Amministrative 2012

Notizie e spunti su candidati e città al voto

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May 23

Amministrative 2012, fine dei giochi

Con i ballottaggi si sono chiuse le amministrative 2012. I risultati ci offrono una chiave di lettura ben diversa di quest’ultima tornata elettorale, diversa da come spesso si tenta di dipingere il voto, la partecipazione popolare e il rispetto (se non la devozione) verso i simboli repubblicani. Questa volta non è andata proprio così. Le classiche schermaglie della campagna elettorale declinate a mera delegittimazione dell’intera classe dirigente (e non del suo eletto più rappresentativo o del partito avverso nella dicotomia bipolare) hanno preso il sopravvento, spostando il baricentro della propaganda partitica su temi tanto locali quanto nazionali. Sarebbe fortemente sbagliato affermare che le amministrative 2012 non hanno riguardato i singoli comuni, i singoli candidati, i confronti programmatici, perché è pur sempre vero che questo è stato e resta un voto locale. E’ altrettanto chiaro però che questo stesso voto (o non voto, a seconda dei punti di vista) ha coinvolto l’intera classe dirigente nazionale, che puntualmente si è spesa per sostenere i propri candidati, e ha convogliato sul binario locale i grandi temi che scuotono la politica italiana e il rapporto con i cittadini/elettori: dal finanziamento pubblico alla legge elettorale, dalla corruzione alla crisi economica, dal disagio sociale alle nuove imposte (semi)locali come l’Imu. Tutto insieme in un unico calderone, dove è sottile, quasi invisibile, la linea di demarcazione tra Comune e Stato.

Sono un segno dei tempi che cambiano le roboanti e taglienti esternazioni di Beppe Grillo, ancora ieri impegnato ad aggredire gli avversari politici, e la strategia per la prima volta davvero difensiva del leader del primo partito italiano, Pierluigi Bersani, costretto ad invocare “la calma”, senza possibilità reali di sfornare risposte velate di superiorità e certezza. Per la prima volta l’agenda politica cambia perché dettata, imposta da un movimento che ha preso il sopravvento sui partiti tradizionali. Il ghigno e la presunta certezza del consenso popolare non sono più armi a disposizione dei leader per sbarazzarsi con malcelata arroganza di un (ex)comico. Ora anche i cittadini hanno voltato le spalle alla politica e se questa saprà rinnovarsi nei prossimi mesi sarà anche merito di un Grillo per troppo tempo sottovalutato o strumentalizzato.

Il tasso di astensionismo è sempre stato il termometro della credibilità o della disaffezione verso l’offerta politica e mai come in questo caso è la testimonianza di un indietreggiamento forte e radicale dei cittadini nei confronti dei partiti e del loro tentativo di scaricare sul civismo di bandiera il ridimensionamento della loro popolarità. Ai ballottaggi di domenica e lunedì scorsi ha votato solo il 51,38% degli aventi diritto nelle Regioni a statuto ordinario, poco più di un elettore su due. Una cifra scoraggiante che richiede cambiamenti strutturali e una risposta politica forte ed immediata. Il crollo di Pdl e Lega, l’incerta stazionarietà di Udc, Idv e Sel, la presunta riscossa del Partito Democratico che ha sì guadagnato Comuni ma non ha allargato la sua base elettorale, sono il segno di un rinnovamento necessario dell’offerta e del contenitore politico, più che di un semplice maquillage di loghi e nomi dei partiti.

La strada è segnata. Le amministrative 2012 lasciano una pesante eredità sulle spalle dei leader, costretti a cambiare radicalmente strategia. Il Popolo della Libertà, primo partito italiano dal 2008 fino a pochi mesi fa, esce con le ossa rotte da quest’ultima tornata e dovrà cercare un rilancio attraverso l’aggregazione di forze moderate in una grande federazione, piuttosto che in un mero cambiamento di facciata del nome in vista delle politiche 2013. La Lega Nord, fino a qualche mese fa alleato fedele del Pdl, cercherà linfa vitale nella nuova leadership (ormai scontata) di Roberto Maroni, nel tentativo di traghettare il partito di “Roma ladrona” al di fuori delle sabbie mobili delle inchieste giudiziarie che ne hanno minato la credibilità mettendo in discussione un importante serbatoio di voti.

L’Udc, forse il solo partito che non ha perso voti, ha già messo in cantina il progetto Terzo Polo, un’archiviazione di fatto dettata dall’insuccesso e dalla scarsa progettualità politica dei tre partiti che componevano l’alleanza; dopo anni di baldanzosi tira e molla con i due schieramenti figli del bipolarismo nato nella Seconda Repubblica Casini dovrà scegliere da che parte stare. Il sostegno acritico al Governo Monti non è più sufficiente per catalizzare il tanto ambito voto moderato.

