Amministrative 2012

Notizie e spunti su candidati e città al voto

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May 23

Amministrative 2012, fine dei giochi

Con i ballottaggi si sono chiuse le amministrative 2012. I risultati ci offrono una chiave di lettura ben diversa di quest’ultima tornata elettorale, diversa da come spesso si tenta di dipingere il voto, la partecipazione popolare e il rispetto (se non la devozione) verso i simboli repubblicani. Questa volta non è andata proprio così. Le classiche schermaglie della campagna elettorale declinate a mera delegittimazione dell’intera classe dirigente (e non del suo eletto più rappresentativo o del partito avverso nella dicotomia bipolare) hanno preso il sopravvento, spostando il baricentro della propaganda partitica su temi tanto locali quanto nazionali. Sarebbe fortemente sbagliato affermare che le amministrative 2012 non hanno riguardato i singoli comuni, i singoli candidati, i confronti programmatici, perché è pur sempre vero che questo è stato e resta un voto locale. E’ altrettanto chiaro però che questo stesso voto (o non voto, a seconda dei punti di vista) ha coinvolto l’intera classe dirigente nazionale, che puntualmente si è spesa per sostenere i propri candidati, e ha convogliato sul binario locale i grandi temi che scuotono la politica italiana e il rapporto con i cittadini/elettori: dal finanziamento pubblico alla legge elettorale, dalla corruzione alla crisi economica, dal disagio sociale alle nuove imposte (semi)locali come l’Imu. Tutto insieme in un unico calderone, dove è sottile, quasi invisibile, la linea di demarcazione tra Comune e Stato.

Sono un segno dei tempi che cambiano le roboanti e taglienti esternazioni di Beppe Grillo, ancora ieri impegnato ad aggredire gli avversari politici, e la strategia per la prima volta davvero difensiva del leader del primo partito italiano, Pierluigi Bersani, costretto ad invocare “la calma”, senza possibilità reali di sfornare risposte velate di superiorità e certezza. Per la prima volta l’agenda politica cambia perché dettata, imposta da un movimento che ha preso il sopravvento sui partiti tradizionali. Il ghigno e la presunta certezza del consenso popolare non sono più armi a disposizione dei leader per sbarazzarsi con malcelata arroganza di un (ex)comico. Ora anche i cittadini hanno voltato le spalle alla politica e se questa saprà rinnovarsi nei prossimi mesi sarà anche merito di un Grillo per troppo tempo sottovalutato o strumentalizzato.

Il tasso di astensionismo è sempre stato il termometro della credibilità o della disaffezione verso l’offerta politica e mai come in questo caso è la testimonianza di un indietreggiamento forte e radicale dei cittadini nei confronti dei partiti e del loro tentativo di scaricare sul civismo di bandiera il ridimensionamento della loro popolarità. Ai ballottaggi di domenica e lunedì scorsi ha votato solo il 51,38% degli aventi diritto nelle Regioni a statuto ordinario, poco più di un elettore su due. Una cifra scoraggiante che richiede cambiamenti strutturali e una risposta politica forte ed immediata. Il crollo di Pdl e Lega, l’incerta stazionarietà di Udc, Idv e Sel, la presunta riscossa del Partito Democratico che ha sì guadagnato Comuni ma non ha allargato la sua base elettorale, sono il segno di un rinnovamento necessario dell’offerta e del contenitore politico, più che di un semplice maquillage di loghi e nomi dei partiti.

La strada è segnata. Le amministrative 2012 lasciano una pesante eredità sulle spalle dei leader, costretti a cambiare radicalmente strategia. Il Popolo della Libertà, primo partito italiano dal 2008 fino a pochi mesi fa, esce con le ossa rotte da quest’ultima tornata e dovrà cercare un rilancio attraverso l’aggregazione di forze moderate in una grande federazione, piuttosto che in un mero cambiamento di facciata del nome in vista delle politiche 2013. La Lega Nord, fino a qualche mese fa alleato fedele del Pdl, cercherà linfa vitale nella nuova leadership (ormai scontata) di Roberto Maroni, nel tentativo di traghettare il partito di “Roma ladrona” al di fuori delle sabbie mobili delle inchieste giudiziarie che ne hanno minato la credibilità mettendo in discussione un importante serbatoio di voti.

L’Udc, forse il solo partito che non ha perso voti, ha già messo in cantina il progetto Terzo Polo, un’archiviazione di fatto dettata dall’insuccesso e dalla scarsa progettualità politica dei tre partiti che componevano l’alleanza; dopo anni di baldanzosi tira e molla con i due schieramenti figli del bipolarismo nato nella Seconda Repubblica Casini dovrà scegliere da che parte stare. Il sostegno acritico al Governo Monti non è più sufficiente per catalizzare il tanto ambito voto moderato.

Idv e Sel non perdono, ma di certo non possono essere etichettati come i vincitori delle amministrative: i dipietristi non riescono a raccogliere i frutti sperati (e dati per scontati) dall’opposizione parlamentare al Governo Monti, mentre Sel non incassa i dividendi della sua assenza da Camera e Senato insieme al forte e deciso contrasto alle politiche dell’esecutivo tecnico. Anche il Partito Democratico, come già documentato, non può ergersi a vincitore della contesa elettorale, visto che i voti incassati non certificano un’incremento del consenso ma si limitano ad evidenziare la debolezza di un avversario attualmente fuori gioco.

