scontati) dall’opposizione parlamentare al Governo Monti, mentre Sel non incassa i dividendi della sua assenza da Camera e Senato insieme al forte e deciso contrasto alle politiche dell’esecutivo tecnico. Anche il Partito Democratico, come già documentato, non può ergersi a vincitore della contesa elettorale, visto che i voti incassati non certificano un’incremento del consenso ma si limitano ad evidenziare la debolezza di un avversario attualmente fuori gioco.

Qualcosa dovrà cambiare nei prossimi mesi perché le elezioni amministrative hanno come previsto cambiato lo scenario politico e posto fine al fumoso bipolarismo che per anni ha contraddistinto la politica italiana, portandola qualche anno fa ad immaginare addirittura un bipartitismo puro. Non è andata così. I (pochi) voti evidenziano disaffezione, dispersione, necessità di nuovi riferimenti politici. Su questo campo comincia una nuova partita che si trascinerà nei prossimi mesi tra promesse, slogan e qualche novità. In attesa che qualche tecnico “scenda in campo”, che Montezemolo e la sua Italia Futura decidano di entrare nell’agone politico e che i partiti in Parlamento scelgano il futuro assetto della legge elettorale in nome della tanto sbandierata governabilità. Grillo intanto continuerà a fare il suo gioco, provocando e proponendo quella ventata di novità derivante da volti nuovi e freschi, quegli stessi volti che hanno convinto gli elettori di Parma e che sulla scia del recente successo collocano il Movimento 5 Stelle oltre il 15%. Il secondo partito italiano secondo qualche sondaggista. Con la differenza che da lunedì i grillini amministrano quattro città e saranno giudicati sulla base delle scelte e dei risultati. I comizi straripanti di Grillo che hanno invaso le piazze italiane per mesi non saranno più sufficienti per giustificare scomode decisioni politiche.

Una nuova partita è appena cominciata.          


May 22

Ballottaggi - Pdl e Lega crollano, Terzo Polo svanito, boom di Grillo

Su 26 Comuni capoluogo il Popolo della Libertà ne ha vinti 6 (Lecce, Frosinone, Trapani, Trani, Gorizia e Catanzaro), la Lega Nord 1 (Verona), l’Udc 2 (Cuneo e Agrigento), il Movimento 5 Stelle 1 (Parma). Analizzando i dati elettorali appare netta e schiacciante la sconfitta dei due partiti che hanno governato il paese dal 2008 al 2011, Pdl e Lega.

Il Pdl in particolare arretra in tutto il territorio nazionale (eccezion fatta per Lecce, dove il Sindaco è stato scelto con le primarie, e Catanzaro) con una contrazione a doppia cifra solo in parte giustificabile con l’astensionismo e il travaso di voti su liste civiche collegate. Il blocco Pdl - civiche non ha infatti riscosso alcun successo e non è riuscito a tamponare un’emorragia di voti che alla vigilia sembrava già inevitabile. Cosa è successo? Sicuramente ha giocato un ruolo essenziale la separazione dalla Lega Nord e la fine di un’alleanza decennale che aveva permesso alla coalizione di centrodestra di imporsi in tutte le realtà settentrionali. Il quadro politico locale che emerge da questa tornata amministrativa vede un netto ribaltamento a favore del centrosinistra. Difficile sostenere che tutti i Sindaci uscenti di Pdl e Lega avessero governato male negli ultimi anni. Fondamentale è stata la fine dell’alleanza, la successiva dispersione del voto e in parte l’ingloriosa fine del Governo Berlusconi lo scorso novembre. La miscela di tutti questi fattori ha prodotto un risultato devastante e senza precedenti per il centrodestra italiano.

La Lega Nord ha perso ieri i sette ballottaggi nel lombardo veneto dove era riuscita a superare il primo turno. All’attivo per il Carroccio resta solo il fenomeno Tosi e un Comune di Verona amministrato in modo ben diverso dal populismo di facciata spesso praticato dai leghisti su scala nazionale. Gli scandali giudiziari hanno fatto il resto, riportando la Lega ai livelli del 2007. Parlare di un movimento agli sgoccioli è però profondamente sbagliato, visto che lo zoccolo duro dell’elettorato “padano” resiste: molto dipenderà dagli imminenti congressi regionali e dal successivo congresso federale che potrebbero consacrare la leadership di Maroni e traghettare il partito al di fuori delle sabbie mobili attuali. Il grande problema della Lega sarà riconquistare la fiducia di tutti quegli elettori che negli ultimi anni, dal Piemonte all’Emilia-Romagna, avevano scelto il Carroccio, sorprendendo quasi tutti i politologi. Come testimoniano queste amministrative si trattava per lo più di un voto estemporaneo, dettato da fattori contingenti sui quali la dirigenza leghista avrebbe dovuto lavorare per renderli strutturali. In particolare in regioni “border line” rispetto all’indiscusso lombardo-veneto, come Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria e Toscana, il crollo della Lega è indiscutibile e gran parte dei voti sono finiti ad altri partiti o movimenti capaci di interpretare il malessere e la disillusione sociale. Per Maroni l’impresa sarà davvero ardua in vista delle politiche del prossimo anno.

L’Udc vive di vita propria. La formula Terzo Polo, sperimentata in poche realtà e affossata a Genova con la sconfitta di Musso, è già svanita visti i deludenti risultati di Fli e Api. Il partito di Casini vince correndo da solo a Cuneo e Agrigento, e i dati relativi al primo turno confermano la tenuta a livello nazionale e la crescita solo nelle realtà dove non era alleato con Fini e Rutelli. In base a questi dati Casini ha già certificato la fine del Terzo Polo e nonostante il pressing politico degli (ex)alleati c’è da scommettere che non tornerà sui suoi passi, non con le attuali formule politiche. L’Udc in vista delle nazionali 2013 dovrà scegliere da che parte stare: dal 2008 (anno della separazione da Berlusconi) ad oggi ha alternato l’autonomia dei suoi candidati a scelte di alleanze quanto meno destabilizzanti per l’elettorato di centro. Dare stabilità alla propria offerta politica sarà il grande obiettivo del partito di Casini nei prossimi mesi.