Idv e Sel non perdono, ma di certo non possono essere etichettati come i vincitori delle amministrative: i dipietristi non riescono a raccogliere i frutti sperati (e dati per scontati) dall’opposizione parlamentare al Governo Monti, mentre Sel non incassa i dividendi della sua assenza da Camera e Senato insieme al forte e deciso contrasto alle politiche dell’esecutivo tecnico. Anche il Partito Democratico, come già documentato, non può ergersi a vincitore della contesa elettorale, visto che i voti incassati non certificano un’incremento del consenso ma si limitano ad evidenziare la debolezza di un avversario attualmente fuori gioco.

Qualcosa dovrà cambiare nei prossimi mesi perché le elezioni amministrative hanno come previsto cambiato lo scenario politico e posto fine al fumoso bipolarismo che per anni ha contraddistinto la politica italiana, portandola qualche anno fa ad immaginare addirittura un bipartitismo puro. Non è andata così. I (pochi) voti evidenziano disaffezione, dispersione, necessità di nuovi riferimenti politici. Su questo campo comincia una nuova partita che si trascinerà nei prossimi mesi tra promesse, slogan e qualche novità. In attesa che qualche tecnico “scenda in campo”, che Montezemolo e la sua Italia Futura decidano di entrare nell’agone politico e che i partiti in Parlamento scelgano il futuro assetto della legge elettorale in nome della tanto sbandierata governabilità. Grillo intanto continuerà a fare il suo gioco, provocando e proponendo quella ventata di novità derivante da volti nuovi e freschi, quegli stessi volti che hanno convinto gli elettori di Parma e che sulla scia del recente successo collocano il Movimento 5 Stelle oltre il 15%. Il secondo partito italiano secondo qualche sondaggista. Con la differenza che da lunedì i grillini amministrano quattro città e saranno giudicati sulla base delle scelte e dei risultati. I comizi straripanti di Grillo che hanno invaso le piazze italiane per mesi non saranno più sufficienti per giustificare scomode decisioni politiche.

Una nuova partita è appena cominciata.          


May 15

Genova, la sfida Doria - Musso

A Genova oggi arrivano anche Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola per dare il via alla volata finale di Marco Doria in vista del ballottaggio di domenica e lunedì prossimi. Troppo importante e prezioso il capoluogo ligure per il centrosinistra per correre rischi. Il primo turno d’altra parte ha sancito la netta supremazia di Doria che ha raggiunto il 48,31% contro il 15% pulito del suo avversario, il candidato del Terzo Polo Enrico Musso. Ai nastri di partenza sono ben 33 i punti di distanza tra i due contendenti alla carica di Sindaco, un margine difficilmente colmabile in due settimane. Vediamo perché e cerchiamo di capire quali sono le (poche) opportunità di rimonta per Musso.

Marco Doria - Centrosinistra. Sono rari i precedenti di ballottaggio a Genova, una città connotata da un’evidente stabilità politica. In quest’ultima tornata il candidato del centrosinistra non è riuscito a superare la prova al primo turno, anche a causa della dispersione del voto e del rafforzamento di candidati un tempo considerati minori, come Putti del Movimento 5 Stelle che ha raggiunto il 14%, sfiorando il ballottaggio. Il lieve ridimensionamento della coalizione di centrosinistra non è giustificabile solo con la variabile “dispersione” perché rispetto alle elezioni comunali del 2007 sono cambiati anche altri fattori: primo tra tutti il calo di 2,5 punti dei voti ottenuti dalla coalizione (53,3% nel 2007, 50,76% oggi), calo a cui ha fatto seguito anche il candidato Doria che si è fermato al 48,31% contro il 51,21% di Marta Vincenzi nel 2007. Il 2,5% in meno sul totale dei voti di coalizione non è un dato catastrofico, soprattutto se facciamo riferimento a percentuali elevate che da sole valgono la metà del peso degli elettori genovesi, anzi si può definire un calo fisiologico visto che negli ultimi cinque anni, caratterizzati anche da un’amministrazione duramente contestata, il contesto italiano è mutato. Eppure quel 2,5% è stato sufficiente per portare Doria sotto l’asticella del 50% + 1 dei voti necessari per essere eletto al primo turno. Un altro elemento importante alla vigilia del voto ha riguardato direttamente Doria e il suo elettorato di riferimento: quanto un candidato espressione indiretta di Sel ha contribuito a far crollare il Partito Democratico dalle altissime percentuali degli ultimi anni (34,6% nel 2007 con l’Ulivo, 35,9% nel 2009, 31,7% nel 2010) al 23,9% fatto registrare lo scorso fine settimana? Un crollo in gran parte compensato dalla lista civica Doria, che ha raggiunto il 12,8% contro il 2,5% delle civiche nelle precedenti comunali del 2007, ma che non basta a sciogliere tutti i dubbi e le incertezze sull’effettivo comportamento tenuto nel segreto dell’urna dall’elettorato democratico moderato. Per quanto riguarda il resto della coalizione l’Italia dei Valori ha raggiunto il 6% (in crescita rispetto al 3,6% del 2007, ma in netto calo rispetto al 10% di Regionali 2010 e Europee 2009) mentre Sel è inevitabilmente cresciuta, agguantando il 5% dei voti (+2,2% sulle Regionali 2010).  