Qualcosa dovrà cambiare nei prossimi mesi perché le elezioni amministrative hanno come previsto cambiato lo scenario politico e posto fine al fumoso bipolarismo che per anni ha contraddistinto la politica italiana, portandola qualche anno fa ad immaginare addirittura un bipartitismo puro. Non è andata così. I (pochi) voti evidenziano disaffezione, dispersione, necessità di nuovi riferimenti politici. Su questo campo comincia una nuova partita che si trascinerà nei prossimi mesi tra promesse, slogan e qualche novità. In attesa che qualche tecnico “scenda in campo”, che Montezemolo e la sua Italia Futura decidano di entrare nell’agone politico e che i partiti in Parlamento scelgano il futuro assetto della legge elettorale in nome della tanto sbandierata governabilità. Grillo intanto continuerà a fare il suo gioco, provocando e proponendo quella ventata di novità derivante da volti nuovi e freschi, quegli stessi volti che hanno convinto gli elettori di Parma e che sulla scia del recente successo collocano il Movimento 5 Stelle oltre il 15%. Il secondo partito italiano secondo qualche sondaggista. Con la differenza che da lunedì i grillini amministrano quattro città e saranno giudicati sulla base delle scelte e dei risultati. I comizi straripanti di Grillo che hanno invaso le piazze italiane per mesi non saranno più sufficienti per giustificare scomode decisioni politiche.

Una nuova partita è appena cominciata.          


May 22

Ballottaggi - Pdl e Lega crollano, Terzo Polo svanito, boom di Grillo

Su 26 Comuni capoluogo il Popolo della Libertà ne ha vinti 6 (Lecce, Frosinone, Trapani, Trani, Gorizia e Catanzaro), la Lega Nord 1 (Verona), l’Udc 2 (Cuneo e Agrigento), il Movimento 5 Stelle 1 (Parma). Analizzando i dati elettorali appare netta e schiacciante la sconfitta dei due partiti che hanno governato il paese dal 2008 al 2011, Pdl e Lega.

Il Pdl in particolare arretra in tutto il territorio nazionale (eccezion fatta per Lecce, dove il Sindaco è stato scelto con le primarie, e Catanzaro) con una contrazione a doppia cifra solo in parte giustificabile con l’astensionismo e il travaso di voti su liste civiche collegate. Il blocco Pdl - civiche non ha infatti riscosso alcun successo e non è riuscito a tamponare un’emorragia di voti che alla vigilia sembrava già inevitabile. Cosa è successo? Sicuramente ha giocato un ruolo essenziale la separazione dalla Lega Nord e la fine di un’alleanza decennale che aveva permesso alla coalizione di centrodestra di imporsi in tutte le realtà settentrionali. Il quadro politico locale che emerge da questa tornata amministrativa vede un netto ribaltamento a favore del centrosinistra. Difficile sostenere che tutti i Sindaci uscenti di Pdl e Lega avessero governato male negli ultimi anni. Fondamentale è stata la fine dell’alleanza, la successiva dispersione del voto e in parte l’ingloriosa fine del Governo Berlusconi lo scorso novembre. La miscela di tutti questi fattori ha prodotto un risultato devastante e senza precedenti per il centrodestra italiano.

La Lega Nord ha perso ieri i sette ballottaggi nel lombardo veneto dove era riuscita a superare il primo turno. All’attivo per il Carroccio resta solo il fenomeno Tosi e un Comune di Verona amministrato in modo ben diverso dal populismo di facciata spesso praticato dai leghisti su scala nazionale. Gli scandali giudiziari hanno fatto il resto, riportando la Lega ai livelli del 2007. Parlare di un movimento agli sgoccioli è però profondamente sbagliato, visto che lo zoccolo duro dell’elettorato “padano” resiste: molto dipenderà dagli imminenti congressi regionali e dal successivo congresso federale che potrebbero consacrare la leadership di Maroni e traghettare il partito al di fuori delle sabbie mobili attuali. Il grande problema della Lega sarà riconquistare la fiducia di tutti quegli elettori che negli ultimi anni, dal Piemonte all’Emilia-Romagna, avevano scelto il Carroccio, sorprendendo quasi tutti i politologi. Come testimoniano queste amministrative si trattava per lo più di un voto estemporaneo, dettato da fattori contingenti sui quali la dirigenza leghista avrebbe dovuto lavorare per renderli strutturali. In particolare in regioni “border line” rispetto all’indiscusso lombardo-veneto, come Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria e Toscana, il crollo della Lega è indiscutibile e gran parte dei voti sono finiti ad altri partiti o movimenti capaci di interpretare il malessere e la disillusione sociale. Per Maroni l’impresa sarà davvero ardua in vista delle politiche del prossimo anno.

L’Udc vive di vita propria. La formula Terzo Polo, sperimentata in poche realtà e affossata a Genova con la sconfitta di Musso, è già svanita visti i deludenti risultati di Fli e Api. Il partito di Casini vince correndo da solo a Cuneo e Agrigento, e i dati relativi al primo turno confermano la tenuta a livello nazionale e la crescita solo nelle realtà dove non era alleato con Fini e Rutelli. In base a questi dati Casini ha già certificato la fine del Terzo Polo e nonostante il pressing politico degli (ex)alleati c’è da scommettere che non tornerà sui suoi passi, non con le attuali formule politiche. L’Udc in vista delle nazionali 2013 dovrà scegliere da che parte stare: dal 2008 (anno della separazione da Berlusconi) ad oggi ha alternato l’autonomia dei suoi candidati a scelte di alleanze quanto meno destabilizzanti per l’elettorato di centro. Dare stabilità alla propria offerta politica sarà il grande obiettivo del partito di Casini nei prossimi mesi.

Il Movimento 5 Stelle è il vero vincitore delle amministrative 2012. Il successo dei grillini prescinde dal numero effettivo dei candidati vincenti (4 in totale) perché si colloca in uno spazio politico nuovo ed ancora inesplorato. Il merito che va riconosciuto al M5S è quello di essere riuscito a portare alle urne un numero ancora indefinito di elettori che negli ultimi anni avevano preferito astenersi. Il drenaggio di voti dai delusi di tutti i partiti ha fatto il resto, contribuendo alla consacrazione di questo movimento - partito su percentuali imprevedibili solo qualche mese fa.