Il Movimento 5 Stelle è il vero vincitore delle amministrative 2012. Il successo dei grillini prescinde dal numero effettivo dei candidati vincenti (4 in totale) perché si colloca in uno spazio politico nuovo ed ancora inesplorato. Il merito che va riconosciuto al M5S è quello di essere riuscito a portare alle urne un numero ancora indefinito di elettori che negli ultimi anni avevano preferito astenersi. Il drenaggio di voti dai delusi di tutti i partiti ha fatto il resto, contribuendo alla consacrazione di questo movimento - partito su percentuali imprevedibili solo qualche mese fa.

La vittoria di Pizzarotti a Parma ha un’importanza simbolicamente rilevante perché si tratta di un successo costruito sulle ceneri di una classe dirigente locale che ha fallito. E su questo fallimento, con i voti decisivi del centrodestra, il M5S si è imposto come alternativa credibile, più credibile di un centrosinistra fuori dalle stanze del potere di Parma da oltre 15 anni. Un altro elemento fondamentale per capire ciò che è successo è l’astensionismo: rispetto a tutto il resto d’Italia nel capoluogo emiliano ha votato più o meno lo stesso numero di elettori del primo turno. Il discorso vale anche per Comacchio, dove ha vinto un altro candidato grillino. Pur trattandosi di esempi isolati e statisticamente minoritari questi dati indicano che il Movimento 5 Stelle ha vinto dove si è votato di più, dove l’astensionismo è rimasto congelato su percentuali accettabili. Alla vigilia nessuno avrebbe scommesso su Parma come città record di affluenza, soprattutto dopo gli scandali politici che ne hanno minato la credibilità.

I partiti dovrebbero prestare molta attenzione ai risultati di queste amministrative: Grillo ha dimostrato di avere una forza catalizzante sull’elettorato stanco e disilluso, convincendo molti cittadini a votare nelle elezioni che hanno segnato un record dell’astensione. Un dato forte e schiacciante, che trascende i risultati dei singoli candidati, e sposta il clima d’opinione sul movimento del comico genovese. In attesa che i candidati vincenti facciano il loro ingresso nella macchina amministrativa. Tra qualche mese saranno i fatti a parlare. 


Ballottaggi, Partito Democratico. Come è andata a finire

Il Centro Italiano Studi Elettorali (Cise) lo sottolinea:”I rapporti di forza fra “centrodestra” e “centrosinistra” si sono ribaltati: da 92-55 a 34-85”. Dal 2007 ad oggi, quindi, abbiamo assistito ad un lento, travagliato ma progressivo spostamento del voto: cinque anni fa la Casa delle Libertà, all’ultimo stadio prima della trasformazione del contenitore politico, raccoglieva successi in tutto il paese, in particolare al Nord dove l’asse Forza Italia - Lega garantiva vittorie e considerazione politica all’annosa questione settentrionale, mentre la vasta ed eterogenea coalizione di centrosinistra, con un Ulivo costretto a fare i conti con le difficoltà del Governo nazionale, perdeva amministrazioni in città storiche e importanti. Nel 2008, 2009 e, parzialmente, anche nel 2010 abbiamo assistito alla sostanziale tenuta della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, con un Popolo della Libertà agli apici del consenso e una Lega che “conquistava” Regioni chiave come Veneto e Piemonte, mentre il principale partito di opposizione, il Pd, stazionava su percentuali discrete ma non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza. Con le amministrative 2012 quegli stessi rapporti di forza sono cambiati ma è giusto parlare di successo del Partito Democratico e della tanto vituperata alleanza di Vasto? Mi limiterei a definirla una mezza vittoria. Cerchiamo di capire il perché.

Partito Democratico. Sommate ai tre successi del primo turno sono 15 le vittorie della coalizione di centrosinistra nei 26 capoluoghi al voto in questa tornata amministrativa (16 se consideriamo anche Belluno, dove il candidato ufficiale del centrosinistra è stato sconfitto da un candidato civico ex Pd). Il 60% dei capoluoghi sarà governato da amministrazioni di centrosinistra. Ieri i principali esponenti del Partito Democratico si sono spesi per difendere una vittoria ai loro occhi netta, inequivocabile ed indiscutibile. Al di là delle considerazioni “emotive” dei leader del partito è giusto evidenziare alcuni aspetti che, almeno in parte, ridimensionano la portata di questa presunta vittoria elettorale:

1. La tanto discussa alleanza di Vasto (Pd - Sel - Idv) ha sancito, attraverso il meccanismo delle primarie di coalizione (e non di partito come vorrebbero molti esponenti di punta del Pd), la vittoria di molti candidati che non appartengono al principale partito. Nulla di eccepibile in un sistema che prevede proprio la selezione della futura classe dirigente sulla base della volontà popolare, ma il fatto resta: dopo Milano e Napoli lo scorso anno, anche Genova e Palermo vedono trionfare candidati “non voluti” dal Partito Democratico. E’ indubbio che nella maggior parte delle città dove si sono svolte le primarie il candidato ufficiale del Pd abbia avuto la meglio, ma sarebbe un errore sottovalutare il peso delle scelte nelle grandi città metropolitane, dove il voto è più mobile e il risultato più pesante;

2. Il tasso di partecipazione su scala nazionale ai ballottaggi ha evidenziato un netto calo rispetto al primo turno (-14%), senza dimenticare che l’astensionismo aveva già dato segni importanti di crescita anche due settimane fa. Quindi, in ogni caso, è necessario confrontarsi con una serie di vittorie indiscutibili ma certamente favorite da un livello di astensione mai raggiunto. Il centrosinistra ha messo a segno  risultati rilevanti in tutto il Nord del paese, tornando ad amministrare in un territorio per decenni dominato dall’asse di centrodestra, ma ha vinto in centri importanti come Como e Monza dove hanno votato rispettivamente il 42% e il 44% degli aventi diritto. Meno di un elettore su due. Questo dato ci aiuta a decifrare il malcontento e lo spaesamento dell’elettorato settentrionale, improvvisamente orfano della coalizione Pdl - Lega, e in cerca di nuovi riferimenti politici. Riferimenti che, allo stato attuale, non esistono nel Partito Democratico, che ha vinto grazie (anche) al deciso incremento dell’astensionismo e, guarda caso, ha perso laddove l’affluenza non è crollata (Parma e Comacchio);