Enrico Musso - Terzo Polo. Genova è uno dei pochi laboratori politici di un Terzo Polo già defunto (secondo Casini) o mai esistito (secondo gli analisti). Enrico Musso è riuscito a raggiungere il 15% dei voti e sfiderà Doria al ballottaggio. Appoggiato da Udc, Fli e Api, tutti e tre i partiti sono confluiti all’interno di un unico listone civico che si è fermato al 12,48%. Rispetto alla posizione di Doria emerge subito un ribaltamento: Musso ha preso più voti rispetto alla lista che lo sosteneva grazie ad un alto livello di popolarità certificato da tutti i sondaggi pre elettorali che lo collocavano ben al di sopra del candidato del centrosinistra. La notorietà di Musso basterà per sperare in un miracoloso recupero dei quasi 88.000 voti di differenza che lo separano da Doria? Sarà difficile, come evidenziano i dati elettorali. Musso, infatti, è già stato candidato nel 2007 (sfidò la Vincenzi) con una coalizione allargata di centrodestra che comprendeva Fi, An, Lega Nord e Udc e arrivò a sfiorare il 46%, contro il 43,6% della coalizione stessa. Oggi quell’alleanza non esiste più ma il valore assoluto di Enrico Musso candidato Sindaco non è cambiato di molto: nel 2007, sommando i voti della lista civica con quelli dell’Udc e con una parte di An che oggi si riconosce in Futuro e Libertà (ricreando quindi la stessa alleanza odierna), il peso della coalizione si attestava sugli stessi livelli di oggi, tra il 12 e il 14%. All’epoca, però, Musso poteva contare anche sui voti fondamentali di Forza Italia (22,6%) mentre oggi, anche ipotizzando un consenso totale dell’elettorato del Pdl verso il candidato centrista, il partito di Alfano non vale più del 10%. Troppo poco per completare una rimonta che sembra impossibile.

Come andrà a finire. Le speranze di Musso sono legate a due fattori: il calo dell’astensionismo e il voto dei “grillini”. L’astensione ha fatto registrare un record a Genova, dove ha votato solo il 55,57% degli aventi diritto, contro il 61,7% del 2007 e il 67,2% del 2002. C’è da scommettere che una fetta consistente di questi elettori appartiene al centrodestra, ma non sarà facile riportarli a votare. Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle è difficile tracciare ed identificare il voto espresso da un elettorato in parte disilluso e in parte deciso a protestare contro l’attuale classe politica. Drenare i voti dello schieramento grillino non sarà per nulla semplice, né per Doria né tanto meno per Musso. Ma mentre il primo può concedersi questo lusso, il secondo ha il disperato bisogno di incrementare il suo bacino elettorale. Pena una netta (e prevedibile) sconfitta.            


May 13

Il ciclone Orlando si abbatte (ancora) su Palermo

Non ha lasciato scampo a nessun partito il ciclone Leoluca Orlando, nemmeno alla “sua” Italia dei Valori, che cresce in termini percentuali, ma sembra uno gnomo rispetto alle cifre che conferiscono la netta vittoria al candidato. Già tre volte Sindaco della città, già candidato alle regionali 2001 perse contro Totò Cuffaro, già candidato (sì, un’altra volta) al Comune di Palermo nel 2007 e sconfitto dal discusso Cammarata, oggi Orlando è tornato a gonfie vele a far discutere di sé, portando a casa un risultato che non si vedeva dai tempi d’oro della Rete. Un ottimo risultato personale, s’intende. Già perché il ciclone Orlando, oltre agli avversari, ha travolto praticamente tutti i partiti, drenando sulla sua figura rassicurante e già vista una gran parte dei voti che l’elettorato palermitano non avrebbe mai assegnato ai partiti tradizionali: tra il 47 e il 48%, è questo il sorprendente risultato incassato da Orlando al primo turno delle Comunali di Palermo, mentre le liste che lo sostengono si sono fermate poco sopra il 15%. Uno scarto di ben 33 punti percentuali tra candidato e liste è davvero alto ed è un chiaro indicatore del lento ma progressivo disincanto verso i partiti tradizionali. E’ vero che Italia dei Valori e La Sinistra non sono affatto due movimenti in grado di catalizzare un consenso così ampio, ma il crollo ha riguardato tutti indistintamente. 