La vittoria di Pizzarotti a Parma ha un’importanza simbolicamente rilevante perché si tratta di un successo costruito sulle ceneri di una classe dirigente locale che ha fallito. E su questo fallimento, con i voti decisivi del centrodestra, il M5S si è imposto come alternativa credibile, più credibile di un centrosinistra fuori dalle stanze del potere di Parma da oltre 15 anni. Un altro elemento fondamentale per capire ciò che è successo è l’astensionismo: rispetto a tutto il resto d’Italia nel capoluogo emiliano ha votato più o meno lo stesso numero di elettori del primo turno. Il discorso vale anche per Comacchio, dove ha vinto un altro candidato grillino. Pur trattandosi di esempi isolati e statisticamente minoritari questi dati indicano che il Movimento 5 Stelle ha vinto dove si è votato di più, dove l’astensionismo è rimasto congelato su percentuali accettabili. Alla vigilia nessuno avrebbe scommesso su Parma come città record di affluenza, soprattutto dopo gli scandali politici che ne hanno minato la credibilità.

I partiti dovrebbero prestare molta attenzione ai risultati di queste amministrative: Grillo ha dimostrato di avere una forza catalizzante sull’elettorato stanco e disilluso, convincendo molti cittadini a votare nelle elezioni che hanno segnato un record dell’astensione. Un dato forte e schiacciante, che trascende i risultati dei singoli candidati, e sposta il clima d’opinione sul movimento del comico genovese. In attesa che i candidati vincenti facciano il loro ingresso nella macchina amministrativa. Tra qualche mese saranno i fatti a parlare. 


May 18

Ballottaggi, tutto ancora da decidere

Domenica 20 e lunedì 21 si svolgeranno i ballottaggi in 118 Comuni italiani. Il quadro nei capoluoghi e nelle principali città dopo il primo turno vede una sostanziale parità tra i due principali schieramenti, con tre successi del centrosinistra (La Spezia, Pistoia e Brindisi), tre del centrodestra (Lecce, Gorizia e Catanzaro, sempre che venga confermato il risultato nel capoluogo calabrese) e uno targato Lega Nord/Tosi (Verona). La situazione di partenza alla vigilia dei ballottaggi è diametralmente opposta e sbilanciata sulla coalizione di centrosinistra che parte in vantaggio in 82 Comuni su 100 nelle Regioni a statuto ordinario. Più dell’80%. Se il Partito Democratico e gli alleati pensano di aver già vinto si sbagliano di grosso: è indubbio che tutti i pronostici puntano sull’affermazione del centrosinistra ma in questa tornata il rimescolamento dell’elettorato moderato di centrodestra potrebbe aprire spiragli per candidati da molti considerati senza speranze di vittoria.

Partito Democratico - Il Pd è presente in 17 ballottaggi sui 19 previsti nei capoluoghi e parte in vantaggio in ben 12 di questi (escludendo Palermo dove la sfida è tutta interna alla coalizione di centrosinistra), con coalizioni in certi casi eterogenee. Se in 13 Comuni è un’alleanza in stile Vasto a sostenere i candidati alla carica di Sindaco, a Frosinone il Pd corre con il Terzo Polo, a Taranto con l’Udc, a Palermo solo con Sel, a Trani con una coalizione trasversale che comprende tutto il centrosinistra e i partiti del Terzo Polo (obiettivo “abbattere” una storica roccaforte di centrodestra). Ai nastri di partenza il Partito Democratico è il grande favorito, ma per quanto riuscirà ad imporsi in numerosi Comuni è bene non sottovalutare gli avversari, viste le stranezze elettorali che si sono manifestate al primo turno e visto il calo evidente di tutti i partiti e di tutto il blocco di centrosinistra, Pd incluso, che non hanno affatto sfondato come le previsioni suggerivano un mese fa. Uno dei più importanti obiettivi elettorali del partito di Bersani resta l’affermazione nel Nord del paese, un territorio per troppo tempo avverso e che ora sembra aver voltato le spalle al centrodestra: piazze importanti come Monza, Como e Belluno sono a portata di mano e un’eventuale vittoria ridimensionerebbe il non eccezionale risultato dei singoli partiti perché spingerebbe l’annosa questione settentrionale al di fuori del recinto leghista, consegnando al Pd una buona parte del Nord, fondamentale per vincere le elezioni politiche del prossimo anno.

Popolo della Libertà - Il Pdl arranca. Nonostante la sostanziale tenuta nei capoluoghi vinti al primo turno il partito di Alfano ha perso voti in tutto il paese, spesso con percentuali drammatiche. Il Pdl si presenta al ballottaggio con un suo candidato in 11 capoluoghi su 19 ma, stando ai risultati del primo turno, è in vantaggio soltanto in 3 Comuni: Frosinone, Isernia e Trani. Il dato che rimbalza subito agli occhi è la totale assenza di candidati dati per vincenti nel Nord del paese, un territorio che per più di 10 anni ha sempre votato in maggioranza per Berlusconi e Bossi. Pur in assenza di apparentamenti ufficiali, negli ambienti del Pdl si spera che l’elettorato leghista ed eventualmente l’Udc convergano sui candidati del Pdl stesso, con l’obiettivo di non consegnare gran parte delle amministrazioni al centrosinistra e in modo da tamponare una sconfitta che sarebbe senza precedenti. Ma la situazione che si profila non è soltanto quella di un prevedibile ribaltamento dei risultati del 2007, quando il centrodestra riuscì ad imporsi nettamente, ma riguarda da vicino il tessuto delle alleanze, quanto mai sfilacciato dopo la rottura con la Lega e il difficile riavvicinamento con i centristi, e le drammatiche previsioni ad un anno dalle politiche. 