3. La base elettorale e il consenso per il Partito Democratico sono cresciuti nelle città dove si è votato? Abbiamo già visto al primo turno che non è andata esattamente così. Il Pd infatti ha retto in termini percentuali in alcuni capoluoghi ma ha perso voti in molti altri. Se il confronto inoltre si basa sui risultati del 2007, quando l’Ulivo di Prodi pagava il prezzo di un Governo nazionale duramente contestato, il dato è ancora più evidente: il Pd non è stato in grado di incrementare il suo consenso, la base elettorale “fedele” ha votato ma il tanto auspicato travaso di voti dal centrodestra al centrosinistra non si è materializzato. Soprattutto al Nord, dove si vincono le elezioni nazionali. L’elettorato deluso di centrodestra ha preferito restare a casa, contribuendo così alla vittoria dei candidati del centrosinistra, senza che questi ultimi potessero fare affidamento su voti nuovi e freschi.

In vista delle politiche del prossimo anno il partito di Bersani farebbe bene a riflettere sulla reale portata di questo successo: un partito bloccato intorno al 20% non garantisce certezze nel medio termine e un eventuale rinnovamento del contenitore politico del centrodestra (spazzato via da queste elezioni con dati catastrofici) potrebbe rinsaldare un elettorato settentrionale spaesato come nel 1993-94 e non ancora disposto a dare fiducia ai democratici.


May 18

Ballottaggi, tutto ancora da decidere

Domenica 20 e lunedì 21 si svolgeranno i ballottaggi in 118 Comuni italiani. Il quadro nei capoluoghi e nelle principali città dopo il primo turno vede una sostanziale parità tra i due principali schieramenti, con tre successi del centrosinistra (La Spezia, Pistoia e Brindisi), tre del centrodestra (Lecce, Gorizia e Catanzaro, sempre che venga confermato il risultato nel capoluogo calabrese) e uno targato Lega Nord/Tosi (Verona). La situazione di partenza alla vigilia dei ballottaggi è diametralmente opposta e sbilanciata sulla coalizione di centrosinistra che parte in vantaggio in 82 Comuni su 100 nelle Regioni a statuto ordinario. Più dell’80%. Se il Partito Democratico e gli alleati pensano di aver già vinto si sbagliano di grosso: è indubbio che tutti i pronostici puntano sull’affermazione del centrosinistra ma in questa tornata il rimescolamento dell’elettorato moderato di centrodestra potrebbe aprire spiragli per candidati da molti considerati senza speranze di vittoria.

Partito Democratico - Il Pd è presente in 17 ballottaggi sui 19 previsti nei capoluoghi e parte in vantaggio in ben 12 di questi (escludendo Palermo dove la sfida è tutta interna alla coalizione di centrosinistra), con coalizioni in certi casi eterogenee. Se in 13 Comuni è un’alleanza in stile Vasto a sostenere i candidati alla carica di Sindaco, a Frosinone il Pd corre con il Terzo Polo, a Taranto con l’Udc, a Palermo solo con Sel, a Trani con una coalizione trasversale che comprende tutto il centrosinistra e i partiti del Terzo Polo (obiettivo “abbattere” una storica roccaforte di centrodestra). Ai nastri di partenza il Partito Democratico è il grande favorito, ma per quanto riuscirà ad imporsi in numerosi Comuni è bene non sottovalutare gli avversari, viste le stranezze elettorali che si sono manifestate al primo turno e visto il calo evidente di tutti i partiti e di tutto il blocco di centrosinistra, Pd incluso, che non hanno affatto sfondato come le previsioni suggerivano un mese fa. Uno dei più importanti obiettivi elettorali del partito di Bersani resta l’affermazione nel Nord del paese, un territorio per troppo tempo avverso e che ora sembra aver voltato le spalle al centrodestra: piazze importanti come Monza, Como e Belluno sono a portata di mano e un’eventuale vittoria ridimensionerebbe il non eccezionale risultato dei singoli partiti perché spingerebbe l’annosa questione settentrionale al di fuori del recinto leghista, consegnando al Pd una buona parte del Nord, fondamentale per vincere le elezioni politiche del prossimo anno.

Popolo della Libertà - Il Pdl arranca. Nonostante la sostanziale tenuta nei capoluoghi vinti al primo turno il partito di Alfano ha perso voti in tutto il paese, spesso con percentuali drammatiche. Il Pdl si presenta al ballottaggio con un suo candidato in 11 capoluoghi su 19 ma, stando ai risultati del primo turno, è in vantaggio soltanto in 3 Comuni: Frosinone, Isernia e Trani. Il dato che rimbalza subito agli occhi è la totale assenza di candidati dati per vincenti nel Nord del paese, un territorio che per più di 10 anni ha sempre votato in maggioranza per Berlusconi e Bossi. Pur in assenza di apparentamenti ufficiali, negli ambienti del Pdl si spera che l’elettorato leghista ed eventualmente l’Udc convergano sui candidati del Pdl stesso, con l’obiettivo di non consegnare gran parte delle amministrazioni al centrosinistra e in modo da tamponare una sconfitta che sarebbe senza precedenti. Ma la situazione che si profila non è soltanto quella di un prevedibile ribaltamento dei risultati del 2007, quando il centrodestra riuscì ad imporsi nettamente, ma riguarda da vicino il tessuto delle alleanze, quanto mai sfilacciato dopo la rottura con la Lega e il difficile riavvicinamento con i centristi, e le drammatiche previsioni ad un anno dalle politiche. 