Il Popolo della Libertà è il primo vero sconfitto di questa tornata e passa dalle percentuali record del decennio precedente (quando Forza Italia riusciva ad attecchire in tutta la Regione), come il 38% alle regionali 2008 o il 25% incassato da Fi e An alle Comunali 2007, ad un imbarazzante 8,3%. Per il partito di Alfano essere scesi sotto l’asticella del 10% rappresenta, eufemisticamente, una sconfitta. Senza precedenti. Anche l’Udc, che nel resto del paese ha sostanzialmente retto all’ondata di antipolitica, retrocede al 7,6% rispetto al 13,5% del 2008 e al 12% del 2007. Entrambi i partiti (soprattutto il primo) hanno scaricato la responsabilità della sconfitta sul giovane candidato Massimo Costa, considerato troppo debole dai dirigenti locali. Se da un lato questa argomentazione può essere credibile osservando i voti ottenuti da Costa (12,8%) e confrontandoli con le percentuali praticamente doppie delle liste che lo sostenevano (25,4%), dall’altro Pdl e Udc sono crollati anche a causa di dieci anni di amministrazione della città finiti sotto la lente d’ingrandimento di un Commissario governativo, tra enormi buchi di bilancio, società partecipate che hanno svolto il ruolo dei Centri per l’Impiego e scelte politiche quanto meno discutibili.

Dall’altro lato dello schieramento le cose non vanno meglio. Il candidato di (parte del) Pd e Sel Fabrizio Ferrandelli sarà lo sfidante di Orlando al ballottaggio ma dopo il primo turno parte con un distacco di circa trenta punti. Un abisso anche se in molti sostengono che ora si ricomincia da capo, riconquistando ogni singolo voto. Vedremo. Intanto i partiti che sostengono Ferrandelli hanno subito un brusco ridimensionamento: il Pd infatti ha preso meno voti del Pdl, e questo non sarebbe una novità in Sicilia, ma visto il modesto risultato del partito di Alfano era lecito aspettarsi che i democratici superassero la soglia del 10% mentre si sono fermati al 7,8%. E’ molto probabile che una parte della base del Pd abbia preferito Orlando a Ferrandelli dopo il discusso esito delle primarie di coalizione, come sembra confermare Giuseppe Alberto Falci su Linkiesta.  

Il risultato delle Comunali di Palermo avrà un riflesso anche sulla politica regionale. Il Movimento per le Autonomie del Governatore Lombardo si ferma al 7,5%, poco meno del risultato deludente del suo candidato, l’outsider Alessandro Aricò, che non va oltre l’8,9%. Nonostante il discreto 4,3% di Futuro e Libertà (se comparato con le percentuali minime del resto d’Italia) il nascituro Terzo Polo di stampo siculo ha deluso le aspettative. Lombardo lo sa e prova a giocarsi le ultime carte a disposizione lanciando il Nuovo Polo, un’aggregazione di forze moderate di centro composta da Fli, Mpa, Mps e Api, con l’obiettivo di accerchiare il Pd (che in Regione sostiene Lombardo) e rilanciare l’offerta politica in una Regione che sembra avergli improvvisamente voltato le spalle.

Insomma il ciclone Orlando ha colpito ancora, catalizzando voti e aspettative dei cittadini di Palermo. Anche in passato il già tre volte Sindaco è sempre riuscito a superare nettamente i voti delle coalizioni che lo sostenevano (+6% nel 2001, +7,5% nel 2007) ma in questa tornata il suo nome, forte e popolare, ha convinto quasi tutti gli elettori. Lasciando solo briciole agli avversari.  


May 4

Lecce in bilico: continuità o rinnovamento?

Non avrà vita facile il futuro Sindaco di Lecce. Nella città salentina è ancora alta la percentuale degli indecisi, ma certamente il confronto a due tra Paolo Perrone (Sindaco uscente in quota centrodestra e grande favorito della vigilia) e Loredana Capone (candidata del centrosinistra dopo la vittoria alle primarie, vice di Vendola in Regione) segnerà il futuro di Lecce: da un lato la continuità e per certi versi la tranquillità di chi governa ininterrottamente da anni, dall’altro il possibile e potenziale rinnovamento della classe dirigente locale. E’ dal 1998, quando Adriana Poli Bortone strappò il Comune a Stefano Salvemini, che il centrodestra governa la città. Dopo i due mandati della “donna forte” di Lecce, da molti considerati gli anni d’oro del rilancio del centro salentino, nel 2007 è l’attuale Sindaco Paolo Perrone ad affermarsi, raccogliendo con la sua coalizione oltre il 56% dei voti. Negli ultimi cinque anni, però, la luna di miele del centrodestra con gli elettori si è ridimensionata, tra filobus milionari, spese fuori controllo (secondo i detrattori) e la rottura politica tra il Sindaco e il suo predecessore. Perrone e la Poli si sono reciprocamente delegittimati per anni, prima di ritrovare un filo conduttore alla vigilia della presentazione delle liste, riportando Io Sud, il partito co-fondato proprio dalla Poli, nei ranghi del centrodestra. Il rischio di mettere in discussione quella che ormai tutti considerano una roccaforte “azzurra” era troppo elevato per cedere alle rappresaglie di potere, ma il problema sarà capire se gli elettori “fedeli” dimenticheranno i momenti bui degli ultimi anni.