Movimento 5 Stelle - Considerato dagli analisti il vero (ed unico) vincitore di queste elezioni amministrative il Movimento di Beppe Grillo ha portato il suo primo Sindaco in un piccolo Comune vicentino, storico territorio leghista, ha visto aumentare esponenzialmente il consenso degli elettori e si ritrova al ballottaggio in cinque Comuni. Oltre al test di Parma, che ha ormai assunto un valore simbolico nazionale, i grillini si sono confermati in forte crescita in tutta l’Emilia-Romagna (al ballottaggio anche a Budrio nel bolognese e a Comacchio in Provincia di Ferrara) e hanno superato il primo turno anche a Mira, in Veneto, e a Garbagnate Milanese, in Lombardia. In tutti e cinque i casi dovranno sfidare una coalizione di centrosinistra partendo sempre dal secondo posto. Se i tre ballottaggi emiliani sono già stati oggetto di analisi, a Mira la situazione dopo il primo turno vede il candidato del centrosinistra al 43% contro il 17,4% del candidato grillino, mentre a Garbagnate Milanese il centrosinistra parte dal 43,65% e il candidato del M5S dal 10,7%. Non si tratta però di una sconfitta già annunciata: il clima d’opinione conta tanto in un contesto come l’attuale e gli spazi riservati dai media (soprattutto dalla rete) ai grillini dopo l’exploit di due settimane fa potrebbero favorire la rimonta dei candidati 5 Stelle. Con conseguenze politiche tutte da immaginare.

Come andrà a finire. Il valore politico di un’eventuale vittoria dei candidati di Grillo in cinque Comuni sarebbe statisticamente debole ma simbolicamente rivoluzionario. In particolare a Parma. Sul voto ai grillini si addensano le nubi di un centrodestra stordito e sconfitto che pur di non consegnare tutto il Centro Nord al centrosinistra sarebbe disposto a sostenere a suon di voti i candidati del Movimento 5 Stelle. Solo così la prevedibile vittoria finale del centrosinistra in capoluoghi importanti come Genova e, a modo suo, Palermo risulterebbe sbiadita di fronte all’affermazione di un Movimento che si pone l’obiettivo di spazzare via i partiti tradizionali. I riflessi sulla politica nazionale sarebbero immediati e coinvolgerebbero da vicino la tenuta e la forza riformatrice del Governo Monti così come il dialogo sulle riforme, dalla legge elettorale a quella costituzionale. Grillo a quel punto potrebbe impensierire i partiti perché se è vero che al voto politico manca ancora un anno (e in un anno i partiti possono rigenerarsi) è altrettanto palese che il trend elettorale e il clima d’opinione sarebbero tutti dalla parte del comico genovese.  


May 15

Genova, la sfida Doria - Musso

A Genova oggi arrivano anche Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola per dare il via alla volata finale di Marco Doria in vista del ballottaggio di domenica e lunedì prossimi. Troppo importante e prezioso il capoluogo ligure per il centrosinistra per correre rischi. Il primo turno d’altra parte ha sancito la netta supremazia di Doria che ha raggiunto il 48,31% contro il 15% pulito del suo avversario, il candidato del Terzo Polo Enrico Musso. Ai nastri di partenza sono ben 33 i punti di distanza tra i due contendenti alla carica di Sindaco, un margine difficilmente colmabile in due settimane. Vediamo perché e cerchiamo di capire quali sono le (poche) opportunità di rimonta per Musso.

Marco Doria - Centrosinistra. Sono rari i precedenti di ballottaggio a Genova, una città connotata da un’evidente stabilità politica. In quest’ultima tornata il candidato del centrosinistra non è riuscito a superare la prova al primo turno, anche a causa della dispersione del voto e del rafforzamento di candidati un tempo considerati minori, come Putti del Movimento 5 Stelle che ha raggiunto il 14%, sfiorando il ballottaggio. Il lieve ridimensionamento della coalizione di centrosinistra non è giustificabile solo con la variabile “dispersione” perché rispetto alle elezioni comunali del 2007 sono cambiati anche altri fattori: primo tra tutti il calo di 2,5 punti dei voti ottenuti dalla coalizione (53,3% nel 2007, 50,76% oggi), calo a cui ha fatto seguito anche il candidato Doria che si è fermato al 48,31% contro il 51,21% di Marta Vincenzi nel 2007. Il 2,5% in meno sul totale dei voti di coalizione non è un dato catastrofico, soprattutto se facciamo riferimento a percentuali elevate che da sole valgono la metà del peso degli elettori genovesi, anzi si può definire un calo fisiologico visto che negli ultimi cinque anni, caratterizzati anche da un’amministrazione duramente contestata, il contesto italiano è mutato. Eppure quel 2,5% è stato sufficiente per portare Doria sotto l’asticella del 50% + 1 dei voti necessari per essere eletto al primo turno. Un altro elemento importante alla vigilia del voto ha riguardato direttamente Doria e il suo elettorato di riferimento: quanto un candidato espressione indiretta di Sel ha contribuito a far crollare il Partito Democratico dalle altissime percentuali degli ultimi anni (34,6% nel 2007 con l’Ulivo, 35,9% nel 2009, 31,7% nel 2010) al 23,9% fatto registrare lo scorso fine settimana? Un crollo in gran parte compensato dalla lista civica Doria, che ha raggiunto il 12,8% contro il 2,5% delle civiche nelle precedenti comunali del 2007, ma che non basta a sciogliere tutti i dubbi e le incertezze sull’effettivo comportamento tenuto nel segreto dell’urna dall’elettorato democratico moderato. Per quanto riguarda il resto della coalizione l’Italia dei Valori ha raggiunto il 6% (in crescita rispetto al 3,6% del 2007, ma in netto calo rispetto al 10% di Regionali 2010 e Europee 2009) mentre Sel è inevitabilmente cresciuta, agguantando il 5% dei voti (+2,2% sulle Regionali 2010).  