Movimento 5 Stelle - Considerato dagli analisti il vero (ed unico) vincitore di queste elezioni amministrative il Movimento di Beppe Grillo ha portato il suo primo Sindaco in un piccolo Comune vicentino, storico territorio leghista, ha visto aumentare esponenzialmente il consenso degli elettori e si ritrova al ballottaggio in cinque Comuni. Oltre al test di Parma, che ha ormai assunto un valore simbolico nazionale, i grillini si sono confermati in forte crescita in tutta l’Emilia-Romagna (al ballottaggio anche a Budrio nel bolognese e a Comacchio in Provincia di Ferrara) e hanno superato il primo turno anche a Mira, in Veneto, e a Garbagnate Milanese, in Lombardia. In tutti e cinque i casi dovranno sfidare una coalizione di centrosinistra partendo sempre dal secondo posto. Se i tre ballottaggi emiliani sono già stati oggetto di analisi, a Mira la situazione dopo il primo turno vede il candidato del centrosinistra al 43% contro il 17,4% del candidato grillino, mentre a Garbagnate Milanese il centrosinistra parte dal 43,65% e il candidato del M5S dal 10,7%. Non si tratta però di una sconfitta già annunciata: il clima d’opinione conta tanto in un contesto come l’attuale e gli spazi riservati dai media (soprattutto dalla rete) ai grillini dopo l’exploit di due settimane fa potrebbero favorire la rimonta dei candidati 5 Stelle. Con conseguenze politiche tutte da immaginare.

Come andrà a finire. Il valore politico di un’eventuale vittoria dei candidati di Grillo in cinque Comuni sarebbe statisticamente debole ma simbolicamente rivoluzionario. In particolare a Parma. Sul voto ai grillini si addensano le nubi di un centrodestra stordito e sconfitto che pur di non consegnare tutto il Centro Nord al centrosinistra sarebbe disposto a sostenere a suon di voti i candidati del Movimento 5 Stelle. Solo così la prevedibile vittoria finale del centrosinistra in capoluoghi importanti come Genova e, a modo suo, Palermo risulterebbe sbiadita di fronte all’affermazione di un Movimento che si pone l’obiettivo di spazzare via i partiti tradizionali. I riflessi sulla politica nazionale sarebbero immediati e coinvolgerebbero da vicino la tenuta e la forza riformatrice del Governo Monti così come il dialogo sulle riforme, dalla legge elettorale a quella costituzionale. Grillo a quel punto potrebbe impensierire i partiti perché se è vero che al voto politico manca ancora un anno (e in un anno i partiti possono rigenerarsi) è altrettanto palese che il trend elettorale e il clima d’opinione sarebbero tutti dalla parte del comico genovese.  


May 17

Grillo si pesa in Emilia-Romagna

Tra apparentamenti mancati e un muro trasversale eretto contro il principale partito regionale, i ballottaggi di domenica e lunedì in Emilia-Romagna hanno tutto l’aspetto di un piccolo ma potenzialmente travolgente cataclisma elettorale, una sorta di tutti contro il Partito Democratico e la coalizione di centrosinistra, che sin dai tempi del Pci comanda lungo la via Emilia. Sono ormai sui libri di storia i tempi gloriosi delle vecchie amministrazioni rosse che con percentuali bulgare vincevano e governavano senza sosta praticamente in tutta la Regione. Negli ultimi anni qualcosa si è inceppato in quell’automatismo elettorale che rendeva gli emiliani assuefatti ad eventuali incrostazioni politiche dettate dalla continuità e soddisfatti di un contesto amministrativo definito un esempio da imitare: prima è arrivata la Lega Nord che nel solco del successo berlusconiano è riuscita ad attecchire in vari centri per poi ridimensionarsi a causa degli scandali che stanno travolgendo i vertici del Carroccio, ora è il turno del Movimento 5 Stelle, chiamato a confrontarsi per la prima volta con la suggestiva ma pericolosa prova della vittoria. Insomma per il Partito Democratico la tranquillità del successo in casa non esiste più e, pur partendo in evidente vantaggio in tutti e quattro i Comuni emiliani che torneranno al voto questo fine settimana, dovrà vedersela con uno schieramento trasversale che parte dagli ex alleati Pdl e Lega per arrivare al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Proprio quel M5S che ha sorprendentemente raggiunto il ballottaggio in tre Comuni su quattro.

Comacchio - Pierotti, candidato di Pd, Udc e civiche nel Comune in Provincia di Ferrara, non ha superato il 36,5% al primo turno, viste anche le divisioni nella coalizione di centrosinistra con Idv e Sel che hanno sostenuto un altro candidato, Cavallari, che ha portato a casa un ottimo 11,25%. Peccato che non si sia materializzato alcun apparentamento in vista del ballottaggio tra i tre partiti che in questa tornata amministrativa hanno corso uniti in gran parte del paese, consegnando così nelle mani del “secondo classificato”, il grillino Fabbri, molte più chance di rimonta. Fabbri parte dal 22,3% del primo turno, circa 1.600 voti in meno dello sfidante. Come già documentato per Parma anche a Comacchio i voti “liberi” da pressioni politiche ed indicazioni delle segreterie sono davvero tanti o quanto meno sufficienti per mettere in discussione la vittoria del candidato Pd. In totale sono 4.606, suddivisi tra Pdl, Lega, Idv, Sel e liste civiche. 

Budrio - E’ una storica roccaforte del centrosinistra, una città dove nel 2007 il solo Ulivo sfondò il 50% e l’intera coalizione il 62%. Eppure anche a Budrio qualcosa è cambiato e la fiducia, la quasi assoluta devozione degli elettori verso il centrosinistra è venuta meno, costringendo il candidato favorito, Pierini, ad un insolito ballottaggio. A sfidarlo ci sarà Giacon del Movimento 5 Stelle che con il suo 20,4% incassato al primo turno ha rovesciato tutti i pronostici. Per quanto la strada di Pierini sia decisamente in discesa (parte con 26 punti di vantaggio) il ballottaggio rappresenta una grande novità per un Comune considerato inespugnabile.

Piacenza - La sfida sarà tra il candidato del Pdl Paparo e il candidato del centrosinistra Dosi. Piacenza infatti è l’unico Comune sopra i 15.000 abitanti in Emilia-Romagna dove il M5S è rimasto fuori dal ballottaggio. L’esponente del movimento di Grillo, Quagliaroli, ha sfiorato il 10% ma è rimasto ben lontano dal 47,1% di Dosi e dal 31,06% di Paparo. Non è semplice fare pronostici sul risultato finale: sono più di 7.000 i voti che separano i due contendenti e in ballo ci sono più di 10.500 voti divisi tra M5S (4.771), Lega (3.022), Udc (932) e candidati civici. Anche in questo caso molto dipenderà dal comportamento degli esclusi in assenza di apparentamenti formali. Da non sottovalutare inoltre l’astensionismo: a Piacenza ha votato il 65% degli elettori, contro il 78% raggiunto nelle precedenti comunali.  