Da An a IoSud. In una città dove i missini raggiungevano spesso il 14-15% la forza elettorale della destra leccese non può essere sottovalutata. Adriana Poli Bortone è stata una rappresentante di primo piano del Movimento Sociale e di Alleanza Nazionale (Ministro delle risorse agricole nel primo Governo Berlusconi e responsabile delle politiche per il mezzogiorno). An a Lecce ha sempre ottenuto risultati ben al di sopra della media nazionale, tanto che nel 2007 si è affermato come primo partito con il 20% dei voti. Anche in occasione delle due elezioni (1998 e 2002) che incoronarono la Poli Bortone l’alleanza tra Fi e An si rivelò fruttuosa: la sola somma dei voti accumulati dai due partiti sfiorò il 50% nel 2002. I problemi cominciarono con la nascita del Pdl e la relativa rimozione di tutto quel retaggio culturale e ideologico su cui si fondava la destra italiana: nel 2008, alla vigilia delle politiche, i principali candidati dei due schieramenti spingevano per la nascita di un sistema sempre più bipolare e, sul lungo termine, bipartitico, con l’obiettivo di eliminare le ali estreme e assicurare più governabilità agli esecutivi. Proprio quell’anno il debutto leccese del Pdl fu sorprendente: 46,6% contro il 34,5% dei democratici. A consacrare il successo del nuovo centrodestra ci pensò anche la Poli Bortone, candidandosi per il Senato nelle liste del Pdl. Poi qualcosa cambiò. Nel 2009 le prese di posizione di Fini tese ad ammorbidire le idee storiche della destra italiana e le prime frizioni con il premier Berlusconi convinsero la Poli ad abbandonare la nave del Pdl per creare un nuovo movimento al passo con i tempi, parzialmente deideologizzato e fortemente radicato nel territorio. Io Sud nasce per accogliere chi non vuole dimenticare l’esperienza di An ma anche per “per dare maggiore spinta energetica alla crescita del territorio”. Due anni dopo l’elezione di Perrone Io Sud sospende il suo appoggio al Sindaco e alla coalizione di centrodestra, per poi presentarsi insieme all’Udc di Casini alle provinciali di Lecce nel 2009 e alle Regionali pugliesi nel 2010, collocandosi intorno al 10%. La candidatura solitaria della Poli è stata considerata fondamentale per la riconferma di Vendola nel 2010, visto che in quella tornata il Pdl ha perso per strada più del 10% rispetto alle europee dell’anno prima. A Lecce il centrodestra non poteva permettersi lo stesso errore ed ecco che Pdl, Io Sud e Fli sono tornati a coalizzarsi: vecchia e nuova destra di nuovo uniti in una città storicamente conservatrice. A quasi 15 anni di distanza il destino di Lecce è ancora legato al nome di Adriana Poli Bortone.    

Le (poche) speranze del Pd. A parte la parentesi di Stefano Salvemini, Sindaco negli anni ‘90, il centrosinistra leccese non è mai riuscito a rompere il muro del conservatorismo nell’elettorato leccese. Le (poche) speranze sono riposte in Loredana Capone che nel 2009 alle provinciali di Lecce è riuscita a trascinare al ballottaggio il candidato del centrodestra Gabellone, poi risultato vincente per pochi punti. Anche in quell’occasione però gli indiscutibili meriti della Capone andavano valutati insieme alla rottura politica tra Io Sud e il centrodestra, visto che al primo turno la Poli Bortone raccolse oltre il 21% dei voti, spianando la strada al ballottaggio. Oggi, come visto, non c’è più quel clima di forte contrapposizione politica nel centrodestra e il Partito Democratico per ottenere un risultato di rilievo dovrà spingersi ben oltre il 18% ottenuto alle Regionali due anni fa, magari sperando in una crescita parallela delle liste civiche a sostegno della candidata democratica. Tutto questo, però, ha un solo vero obiettivo: portare Perrone al ballottaggio. Perchè per il centrosinistra leccese la vittoria della Capone al primo turno è quasi un’utopia.  


May 3

Verona, il castello di Tosi

A Verona tutto ruota intorno al Sindaco uscente Flavio Tosi. La sua riconferma (al primo turno) sembra davvero a portata di mano dopo il sostegno ricevuto dal mondo cattolico e da (ex) avversari come Massimo Cacciari. Sono ormai lontani gli anni delle contrapposizioni frontali con l’area dell’associazionismo cattolico, fondamentale a Verona, quando Tosi proponeva selvagge raccolte di firme per “mandare via gli zingari”. Dopo il primo mandato, secondo Ubaldo Casotto (Il Foglio), è chiaro che “dietro il pragmatismo del giovane sindaco c’è una capacità politica di unire, dopo aver suscitato odi profondi, che ha avuto il suo test proprio nel rapporto con il mondo cattolico”. I trend elettorali confermano che Verona non è catalogabile come roccaforte indiscussa della Lega, non è una Varese del Veneto per intenderci, ma una città che nel corso degli anni ha saputo scegliere candidati di diversi schieramenti, sempre ispirata da un’indiscussa vocazione (demo)cristiana. Nel 2002, infatti, fu il centrosinistra a spuntarla nel capoluogo scaligero con l’elezione a Sindaco di Paolo Zanotto, figlio di Giorgio, storico primo cittadino della Dc noto in città per la promozione dell’aeroporto, la valorizzazione dell’area industriale e lo sviluppo della Fiera di Verona e, soprattutto, per l’impegno nella direzione della Società Cattolica di Assicurazione. Dc nella Prima Repubblica, figli di democristiani nella Seconda e, dal 2007, un Sindaco leghista che manda sorprendentemente al tappeto, doppiandolo, proprio Paolo Zanotto. Oggi Tosi, dopo un mandato, non esita a definirsi “un aggregatore delle forze moderate”: la chiave del successo.