Enrico Musso - Terzo Polo. Genova è uno dei pochi laboratori politici di un Terzo Polo già defunto (secondo Casini) o mai esistito (secondo gli analisti). Enrico Musso è riuscito a raggiungere il 15% dei voti e sfiderà Doria al ballottaggio. Appoggiato da Udc, Fli e Api, tutti e tre i partiti sono confluiti all’interno di un unico listone civico che si è fermato al 12,48%. Rispetto alla posizione di Doria emerge subito un ribaltamento: Musso ha preso più voti rispetto alla lista che lo sosteneva grazie ad un alto livello di popolarità certificato da tutti i sondaggi pre elettorali che lo collocavano ben al di sopra del candidato del centrosinistra. La notorietà di Musso basterà per sperare in un miracoloso recupero dei quasi 88.000 voti di differenza che lo separano da Doria? Sarà difficile, come evidenziano i dati elettorali. Musso, infatti, è già stato candidato nel 2007 (sfidò la Vincenzi) con una coalizione allargata di centrodestra che comprendeva Fi, An, Lega Nord e Udc e arrivò a sfiorare il 46%, contro il 43,6% della coalizione stessa. Oggi quell’alleanza non esiste più ma il valore assoluto di Enrico Musso candidato Sindaco non è cambiato di molto: nel 2007, sommando i voti della lista civica con quelli dell’Udc e con una parte di An che oggi si riconosce in Futuro e Libertà (ricreando quindi la stessa alleanza odierna), il peso della coalizione si attestava sugli stessi livelli di oggi, tra il 12 e il 14%. All’epoca, però, Musso poteva contare anche sui voti fondamentali di Forza Italia (22,6%) mentre oggi, anche ipotizzando un consenso totale dell’elettorato del Pdl verso il candidato centrista, il partito di Alfano non vale più del 10%. Troppo poco per completare una rimonta che sembra impossibile.

Come andrà a finire. Le speranze di Musso sono legate a due fattori: il calo dell’astensionismo e il voto dei “grillini”. L’astensione ha fatto registrare un record a Genova, dove ha votato solo il 55,57% degli aventi diritto, contro il 61,7% del 2007 e il 67,2% del 2002. C’è da scommettere che una fetta consistente di questi elettori appartiene al centrodestra, ma non sarà facile riportarli a votare. Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle è difficile tracciare ed identificare il voto espresso da un elettorato in parte disilluso e in parte deciso a protestare contro l’attuale classe politica. Drenare i voti dello schieramento grillino non sarà per nulla semplice, né per Doria né tanto meno per Musso. Ma mentre il primo può concedersi questo lusso, il secondo ha il disperato bisogno di incrementare il suo bacino elettorale. Pena una netta (e prevedibile) sconfitta.            


May 13

Il ciclone Orlando si abbatte (ancora) su Palermo

Non ha lasciato scampo a nessun partito il ciclone Leoluca Orlando, nemmeno alla “sua” Italia dei Valori, che cresce in termini percentuali, ma sembra uno gnomo rispetto alle cifre che conferiscono la netta vittoria al candidato. Già tre volte Sindaco della città, già candidato alle regionali 2001 perse contro Totò Cuffaro, già candidato (sì, un’altra volta) al Comune di Palermo nel 2007 e sconfitto dal discusso Cammarata, oggi Orlando è tornato a gonfie vele a far discutere di sé, portando a casa un risultato che non si vedeva dai tempi d’oro della Rete. Un ottimo risultato personale, s’intende. Già perché il ciclone Orlando, oltre agli avversari, ha travolto praticamente tutti i partiti, drenando sulla sua figura rassicurante e già vista una gran parte dei voti che l’elettorato palermitano non avrebbe mai assegnato ai partiti tradizionali: tra il 47 e il 48%, è questo il sorprendente risultato incassato da Orlando al primo turno delle Comunali di Palermo, mentre le liste che lo sostengono si sono fermate poco sopra il 15%. Uno scarto di ben 33 punti percentuali tra candidato e liste è davvero alto ed è un chiaro indicatore del lento ma progressivo disincanto verso i partiti tradizionali. E’ vero che Italia dei Valori e La Sinistra non sono affatto due movimenti in grado di catalizzare un consenso così ampio, ma il crollo ha riguardato tutti indistintamente. 

Il Popolo della Libertà è il primo vero sconfitto di questa tornata e passa dalle percentuali record del decennio precedente (quando Forza Italia riusciva ad attecchire in tutta la Regione), come il 38% alle regionali 2008 o il 25% incassato da Fi e An alle Comunali 2007, ad un imbarazzante 8,3%. Per il partito di Alfano essere scesi sotto l’asticella del 10% rappresenta, eufemisticamente, una sconfitta. Senza precedenti. Anche l’Udc, che nel resto del paese ha sostanzialmente retto all’ondata di antipolitica, retrocede al 7,6% rispetto al 13,5% del 2008 e al 12% del 2007. Entrambi i partiti (soprattutto il primo) hanno scaricato la responsabilità della sconfitta sul giovane candidato Massimo Costa, considerato troppo debole dai dirigenti locali. Se da un lato questa argomentazione può essere credibile osservando i voti ottenuti da Costa (12,8%) e confrontandoli con le percentuali praticamente doppie delle liste che lo sostenevano (25,4%), dall’altro Pdl e Udc sono crollati anche a causa di dieci anni di amministrazione della città finiti sotto la lente d’ingrandimento di un Commissario governativo, tra enormi buchi di bilancio, società partecipate che hanno svolto il ruolo dei Centri per l’Impiego e scelte politiche quanto meno discutibili.