Come andrà a finire. Una buona fetta dei risultati dei ballottaggi è legata a doppio filo al comportamento degli elettori di centrodestra, improvvisamente catapultati al di fuori di ogni responsabilità di Governo in Emilia-Romagna (esclusa Piacenza). Elettori che indirettamente potrebbero favorire la vittoria dei candidati del Movimento 5 Stelle con l’obiettivo di togliere spazio ad un centrosinistra rinvigorito dalla contemporanea debacle in Regione di Pdl e Lega. Ufficialmente il partito di Alfano non ha dato indicazioni di voto (il Senatore Pdl Berselli ha consigliato scheda bianca) ma gli ammiccamenti non sono mancati: Fabio Garagnani, parlamentare bolognese del Pdl, ha definito i grillini la scelta più giusta a Budrio e a Parma. Al di là delle dichiarazioni estemporanee da martedì prossimo tre città emiliane potrebbero essere amministrate dal Movimento 5 Stelle. Sarebbe un piccolo grande cambiamento, positivo o negativo, per una Regione che raramente ha messo in discussione il suo voto. Sarebbe anche un simbolico ridimensionamento per un Partito Democratico costretto a lottare per confermarsi in una roccaforte come Budrio e a faticare oltre ogni lecita previsione per imporsi a Parma e Comacchio, due città amministrate dal centrodestra tra scandali e polemiche.        


May 16

Parma, rivoluzione in atto

Tra sei giorni Parma potrebbe eleggere il primo Sindaco del Movimento 5 Stelle in una grande città. Sarebbe certamente una svolta, un momento a suo modo storico per i grillini, che sotto le roboanti dichiarazioni di Beppe Grillo puntano a fare del capoluogo emiliano la loro (prima) Stalingrado. A contendersi la poltrona di Sindaco saranno Federico Pizzarotti del M5S e Vincenzo Bernazzoli, candidato del centrosinistra. Il primo turno si è chiuso con uno stacco di circa 20 punti percentuali a favore di Bernazzoli, ma il risultato non deve trarre in inganno. Il ballottaggio di Parma è più che mai aperto e potrebbero non mancare alcune sorprese.

Federico Pizzarotti - Movimento 5 Stelle. Repubblica ha chiesto a tutti i candidati eliminati al primo turno un’opinione sull’imminente ballottaggio, evidenziando i punti di forza e le debolezze politiche dei due contendenti. Secondo Ghiretti, Buzzi e Zorandi il grande vantaggio portato in dote dai grillini è la loro indefinibile collocazione politica all’interno degli schieramenti tradizionali, la possibilità di pescare voti in modo trasversale da destra a sinistra senza barriere precostituite, il dinamismo e la novità che rappresentano. I contro sono l’eccesso di idealismo e il rischio di improvvisazione amministrativa, oltre al populismo. Interessante l’osservazione di Buzzi (Pdl) che dietro l’idealismo di facciata del movimento scorge un paradigma politico “destinato ad infrangersi di fronte alle eventuali responsabilità di governo”. Sarà davvero così? I dati elettorali per ora si limitano a fotografare l’avanzata del M5S lungo tutta la via Emilia, con percentuali ben al di sopra della media nazionale che fanno seguito all’inaspettato successo riscosso nel 2010 alle Regionali, quando i grillini a Parma raggiunsero il record del 7%. In due anni quei voti sono triplicati, visto che il Movimento ha sfiorato il 20%. E se il primo turno è stato caratterizzato dall’inevitabile dispersione del voto, fenomeno tipico in un contesto caotico come l’attuale, il ballottaggio offre molte opportunità di crescita a Pizzarotti che potrà pescare voti tra i delusi di tutti gli schieramenti puntando su tematiche (come l’inceneritore) scomode per l’avversario.

Vincenzo Bernazzoli - Centrosinistra. Il quadro rischia invece di rovesciarsi per Bernazzoli: se Pizzarotti ha ottime possibilità di crescita, per quanto non quantificabili, il candidato del centrosinistra potrebbe aver esaurito il proprio bacino elettorale al primo turno, con il 43% dei voti assegnati alla sua coalizione. Cerchiamo di capire perché. Il primo elemento riguarda l’attrattività della coalizione di centrosinistra a Parma, che non ha mai riscosso particolari attenzioni. Il primo partito cittadino è il Pd che al primo turno ha preso il 25,15%, in calo rispetto al 35-36% di Europee 2009 e Regionali 2010, ma sostanzialmente stabile se si confronta il dato attuale con quello delle ultime due elezioni comunali, quando l’Ulivo raggiunse il 21,9% nel 2007 e il 28,6% nel 2002 (Ds+Margherita). Media intorno al 25%. Resta da capire come una coalizione che non riesce a sfondare il muro del 50%, anche in situazioni di palese difficoltà per gli avversari, possa traghettare il proprio candidato verso un successo sicuro e scontato. Un secondo elemento ha a che fare direttamente con Bernazzoli, che attualmente è anche Presidente della Provincia di Parma, carica che ricopre dal 2004. Rieletto al ballottaggio nel 2009 il candidato di Pd, Idv e Sinistra viene spesso definito un professionista della politica, etichetta non proprio ottimale in questo periodo, in particolar modo in una città che ha vissuto e sta vivendo sulla sua pelle il fallimento politico dell’attuale classe dirigente.