Lega Padrona? A Verona l’incremento dei voti della Lega Nord è evidente, tanto che nel 2010 il Carroccio è diventato il primo partito cittadino, portando a casa oltre il 30% dei consensi alle Regionali. Una crescita progressiva, dal minimo del 6% alle Comunali 2002, passando per il 12% alle comunali 2007 (in questo caso va precisato che la Lista Tosi drenò molti voti al Carroccio) fino al 26-27-30% nei tre anni successivi. Rispetto a gran parte del nordest la forza della Lega è si strutturale e ben distribuita ma non quanto basta per garantirle sempre un successo. Non bisogna dimenticarsi di una breve ma importante parentesi quando nel 2008, alle politiche che incoronarono Berlusconi e rilanciarono la Lega, il neonato Partito Democratico si affermò come primo partito cittadino, sfiorando il 30% contro il 25% nella circoscrizione (terzo partito) e il 22,5% nella Provincia. Dettaglio sottile ma esemplare per chiarire il ruolo di Tosi, il suo forte radicamento nel mondo dell’associazionismo cattolico e le parole di apprezzamento spese per lui da quasi tutti i rappresentanti di enti e istituzioni della città. Senza il consenso dell’ala cattolica e senza una lista civica di supporto i voti della Lega (forse) non basterebbero per sperare di spuntarla con ampio margine al primo turno.

La destra scaligera. Un altro partito che ai tempi della Prima Repubblica otteneva più voti della media nazionale era il Movimento Sociale Italiano. A Verona la destra non può essere sottovalutata e se i voti dei missini sono confluiti per anni in Alleanza Nazionale prima e (in parte) nel Pdl poi, alla vigilia di queste amministrative la situazione è più complessa. Una buona fetta della dirigenza pidiellina veronese, composta da ex forzisti ma anche da rappresentanti della destra sociale, si è opposta alla decisione della segreteria nazionale di togliere l’appoggio a Tosi (con il quale il Pdl ha governato fino ad oggi) candidando Castelletti. In tutta risposta Alfano ha sospeso i transfughi del suo partito. Una scelta che probabilmente non basterà ad evitare una consistente fuga di voti dal Pdl verso Tosi. Il Sindaco, infatti, in questi cinque anni ha coltivato rapporti anche con la destra scaligera, non senza polemiche. Per il Pdl, di conseguenza, si prospetta un ridimensionamento elettorale: sarà difficile confermare il 28% ottenuto nel 2007 (Fi+An).

Lo stallo del centrosinistra. Dopo il successo nel 2002, con l’elezione a Sindaco di Zanotto, e la breve parentesi del 2008 (Pd primo partito) il centrosinistra veronese ha imboccato un vicolo cieco, perdendo anche l’appoggio e il sostegno dell’area cattolica. Per quanto il serbatoio di voti dei democratici non sia sottovalutabile (22,5% nel 2009 e 2010) al candidato ambientalista Bertucco manca la spinta propulsiva di un partito forte e radicato in città. Nemmeno l’Italia dei Valori di Antonio di Pietro sembra in grado di dare una scossa alla campagna elettorale del centrosinistra, nonostante percentuali di voto al di sopra della media nazionale (8,90% nel 2009 e 7,30% nel 2010) e l’opposizione al Governo dei tecnici. Se a questi elementi aggiungiamo la storica debolezza della sinistra radicale, con Sel al 2% nel 2009 e all’1,80% nel 2010, la sfida per Bertucco si fa davvero difficile. Secondo gli ultimi sondaggi la forbice di voti a favore delle liste del centrosinistra oscillerebbe tra il 23 e il 28,6%, troppo poco per impensierire Tosi. L’unica speranza per Bertucco è rosicchiare qualche voto moderato in questi ultimi giorni di campagna elettorale, trascinando Tosi al ballottaggio. Ma i numeri sono tutti dalla parte del Sindaco uscente, definito giustamente da Stella il “leghista democristiano”. 