Dall’altro lato dello schieramento le cose non vanno meglio. Il candidato di (parte del) Pd e Sel Fabrizio Ferrandelli sarà lo sfidante di Orlando al ballottaggio ma dopo il primo turno parte con un distacco di circa trenta punti. Un abisso anche se in molti sostengono che ora si ricomincia da capo, riconquistando ogni singolo voto. Vedremo. Intanto i partiti che sostengono Ferrandelli hanno subito un brusco ridimensionamento: il Pd infatti ha preso meno voti del Pdl, e questo non sarebbe una novità in Sicilia, ma visto il modesto risultato del partito di Alfano era lecito aspettarsi che i democratici superassero la soglia del 10% mentre si sono fermati al 7,8%. E’ molto probabile che una parte della base del Pd abbia preferito Orlando a Ferrandelli dopo il discusso esito delle primarie di coalizione, come sembra confermare Giuseppe Alberto Falci su Linkiesta.  

Il risultato delle Comunali di Palermo avrà un riflesso anche sulla politica regionale. Il Movimento per le Autonomie del Governatore Lombardo si ferma al 7,5%, poco meno del risultato deludente del suo candidato, l’outsider Alessandro Aricò, che non va oltre l’8,9%. Nonostante il discreto 4,3% di Futuro e Libertà (se comparato con le percentuali minime del resto d’Italia) il nascituro Terzo Polo di stampo siculo ha deluso le aspettative. Lombardo lo sa e prova a giocarsi le ultime carte a disposizione lanciando il Nuovo Polo, un’aggregazione di forze moderate di centro composta da Fli, Mpa, Mps e Api, con l’obiettivo di accerchiare il Pd (che in Regione sostiene Lombardo) e rilanciare l’offerta politica in una Regione che sembra avergli improvvisamente voltato le spalle.

Insomma il ciclone Orlando ha colpito ancora, catalizzando voti e aspettative dei cittadini di Palermo. Anche in passato il già tre volte Sindaco è sempre riuscito a superare nettamente i voti delle coalizioni che lo sostenevano (+6% nel 2001, +7,5% nel 2007) ma in questa tornata il suo nome, forte e popolare, ha convinto quasi tutti gli elettori. Lasciando solo briciole agli avversari.  


May 10

Il Terzo Polo non è mai esistito

Un tempo li avremmo definiti “cartelli elettorali”, ovvero un contenitore politico che di lì a breve si sarebbe riempito di progetti e proposte, o federazione di partiti, un’unione strategica tra più forze politiche che spingono per un’alleanza elettorale. Se oggi invece dovessimo sfornare una definizione del tanto discusso Terzo Polo nessuna delle categorie sopra citate risulterebbe calzante. Perché al di là delle convention e delle tante parole sprecate il Terzo Polo non è mai esistito e le amministrative 2012 ne hanno sancito l’inconsistenza. A sostenere questa tesi ci pensano i dati relativi alle recenti alleanze e i numeri di una “coalizione” stordita dal round elettorale.

Prendendo in considerazione tutti i 26 capoluoghi dove si è votato lo scorso fine settimana emerge un rapporto di forza sbilanciato verso l’Udc, che sostanzialmente conferma su scala nazionale i valori espressi tra il 2008 e il 2010, mentre Futuro e Libertà e Alleanza per l’Italia ottengono discreti risultati nel Meridione d’Italia, in particolare in Sicilia, ma sono inesistenti nel Centro-Nord. Il partito di Casini va al ballottaggio in sei capoluoghi: a Isernia con una coalizione di centrodestra, a La Spezia e Trani con il centrosinistra, a Cuneo, Lucca e Agrigento insieme a liste civiche. Sempre l’Udc ottiene i migliori risultati a Cuneo (9%), Rieti (11,7%), L’Aquila (8,2%), Isernia (8,9%), Brindisi (8,3%), Trani (8,3%), Agrigento (13,5%), dimostrando quindi una certa trasversalità nel raccogliere voti lungo lo stivale. Diverso è il discorso per Fli e Api. I partiti di Fini e Rutelli evidenziano una chiara propensione verso il consenso nel Mezzogiorno, con buoni risultati in Puglia e Sicilia per il primo e solo a Brindisi per il secondo.     

Inoltre i tre partiti che compongono il Terzo Polo (quattro se consideriamo anche l’Mpa di Lombardo, fortemente ridimensionato) latitano anche a livello di alleanze, visto che le grandi città dove si sono presentati insieme si contano sul palmo di una mano e sono state molto più numerose le separazioni e il sostegno a candidati diversi. Non solo. Nel Nord Fli e Api hanno affrontato il caos liste e spesso si sono presentate senza simboli di partito, appoggiando candidati civici all’interno di liste civiche. L’unico vero exploit del Terzo Polo si è verificato a Genova, dove il candidato comune Enrico Musso andrà al ballottaggio contro il grande favorito Marco Doria, ma anche in questo caso i simboli dei tre partiti sono scomparsi per lasciare spazio alla lista Enrico Musso Sindaco. Sottotitolo: La lista Civica. 

Insomma il Terzo Polo non esiste e lo conferma anche Roberto D’Alimonte sul Sole:

"Per il blocco di centro il discorso è più complicato. In realtà questo blocco non esiste. Non esiste nemmeno il terzo polo. Esistono dei partiti e delle liste collegate che insieme però hanno raccolto un discreto bottino".