Come andrà a finire. Fare pronostici sull’esito del ballottaggio di domenica e lunedì è impresa ardua. Sulla carta il vantaggio di Bernazzoli è netto, visto che al primo turno ha raccolto 34.433 voti contro i 17.103 del candidato grillino, ma mai come in questo caso le apparenze ingannano. I voti “vacanti”, ovvero quelli assegnati a candidati che non sono arrivati al ballottaggio, sono tantissimi: 14.336 per Ubaldi, 8.873 per Ghiretti, 4.504 per Roberti, 4.209 per Buzzi, 2.375 per Zorandi, 1.204 per Bocchi, più altri 760 per candidati minori. In totale ci sono 36.621 voti a disposizione, una quantità enorme di elettori che sono più che sufficienti per rovesciare i pronostici di partenza e colmare la distanza tra i due contendenti. Tra l’altro non ci sono stati apparentamenti rilevanti, quasi tutti i candidati sconfitti hanno lasciato libertà di voto e sarà quindi interessante verificare i flussi. Perché i voti di Ubaldi, Buzzi e Zorando appartengono tutti, in un modo o nell’altro, allo schieramento di centrodestra, quindi ad una base che difficilmente sceglierà Bernazzoli: sommandoli, per pura ipotesi, si arriva a 20.920, una quota che ridarebbe speranza e fiducia a Pizzarotti. Senza contare che a sostenere (in via non ufficiale) il candidato Pd potrebbe esserci soltanto Roberta Roberti (Rifondazione Comunista + Civica) che porta in dote un lusinghiero 5,12%, 4.504 voti. Insomma a Parma la sfida è più che mai aperta ed incerta, e i numeri non bastano per descrivere una città sospesa tra radicale rinnovamento e fiducia ai partiti tradizionali. La parola agli elettori. 


May 14

La Caporetto lombarda

La Lombardia è la Regione che più di ogni altra ha rappresentato negli ultimi dieci anni la forza della coalizione di centrodestra. Dopo le recenti elezioni amministrative non è più così, soprattutto se anche i ballottaggi confermeranno la progressiva caduta di molte simboliche roccaforti. Il dato è emblematico: nel 2007 l’alleanza tra Forza Italia, AN, Lega e Udc si impose in 23 comuni lombardi su 25 sopra i 15.000 abitanti, lasciando al centrosinistra un solo municipio (Sesto San Giovanni). Un vero e proprio en plein. Cinque anni dopo quella coalizione non esiste più: Pdl, Lega e Udc hanno corso da sole in quasi tutti i comuni al voto perdendo quella forza propulsiva che le aveva caratterizzate per lungo tempo. Dei 23 comuni governati dal centrodestra non ne è uscito confermato nemmeno uno dopo il primo turno, mentre quattro sono già stati assegnati alla “coalizione di Vasto”, quindi ad un centrosinistra unito e trasversale che parte dal Pd per arrivare a Vendola e Di Pietro. 

In totale erano 25 i Comuni lombardi sopra i 15.000 abitanti al voto in questa tornata. Cesano Maderno, Cernusco sul Naviglio, Crema e Pieve Emanuele sono gli unici che hanno incoronato il Sindaco al primo turno e in tutti e quattro i casi si è verificato un “ribaltone” tra un’amministrazione di centrodestra e una di centrosinistra. Negli altri 21 Comuni si andrà al ballottaggio domenica e lunedì prossimi. La situazione di partenza vede il centrosinistra in vantaggio visto che sarà presente in 20 ballottaggi su 21 (tutti tranne Cantù). Il Pdl, invece, dopo il primo turno è già fuori in 8 Comuni dove governava che si aggiungono ai 4 già persi. Anche la Lega, che si presenterà al ballottaggio in 5 Comuni (4 contro il centrosinistra, uno contro una lista civica), ne esce ridimensionata: al di là degli esiti finali ha perso roccaforti importanti come Monza, dove il Sindaco leghista uscente non ha raggiunto nemmeno il ballottaggio.

Il dato più spiazzante riguarda i consensi dei partiti perché se è vero che le divisioni del centrodestra hanno penalizzato molti candidati, è altrettanto oggettivo che il Pdl non sia riuscito a tamponare in alcun modo l’emorragia di voti. Il Partito Democratico è il primo partito, in termini di voti, in 18 Comuni lombardi su 25. Un dato sorprendente, che non può essere valutato senza tener conto di altri fattori come il peso delle liste civiche o i blocchi politici di lista, ma che al netto di tutte queste variabili fotografa il crollo del principale partito in Lombardia. Al di là delle coalizioni e dell’eventuale debolezza dei candidati il Pdl è nettamente arretrato e viaggia su percentuali che raramente superano il 20% (escluse Erba, San Donato Milanese, Abbiategrasso, Magenta, Melegnano). L’unica speranza è una vittoria nei 12 Comuni al ballottaggio dove il partito di Alfano sarà presente con un suo candidato. Solo così sarà possibile ridimensionare il peso e la portata di una sconfitta senza precedenti. Le premesse però non sono affatto buone. Ieri sono scaduti i termini per gli apparentamenti con altre forze politiche in vista del secondo turno e l’alleanza Pdl - Lega, ancora una volta, non ha dato segni di vita.       


May 13

Il ciclone Orlando si abbatte (ancora) su Palermo

Non ha lasciato scampo a nessun partito il ciclone Leoluca Orlando, nemmeno alla “sua” Italia dei Valori, che cresce in termini percentuali, ma sembra uno gnomo rispetto alle cifre che conferiscono la netta vittoria al candidato. Già tre volte Sindaco della città, già candidato alle regionali 2001 perse contro Totò Cuffaro, già candidato (sì, un’altra volta) al Comune di Palermo nel 2007 e sconfitto dal discusso Cammarata, oggi Orlando è tornato a gonfie vele a far discutere di sé, portando a casa un risultato che non si vedeva dai tempi d’oro della Rete. Un ottimo risultato personale, s’intende. Già perché il ciclone Orlando, oltre agli avversari, ha travolto praticamente tutti i partiti, drenando sulla sua figura rassicurante e già vista una gran parte dei voti che l’elettorato palermitano non avrebbe mai assegnato ai partiti tradizionali: tra il 47 e il 48%, è questo il sorprendente risultato incassato da Orlando al primo turno delle Comunali di Palermo, mentre le liste che lo sostengono si sono fermate poco sopra il 15%. Uno scarto di ben 33 punti percentuali tra candidato e liste è davvero alto ed è un chiaro indicatore del lento ma progressivo disincanto verso i partiti tradizionali. E’ vero che Italia dei Valori e La Sinistra non sono affatto due movimenti in grado di catalizzare un consenso così ampio, ma il crollo ha riguardato tutti indistintamente. 