Apr 29

Palermo, tutto (ancora) da decidere

Palermo è, tra i grandi centri urbani, quello dove regna più incertezza sull’esito delle prossime comunali. Palermo e la Sicilia sono le realtà che, nella storia della seconda Repubblica italiana, hanno anticipato il quadro politico che si sarebbe poi concretizzato su scala nazionale, a partire dal celebre 61 a 0 delle politiche 2001, quando tutti i collegi della Regione vennero conquistati dalla Casa delle Libertà, dando il via alla seconda, lunga stagione del Governo Berlusconi.

La Palermo che si appresta a votare oggi è una città ferita dai debiti, dalla mancanza di lavoro e da un’amministrazione (il Comune è commissariato), quella del due volte Sindaco Diego Cammarata, che non ha ottenuto grossi risultati negli ultimi anni. Dopo il dominio elettorale del centrodestra, iniziato nel 2001 e mai realmente ridimensionatosi, l’imminente tornata elettorale rappresenta(va) per il centrosinistra un’occasione d’oro per riprendersi il Governo della città. Peccato che la coalizione di Ferrandelli (vincitore delle primarie) si sia sfaldata, rimettendo in pista il già tre volte Sindaco Orlando che, non riconoscendo l’esito delle primarie, ha ottenuto l’appoggio di Idv, Verdi e Fds. Un centrodestra che sembrava in difficoltà è riuscito invece a ricompattarsi su Massimo Costa, mentre l’outsider Alessandro Aricò, sostenuto dai finiani e dal Governatore Lombardo, potrebbe rosicchiare punti preziosi agli avversari. Questo è il quadro a pochi giorni dal voto, ma nessuno è in grado di scommettere sul nome del prossimo Sindaco, anzi le quotazioni sono tutte per il ballottaggio, dove le coalizioni si rimescoleranno e il peso elettorale potrebbe definitivamente spostarsi sul candidato vincente.

La storia elettorale di Palermo nella Seconda Repubblica è più complessa di quanto si possa immaginare: Leoluca Orlando è stato eletto Sindaco nel 1993 e riconfermato nel 1997. Nel primo caso vinse con percentuali bulgare, oltre il 75% dei voti, per poi essere rieletto al primo turno con poco meno del 60%. La Palermo degli anni ‘90 non può essere definita una città “orientata a sinistra” perché il peso elettorale dei partiti di allora (Pds, RC, Verdi…) ha raramente superato il 15%. Nel ‘93 e nel ‘97 le vittorie di Orlando furono il frutto della personalità del Sindaco, molto apprezzato in città (tanto che il suo decennio viene spesso ricordato come la “Primavera di Palermo”), che con il suo movimento “La Rete” ottenne rispettivamente il 32 e 20%. Dieci anni dopo Orlando ci riprova puntando ancora sulla sua personalità: lo slogan “il Sindaco lo sa fare” ne è la palese dimostrazione.

Uscito di scena Orlando nel 2001, sulla scia di elezioni politiche che incoronarono Berlusconi e la Casa delle Libertà, Palermo passa nelle mani del centrodestra e del nuovo Sindaco Diego Cammarata che vince con il 56% dei voti (Fi 25%, CdU 13%, An 6%), per poi riconfermarsi nel 2007, sfidando proprio Orlando, con il 53,5% (Fi 19%, Udc 12%, An 6,3%). Quella che da molti è stata etichettata come la svolta definitiva verso il centrodestra del capoluogo siciliano in realtà si scontra con una realtà storica ben precisa: il 2001 e il 2007, infatti, furono due annate molto favorevoli alla coalizione di Berlusconi, nel primo caso con la netta vittoria alle politiche, nel secondo caso per le palesi difficoltà del Governo Prodi, accusato di “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”. In entrambi i casi la situazione politica nazionale si è riflessa sulla politica locale, anche a causa dell’enorme importanza simbolica che i partiti hanno sempre attribuito alle elezioni amministrative.

Non è un caso se anche le politiche 2008 e le europee del 2009 hanno visto la netta affermazione del neonato Pdl a Palermo, rispettivamente con il 46 e 35%. Attenzione però, per quanto possano persistere vecchi modi di interpretare la politica nel meridione d’Italia e per quanto la forza politica del centrodestra sia indiscutibile, queste nette affermazioni sembrano davvero il riflesso di un clima d’opinione nazionale che muta a seconda delle circostanze. Quello che Palermo potrebbe decretare tra meno di una settimana è l’inizio di un nuovo ciclo politico, con nuove alleanze e prospettive. Per la prima volta da molti anni le comunali palermitane si svolgono in un quadro completamente indecifrabile, dove a sorreggere il Governo nazionale non c’è uno dei due schieramenti ma parti di entrambi e le coalizioni saranno definite anche in base ai risultati delle amministrative nelle città metropolitane.  


Apr 28

Genova, un esercito a caccia di voti

A Genova tutti i candidati sono a caccia di voti “pesanti” a una settimana dalle elezioni per scongiurare la vittoria al primo turno del favorito Marco Doria. Ovvia conseguenza di questa caccia indiscriminata al voto sono le polemiche tra i candidati su questioni politiche e personali fino a ieri riposte in un cassetto. A tener banco nel dibattito genovese negli ultimi giorni sono state le proprietà immobiliari di Doria, accusato dal candidato del Terzo Polo Musso di aver dimenticato di dichiarare le sue ricchezze durante la campagna elettorale. In tutta risposta Doria ha pubblicato i dettagli della sua situazione patrimoniale, chiudendo la polemica. 

