Amministrative 2012, fine dei giochi
Con i ballottaggi si sono chiuse le amministrative 2012. I risultati ci offrono una chiave di lettura ben diversa di quest’ultima tornata elettorale, diversa da come spesso si tenta di dipingere il voto, la partecipazione popolare e il rispetto (se non la devozione) verso i simboli repubblicani. Questa volta non è andata proprio così. Le classiche schermaglie della campagna elettorale declinate a mera delegittimazione dell’intera classe dirigente (e non del suo eletto più rappresentativo o del partito avverso nella dicotomia bipolare) hanno preso il sopravvento, spostando il baricentro della propaganda partitica su temi tanto locali quanto nazionali. Sarebbe fortemente sbagliato affermare che le amministrative 2012 non hanno riguardato i singoli comuni, i singoli candidati, i confronti programmatici, perché è pur sempre vero che questo è stato e resta un voto locale. E’ altrettanto chiaro però che questo stesso voto (o non voto, a seconda dei punti di vista) ha coinvolto l’intera classe dirigente nazionale, che puntualmente si è spesa per sostenere i propri candidati, e ha convogliato sul binario locale i grandi temi che scuotono la politica italiana e il rapporto con i cittadini/elettori: dal finanziamento pubblico alla legge elettorale, dalla corruzione alla crisi economica, dal disagio sociale alle nuove imposte (semi)locali come l’Imu. Tutto insieme in un unico calderone, dove è sottile, quasi invisibile, la linea di demarcazione tra Comune e Stato.
Sono un segno dei tempi che cambiano le roboanti e taglienti esternazioni di Beppe Grillo, ancora ieri impegnato ad aggredire gli avversari politici, e la strategia per la prima volta davvero difensiva del leader del primo partito italiano, Pierluigi Bersani, costretto ad invocare “la calma”, senza possibilità reali di sfornare risposte velate di superiorità e certezza. Per la prima volta l’agenda politica cambia perché dettata, imposta da un movimento che ha preso il sopravvento sui partiti tradizionali. Il ghigno e la presunta certezza del consenso popolare non sono più armi a disposizione dei leader per sbarazzarsi con malcelata arroganza di un (ex)comico. Ora anche i cittadini hanno voltato le spalle alla politica e se questa saprà rinnovarsi nei prossimi mesi sarà anche merito di un Grillo per troppo tempo sottovalutato o strumentalizzato.
Il tasso di astensionismo è sempre stato il termometro della credibilità o della disaffezione verso l’offerta politica e mai come in questo caso è la testimonianza di un indietreggiamento forte e radicale dei cittadini nei confronti dei partiti e del loro tentativo di scaricare sul civismo di bandiera il ridimensionamento della loro popolarità. Ai ballottaggi di domenica e lunedì scorsi ha votato solo il 51,38% degli aventi diritto nelle Regioni a statuto ordinario, poco più di un elettore su due. Una cifra scoraggiante che richiede cambiamenti strutturali e una risposta politica forte ed immediata. Il crollo di Pdl e Lega, l’incerta stazionarietà di Udc, Idv e Sel, la presunta riscossa del Partito Democratico che ha sì guadagnato Comuni ma non ha allargato la sua base elettorale, sono il segno di un rinnovamento necessario dell’offerta e del contenitore politico, più che di un semplice maquillage di loghi e nomi dei partiti.
La strada è segnata. Le amministrative 2012 lasciano una pesante eredità sulle spalle dei leader, costretti a cambiare radicalmente strategia. Il Popolo della Libertà, primo partito italiano dal 2008 fino a pochi mesi fa, esce con le ossa rotte da quest’ultima tornata e dovrà cercare un rilancio attraverso l’aggregazione di forze moderate in una grande federazione, piuttosto che in un mero cambiamento di facciata del nome in vista delle politiche 2013. La Lega Nord, fino a qualche mese fa alleato fedele del Pdl, cercherà linfa vitale nella nuova leadership (ormai scontata) di Roberto Maroni, nel tentativo di traghettare il partito di “Roma ladrona” al di fuori delle sabbie mobili delle inchieste giudiziarie che ne hanno minato la credibilità mettendo in discussione un importante serbatoio di voti.
L’Udc, forse il solo partito che non ha perso voti, ha già messo in cantina il progetto Terzo Polo, un’archiviazione di fatto dettata dall’insuccesso e dalla scarsa progettualità politica dei tre partiti che componevano l’alleanza; dopo anni di baldanzosi tira e molla con i due schieramenti figli del bipolarismo nato nella Seconda Repubblica Casini dovrà scegliere da che parte stare. Il sostegno acritico al Governo Monti non è più sufficiente per catalizzare il tanto ambito voto moderato.
Idv e Sel non perdono, ma di certo non possono essere etichettati come i vincitori delle amministrative: i dipietristi non riescono a raccogliere i frutti sperati (e dati per scontati) dall’opposizione parlamentare al Governo Monti, mentre Sel non incassa i dividendi della sua assenza da Camera e Senato insieme al forte e deciso contrasto alle politiche dell’esecutivo tecnico. Anche il Partito Democratico, come già documentato, non può ergersi a vincitore della contesa elettorale, visto che i voti incassati non certificano un’incremento del consenso ma si limitano ad evidenziare la debolezza di un avversario attualmente fuori gioco.
Qualcosa dovrà cambiare nei prossimi mesi perché le elezioni amministrative hanno come previsto cambiato lo scenario politico e posto fine al fumoso bipolarismo che per anni ha contraddistinto la politica italiana, portandola qualche anno fa ad immaginare addirittura un bipartitismo puro. Non è andata così. I (pochi) voti evidenziano disaffezione, dispersione, necessità di nuovi riferimenti politici. Su questo campo comincia una nuova partita che si trascinerà nei prossimi mesi tra promesse, slogan e qualche novità. In attesa che qualche tecnico “scenda in campo”, che Montezemolo e la sua Italia Futura decidano di entrare nell’agone politico e che i partiti in Parlamento scelgano il futuro assetto della legge elettorale in nome della tanto sbandierata governabilità. Grillo intanto continuerà a fare il suo gioco, provocando e proponendo quella ventata di novità derivante da volti nuovi e freschi, quegli stessi volti che hanno convinto gli elettori di Parma e che sulla scia del recente successo collocano il Movimento 5 Stelle oltre il 15%. Il secondo partito italiano secondo qualche sondaggista. Con la differenza che da lunedì i grillini amministrano quattro città e saranno giudicati sulla base delle scelte e dei risultati. I comizi straripanti di Grillo che hanno invaso le piazze italiane per mesi non saranno più sufficienti per giustificare scomode decisioni politiche.
Una nuova partita è appena cominciata.