Il Popolo della Libertà è il primo vero sconfitto di questa tornata e passa dalle percentuali record del decennio precedente (quando Forza Italia riusciva ad attecchire in tutta la Regione), come il 38% alle regionali 2008 o il 25% incassato da Fi e An alle Comunali 2007, ad un imbarazzante 8,3%. Per il partito di Alfano essere scesi sotto l’asticella del 10% rappresenta, eufemisticamente, una sconfitta. Senza precedenti. Anche l’Udc, che nel resto del paese ha sostanzialmente retto all’ondata di antipolitica, retrocede al 7,6% rispetto al 13,5% del 2008 e al 12% del 2007. Entrambi i partiti (soprattutto il primo) hanno scaricato la responsabilità della sconfitta sul giovane candidato Massimo Costa, considerato troppo debole dai dirigenti locali. Se da un lato questa argomentazione può essere credibile osservando i voti ottenuti da Costa (12,8%) e confrontandoli con le percentuali praticamente doppie delle liste che lo sostenevano (25,4%), dall’altro Pdl e Udc sono crollati anche a causa di dieci anni di amministrazione della città finiti sotto la lente d’ingrandimento di un Commissario governativo, tra enormi buchi di bilancio, società partecipate che hanno svolto il ruolo dei Centri per l’Impiego e scelte politiche quanto meno discutibili.

Dall’altro lato dello schieramento le cose non vanno meglio. Il candidato di (parte del) Pd e Sel Fabrizio Ferrandelli sarà lo sfidante di Orlando al ballottaggio ma dopo il primo turno parte con un distacco di circa trenta punti. Un abisso anche se in molti sostengono che ora si ricomincia da capo, riconquistando ogni singolo voto. Vedremo. Intanto i partiti che sostengono Ferrandelli hanno subito un brusco ridimensionamento: il Pd infatti ha preso meno voti del Pdl, e questo non sarebbe una novità in Sicilia, ma visto il modesto risultato del partito di Alfano era lecito aspettarsi che i democratici superassero la soglia del 10% mentre si sono fermati al 7,8%. E’ molto probabile che una parte della base del Pd abbia preferito Orlando a Ferrandelli dopo il discusso esito delle primarie di coalizione, come sembra confermare Giuseppe Alberto Falci su Linkiesta.  

Il risultato delle Comunali di Palermo avrà un riflesso anche sulla politica regionale. Il Movimento per le Autonomie del Governatore Lombardo si ferma al 7,5%, poco meno del risultato deludente del suo candidato, l’outsider Alessandro Aricò, che non va oltre l’8,9%. Nonostante il discreto 4,3% di Futuro e Libertà (se comparato con le percentuali minime del resto d’Italia) il nascituro Terzo Polo di stampo siculo ha deluso le aspettative. Lombardo lo sa e prova a giocarsi le ultime carte a disposizione lanciando il Nuovo Polo, un’aggregazione di forze moderate di centro composta da Fli, Mpa, Mps e Api, con l’obiettivo di accerchiare il Pd (che in Regione sostiene Lombardo) e rilanciare l’offerta politica in una Regione che sembra avergli improvvisamente voltato le spalle.

Insomma il ciclone Orlando ha colpito ancora, catalizzando voti e aspettative dei cittadini di Palermo. Anche in passato il già tre volte Sindaco è sempre riuscito a superare nettamente i voti delle coalizioni che lo sostenevano (+6% nel 2001, +7,5% nel 2007) ma in questa tornata il suo nome, forte e popolare, ha convinto quasi tutti gli elettori. Lasciando solo briciole agli avversari.  


May 11

Pdl, salto nel vuoto

Il Popolo della Libertà esce con le ossa rotte dall’ultima tornata amministrativa. Un pesante ridimensionamento rispetto ai risultati ottenuti nei quattro-cinque anni passati e una palese emorragia di voti in tutte le città, anche nei rari casi dove un sindaco pidiellino è stato riconfermato (come a Lecce). Per fornire una spiegazione di questo vero e proprio salto nel vuoto non bastano le accuse rivolte al Governo nazionale, ad una presunta cambiale da pagare in termini elettorali per il sostegno acritico all’esecutivo di Mario Monti, come non sono sufficienti gli attacchi a candidati deboli e poco popolari nelle città dove si è votato (come se le segreterie nazionali non svolgessero un ruolo fin troppo invasivo nella selezione della classe dirigente locale…) o il rimpallo di accuse con la Lega su chi ha messo la parola fine su una coalizione vincente.

Secondo alcuni dirigenti del Pdl il partito ha subito un calo di consensi a causa delle numerose misure impopolari adottate dal governo Monti e gli elettori hanno così preferito dirottare il voto su liste civiche di sostegno, garantendo comunque la preferenza al candidato della coalizione. E’ davvero andata così? Si è veramente verificato un travaso di voti dal partito “leader” del centrodestra verso le tante liste civiche che si sono presentate e che tanto hanno fatto discutere gli opinionisti nelle settimane prima del voto? Per verificarlo si può fare un confronto tra il peso delle liste civiche oggi e quelle che si sono presentate alle penultime elezioni comunali nei capoluoghi presi in esame. Questa comparazione non serve a dimostrare quanti voti ha perso il Pdl in cinque anni, visto che all’epoca la nuova creatura politica di Berlusconi non esisteva ancora, ma soltanto a “censire” la tanto sbandierata crescita del civismo nell’elettorato di centrodestra. Il dato che emerge da questo confronto è chiaro e, per certi aspetti, sorprendente: in gran parte dei capoluoghi il peso delle liste civiche non è affatto aumentato e dove è cresciuto non ha stravolto gli equilibri preesistenti. 

  • Piemonte - Asti (13% di voti alle liste civiche che correvano con il Pdl oggi, 14,7% nel 2007); Alessandria (3,3% - 6,2%); 
  • Lombardia - Monza (0% - 5,5%);
  • Veneto - Belluno (13,3% - 10%); 
  • Friuli Venezia Giulia - Gorizia (10,5% - 2,8%);
  • Liguria - La Spezia (3,5% - 2,7%); Genova (2% - 7,3%);
  • Emilia-Romagna - Parma (0,6% - 47% nel 2007, l’ex Sindaco Vignali si presentò con un unico listone); Piacenza (7,5% - 15,4%),
  • Toscana - Lucca (8% - 10,2%); 
  • Lazio - Frosinone (28,2% - 2,2%); Rieti (14,3% - 7,4%);
  • Abruzzo - L’Aquila (2% - 0,5%);
  • Molise - Isernia (18,9% - 16%);
  • Puglia - Taranto (1% - 0,8%); Brindisi (9,6% - 5,6%); Lecce (29,4% - 17%); Trani (22,7% - 12,4%);
  • Calabria - Catanzaro (38,8% - 50,7%);
  • Sicilia - Palermo (3,3% - 18,2%); Trapani (13,5% - 12,9%); Agrigento (11,4% - 9%).