Anche l’Imu , la già odiata imposta municipale sugli immobili, ha fatto il suo ingresso nella campagna elettorale del capoluogo ligure. Pierluigi Vinai, candidato del Pdl, ha espresso la sua totale contrarietà alla nuova tassa facendo affiggere in città numerosi manifesti, piuttosto eloquenti: “Io sono contro l’Imu”. Anche in questo caso Doria ha preso una posizione piuttosto impopolare. Invece di cavalcare l’onda del malessere sociale per l’introduzione di nuovi balzelli fiscali il candidato del centrosinistra ha difeso a spada tratta l’Imu in 140 caratteri: “Ho visto dei manifesti indecenti in questa campagna, come VINAI: io sono contro l’IMU! Questo significa semplicemente spararle piu’ grosse”. Non solo. Doria ha dichiarato anche di essere l’unico candidato disposto ad agire sulle aliquote Imu (aumentandole, ndr) per reperire risorse da destinare ai servizi pubblici. 

Sarà il potere della comunicazione o l’ampio vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono ma Marco Doria, per ora, ha condotto una campagna elettorale tipica di un candidato che è sicuro di vincere con facilità e non ha bisogno di slogan propagandistici per promuovere un programma. La parola alle urne.


Apr 24

Apr 23

Tra pizzo e partecipate. La Palermo che verrà

In una città ferita come Palermo si sprecano le idee su come intervenire per risollevarne le sorti. I candidati alla carica di Sindaco dell’era post Cammarata hanno discusso di due dei più grandi problemi del capoluogo siciliano, la mafia e le società partecipate dal Comune. 

Nel corso di un’iniziativa dell’associazione Addiopizzo Fabrizio Ferrandelli, candidato di Pd e Sel, ha dichiarato:

"La mia amministrazione sarà al fianco di tutti gli imprenditori, le associazioni e i soggetti che avranno la forza di denunciare: per loro ci sarà il taglio delle imposte comunali per cinque anni, l’intera durata del mandato".

Allo stesso incontro ha preso parte anche Orlando, candidato di Idv, Verdi e Fds, che ha sottolineato:

"Ho trovato molti punti in comune con chi, nel mondo dell’impresa e del lavoro, vuole affermare il principio della convenienza economica della legalità”.

Confindustria Sicilia da qualche anno ha deciso di cacciare gli imprenditori che, invece di denunciare un’estorsione, scelgono di pagare il pizzo alla criminalità organizzata. E proprio nella sede degli industriali palermitani si è svolto un altro incontro tra i candidati per discutere delle società partecipate, emblema di un’amministrazione che ha drenato soldi dalle casse comunali per versarli in carrozzoni clientelari, lasciando un preoccupante buco di bilancio. Ferrandelli e Aricò puntano tutto sulla costituzione di una holding dei servizi che accorpi le diverse gestioni, riduca i cda e ottimizzi le spese (occhio al precedente di Parma), Marianna Caronia, candidata del Pid, sponsorizza un piano strutturale di privatizzazioni, mentre è più cauta in merito la posizione di Orlando che propone un Patto per la Palermo produttiva ma non esclude l’ipotesi di gestione stralcio per l’intero Comune “come ha fatto Alemanno a Roma, con il sostegno del governo nazionale”. Potere dell’accentramento.


Apr 22
#OpenPalermo. Da un paio di giorni il candidato Sindaco Leoluca Orlando ha dato forma e sostanza alla campagna elettorale sul web. Dopo i dubbi sui follower e un sito personale piuttosto scarno, ieri Orlando ha scelto Google+ Hangouts per presentare Palermo città digitale. Con collegamenti da Cina, Stati Uniti, Belgio…e un confronto sui problemi della città e sulla sua attrattività internazionale.
Resta da capire se #openpalermo (ormai hashtag fisso di Orlando) sarà uno strumento temporaneo e “modaiolo” per promuovere la candidatura dell’ex Sindaco o se diventerà una vera bussola politica in caso di vittoria.

#OpenPalermo. Da un paio di giorni il candidato Sindaco Leoluca Orlando ha dato forma e sostanza alla campagna elettorale sul web. Dopo i dubbi sui follower e un sito personale piuttosto scarno, ieri Orlando ha scelto Google+ Hangouts per presentare Palermo città digitale. Con collegamenti da Cina, Stati Uniti, Belgio…e un confronto sui problemi della città e sulla sua attrattività internazionale.

Resta da capire se #openpalermo (ormai hashtag fisso di Orlando) sarà uno strumento temporaneo e “modaiolo” per promuovere la candidatura dell’ex Sindaco o se diventerà una vera bussola politica in caso di vittoria.


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