L’unico partito che non esce con le gambe rotte da questa tornata è l’Udc di Casini, svincolato da logiche estemporanee di alleanze e autonomo da coalizioni preordinate dalle segreterie. Come conferma l’Istituto Cattaneo che

propone una lettura legata al tipo di alleanze scelte da Cesa e da Casini: rispetto al 2010 la lista dello scudocrociato perde lo 0,2% (scende dal 6,8% al 6,6%) nei 26 capoluoghi in cui si è votato. Ma «nei 17 Comuni in cui si è presentata svincolata dai partiti maggiori, presentandosi da sola o insieme a liste minori, guadagna mediamente lo 0,4%. Mentre nei Comuni in cui si è alleata con il Pd o con il Pdl ha perso, in entrambi i casi, lo 0,4%». Emerge, dunque, «la preferenza dell’elettorato dell’Udc per una strategia svincolata dalle maggiori coalizioni».

Alla luce di questi risultati è ovvio che Casini spinga per archiviare il nascituro Terzo Polo. L’Udc ha dimostrato di avere ancora una solida base elettorale, spesso frustrata da alleanze innaturali, e proverà in tutti i modi ad egemonizzare il voto “moderato” in vista delle politiche del prossimo anno. La somma dei singoli partiti non è più sufficiente, visto lo scarso appeal dimostrato da Fli e Api, e Casini lo sa, forte di numeri quanto meno rassicuranti.


May 4

Lecce in bilico: continuità o rinnovamento?

Non avrà vita facile il futuro Sindaco di Lecce. Nella città salentina è ancora alta la percentuale degli indecisi, ma certamente il confronto a due tra Paolo Perrone (Sindaco uscente in quota centrodestra e grande favorito della vigilia) e Loredana Capone (candidata del centrosinistra dopo la vittoria alle primarie, vice di Vendola in Regione) segnerà il futuro di Lecce: da un lato la continuità e per certi versi la tranquillità di chi governa ininterrottamente da anni, dall’altro il possibile e potenziale rinnovamento della classe dirigente locale. E’ dal 1998, quando Adriana Poli Bortone strappò il Comune a Stefano Salvemini, che il centrodestra governa la città. Dopo i due mandati della “donna forte” di Lecce, da molti considerati gli anni d’oro del rilancio del centro salentino, nel 2007 è l’attuale Sindaco Paolo Perrone ad affermarsi, raccogliendo con la sua coalizione oltre il 56% dei voti. Negli ultimi cinque anni, però, la luna di miele del centrodestra con gli elettori si è ridimensionata, tra filobus milionari, spese fuori controllo (secondo i detrattori) e la rottura politica tra il Sindaco e il suo predecessore. Perrone e la Poli si sono reciprocamente delegittimati per anni, prima di ritrovare un filo conduttore alla vigilia della presentazione delle liste, riportando Io Sud, il partito co-fondato proprio dalla Poli, nei ranghi del centrodestra. Il rischio di mettere in discussione quella che ormai tutti considerano una roccaforte “azzurra” era troppo elevato per cedere alle rappresaglie di potere, ma il problema sarà capire se gli elettori “fedeli” dimenticheranno i momenti bui degli ultimi anni.

Da An a IoSud. In una città dove i missini raggiungevano spesso il 14-15% la forza elettorale della destra leccese non può essere sottovalutata. Adriana Poli Bortone è stata una rappresentante di primo piano del Movimento Sociale e di Alleanza Nazionale (Ministro delle risorse agricole nel primo Governo Berlusconi e responsabile delle politiche per il mezzogiorno). An a Lecce ha sempre ottenuto risultati ben al di sopra della media nazionale, tanto che nel 2007 si è affermato come primo partito con il 20% dei voti. Anche in occasione delle due elezioni (1998 e 2002) che incoronarono la Poli Bortone l’alleanza tra Fi e An si rivelò fruttuosa: la sola somma dei voti accumulati dai due partiti sfiorò il 50% nel 2002. I problemi cominciarono con la nascita del Pdl e la relativa rimozione di tutto quel retaggio culturale e ideologico su cui si fondava la destra italiana: nel 2008, alla vigilia delle politiche, i principali candidati dei due schieramenti spingevano per la nascita di un sistema sempre più bipolare e, sul lungo termine, bipartitico, con l’obiettivo di eliminare le ali estreme e assicurare più governabilità agli esecutivi. Proprio quell’anno il debutto leccese del Pdl fu sorprendente: 46,6% contro il 34,5% dei democratici. A consacrare il successo del nuovo centrodestra ci pensò anche la Poli Bortone, candidandosi per il Senato nelle liste del Pdl. Poi qualcosa cambiò. Nel 2009 le prese di posizione di Fini tese ad ammorbidire le idee storiche della destra italiana e le prime frizioni con il premier Berlusconi convinsero la Poli ad abbandonare la nave del Pdl per creare un nuovo movimento al passo con i tempi, parzialmente deideologizzato e fortemente radicato nel territorio. Io Sud nasce per accogliere chi non vuole dimenticare l’esperienza di An ma anche per “per dare maggiore spinta energetica alla crescita del territorio”. Due anni dopo l’elezione di Perrone Io Sud sospende il suo appoggio al Sindaco e alla coalizione di centrodestra, per poi presentarsi insieme all’Udc di Casini alle provinciali di Lecce nel 2009 e alle Regionali pugliesi nel 2010, collocandosi intorno al 10%. La candidatura solitaria della Poli è stata considerata fondamentale per la riconferma di Vendola nel 2010, visto che in quella tornata il Pdl ha perso per strada più del 10% rispetto alle europee dell’anno prima. A Lecce il centrodestra non poteva permettersi lo stesso errore ed ecco che Pdl, Io Sud e Fli sono tornati a coalizzarsi: vecchia e nuova destra di nuovo uniti in una città storicamente conservatrice. A quasi 15 anni di distanza il destino di Lecce è ancora legato al nome di Adriana Poli Bortone.    