Questo confronto serve almeno in parte a smentire l’ipotesi circolata che accreditava le liste civiche come un’ancora di salvataggio, una camera di compensazione per arginare il tracollo del principale partito di centrodestra. In realtà non è andata così. In molti capoluoghi le civiche non hanno aiutato il Pdl più di quanto non fecero già quattro-cinque anni fa con l’intera coalizione Fi-An-Udc-Lega. 

Quindi dove sono finiti i (tanti) voti persi per strada dal Pdl? Al Movimento 5 Stelle? Forse, in parte. Ma è molto probabile che una buona fetta di elettori del partito di Alfano sia rimasta a casa, contribuendo così ad accentuarne il crollo. L’elevato tasso di astensionismo ha evidenziato un ricambio dell’elettorato restio a votare: sono cresciuti sia i “delusi” del Pdl che hanno preferito disertare le urne sia i grillini che invece hanno portato al voto molte persone che altrimenti non sarebbero mai andate a votare. Il tanto temuto astensionismo ha penalizzato soprattutto il Popolo della Libertà.  


May 10

Il Terzo Polo non è mai esistito

Un tempo li avremmo definiti “cartelli elettorali”, ovvero un contenitore politico che di lì a breve si sarebbe riempito di progetti e proposte, o federazione di partiti, un’unione strategica tra più forze politiche che spingono per un’alleanza elettorale. Se oggi invece dovessimo sfornare una definizione del tanto discusso Terzo Polo nessuna delle categorie sopra citate risulterebbe calzante. Perché al di là delle convention e delle tante parole sprecate il Terzo Polo non è mai esistito e le amministrative 2012 ne hanno sancito l’inconsistenza. A sostenere questa tesi ci pensano i dati relativi alle recenti alleanze e i numeri di una “coalizione” stordita dal round elettorale.

Prendendo in considerazione tutti i 26 capoluoghi dove si è votato lo scorso fine settimana emerge un rapporto di forza sbilanciato verso l’Udc, che sostanzialmente conferma su scala nazionale i valori espressi tra il 2008 e il 2010, mentre Futuro e Libertà e Alleanza per l’Italia ottengono discreti risultati nel Meridione d’Italia, in particolare in Sicilia, ma sono inesistenti nel Centro-Nord. Il partito di Casini va al ballottaggio in sei capoluoghi: a Isernia con una coalizione di centrodestra, a La Spezia e Trani con il centrosinistra, a Cuneo, Lucca e Agrigento insieme a liste civiche. Sempre l’Udc ottiene i migliori risultati a Cuneo (9%), Rieti (11,7%), L’Aquila (8,2%), Isernia (8,9%), Brindisi (8,3%), Trani (8,3%), Agrigento (13,5%), dimostrando quindi una certa trasversalità nel raccogliere voti lungo lo stivale. Diverso è il discorso per Fli e Api. I partiti di Fini e Rutelli evidenziano una chiara propensione verso il consenso nel Mezzogiorno, con buoni risultati in Puglia e Sicilia per il primo e solo a Brindisi per il secondo.     

Inoltre i tre partiti che compongono il Terzo Polo (quattro se consideriamo anche l’Mpa di Lombardo, fortemente ridimensionato) latitano anche a livello di alleanze, visto che le grandi città dove si sono presentati insieme si contano sul palmo di una mano e sono state molto più numerose le separazioni e il sostegno a candidati diversi. Non solo. Nel Nord Fli e Api hanno affrontato il caos liste e spesso si sono presentate senza simboli di partito, appoggiando candidati civici all’interno di liste civiche. L’unico vero exploit del Terzo Polo si è verificato a Genova, dove il candidato comune Enrico Musso andrà al ballottaggio contro il grande favorito Marco Doria, ma anche in questo caso i simboli dei tre partiti sono scomparsi per lasciare spazio alla lista Enrico Musso Sindaco. Sottotitolo: La lista Civica. 

Insomma il Terzo Polo non esiste e lo conferma anche Roberto D’Alimonte sul Sole:

“Per il blocco di centro il discorso è più complicato. In realtà questo blocco non esiste. Non esiste nemmeno il terzo polo. Esistono dei partiti e delle liste collegate che insieme però hanno raccolto un discreto bottino”.

L’unico partito che non esce con le gambe rotte da questa tornata è l’Udc di Casini, svincolato da logiche estemporanee di alleanze e autonomo da coalizioni preordinate dalle segreterie. Come conferma l’Istituto Cattaneo che

propone una lettura legata al tipo di alleanze scelte da Cesa e da Casini: rispetto al 2010 la lista dello scudocrociato perde lo 0,2% (scende dal 6,8% al 6,6%) nei 26 capoluoghi in cui si è votato. Ma «nei 17 Comuni in cui si è presentata svincolata dai partiti maggiori, presentandosi da sola o insieme a liste minori, guadagna mediamente lo 0,4%. Mentre nei Comuni in cui si è alleata con il Pd o con il Pdl ha perso, in entrambi i casi, lo 0,4%». Emerge, dunque, «la preferenza dell’elettorato dell’Udc per una strategia svincolata dalle maggiori coalizioni».

Alla luce di questi risultati è ovvio che Casini spinga per archiviare il nascituro Terzo Polo. L’Udc ha dimostrato di avere ancora una solida base elettorale, spesso frustrata da alleanze innaturali, e proverà in tutti i modi ad egemonizzare il voto “moderato” in vista delle politiche del prossimo anno. La somma dei singoli partiti non è più sufficiente, visto lo scarso appeal dimostrato da Fli e Api, e Casini lo sa, forte di numeri quanto meno rassicuranti.


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