Le (poche) speranze del Pd. A parte la parentesi di Stefano Salvemini, Sindaco negli anni ‘90, il centrosinistra leccese non è mai riuscito a rompere il muro del conservatorismo nell’elettorato leccese. Le (poche) speranze sono riposte in Loredana Capone che nel 2009 alle provinciali di Lecce è riuscita a trascinare al ballottaggio il candidato del centrodestra Gabellone, poi risultato vincente per pochi punti. Anche in quell’occasione però gli indiscutibili meriti della Capone andavano valutati insieme alla rottura politica tra Io Sud e il centrodestra, visto che al primo turno la Poli Bortone raccolse oltre il 21% dei voti, spianando la strada al ballottaggio. Oggi, come visto, non c’è più quel clima di forte contrapposizione politica nel centrodestra e il Partito Democratico per ottenere un risultato di rilievo dovrà spingersi ben oltre il 18% ottenuto alle Regionali due anni fa, magari sperando in una crescita parallela delle liste civiche a sostegno della candidata democratica. Tutto questo, però, ha un solo vero obiettivo: portare Perrone al ballottaggio. Perchè per il centrosinistra leccese la vittoria della Capone al primo turno è quasi un’utopia.  


May 3

Verona, il castello di Tosi

A Verona tutto ruota intorno al Sindaco uscente Flavio Tosi. La sua riconferma (al primo turno) sembra davvero a portata di mano dopo il sostegno ricevuto dal mondo cattolico e da (ex) avversari come Massimo Cacciari. Sono ormai lontani gli anni delle contrapposizioni frontali con l’area dell’associazionismo cattolico, fondamentale a Verona, quando Tosi proponeva selvagge raccolte di firme per “mandare via gli zingari”. Dopo il primo mandato, secondo Ubaldo Casotto (Il Foglio), è chiaro che “dietro il pragmatismo del giovane sindaco c’è una capacità politica di unire, dopo aver suscitato odi profondi, che ha avuto il suo test proprio nel rapporto con il mondo cattolico”. I trend elettorali confermano che Verona non è catalogabile come roccaforte indiscussa della Lega, non è una Varese del Veneto per intenderci, ma una città che nel corso degli anni ha saputo scegliere candidati di diversi schieramenti, sempre ispirata da un’indiscussa vocazione (demo)cristiana. Nel 2002, infatti, fu il centrosinistra a spuntarla nel capoluogo scaligero con l’elezione a Sindaco di Paolo Zanotto, figlio di Giorgio, storico primo cittadino della Dc noto in città per la promozione dell’aeroporto, la valorizzazione dell’area industriale e lo sviluppo della Fiera di Verona e, soprattutto, per l’impegno nella direzione della Società Cattolica di Assicurazione. Dc nella Prima Repubblica, figli di democristiani nella Seconda e, dal 2007, un Sindaco leghista che manda sorprendentemente al tappeto, doppiandolo, proprio Paolo Zanotto. Oggi Tosi, dopo un mandato, non esita a definirsi “un aggregatore delle forze moderate”: la chiave del successo.

Lega Padrona? A Verona l’incremento dei voti della Lega Nord è evidente, tanto che nel 2010 il Carroccio è diventato il primo partito cittadino, portando a casa oltre il 30% dei consensi alle Regionali. Una crescita progressiva, dal minimo del 6% alle Comunali 2002, passando per il 12% alle comunali 2007 (in questo caso va precisato che la Lista Tosi drenò molti voti al Carroccio) fino al 26-27-30% nei tre anni successivi. Rispetto a gran parte del nordest la forza della Lega è si strutturale e ben distribuita ma non quanto basta per garantirle sempre un successo. Non bisogna dimenticarsi di una breve ma importante parentesi quando nel 2008, alle politiche che incoronarono Berlusconi e rilanciarono la Lega, il neonato Partito Democratico si affermò come primo partito cittadino, sfiorando il 30% contro il 25% nella circoscrizione (terzo partito) e il 22,5% nella Provincia. Dettaglio sottile ma esemplare per chiarire il ruolo di Tosi, il suo forte radicamento nel mondo dell’associazionismo cattolico e le parole di apprezzamento spese per lui da quasi tutti i rappresentanti di enti e istituzioni della città. Senza il consenso dell’ala cattolica e senza una lista civica di supporto i voti della Lega (forse) non basterebbero per sperare di spuntarla con ampio margine al primo turno.

La destra scaligera. Un altro partito che ai tempi della Prima Repubblica otteneva più voti della media nazionale era il Movimento Sociale Italiano. A Verona la destra non può essere sottovalutata e se i voti dei missini sono confluiti per anni in Alleanza Nazionale prima e (in parte) nel Pdl poi, alla vigilia di queste amministrative la situazione è più complessa. Una buona fetta della dirigenza pidiellina veronese, composta da ex forzisti ma anche da rappresentanti della destra sociale, si è opposta alla decisione della segreteria nazionale di togliere l’appoggio a Tosi (con il quale il Pdl ha governato fino ad oggi) candidando Castelletti. In tutta risposta Alfano ha sospeso i transfughi del suo partito. Una scelta che probabilmente non basterà ad evitare una consistente fuga di voti dal Pdl verso Tosi. Il Sindaco, infatti, in questi cinque anni ha coltivato rapporti anche con la destra scaligera, non senza polemiche. Per il Pdl, di conseguenza, si prospetta un ridimensionamento elettorale: sarà difficile confermare il 28% ottenuto nel 2007 (Fi+An).

Lo stallo del centrosinistra. Dopo il successo nel 2002, con l’elezione a Sindaco di Zanotto, e la breve parentesi del 2008 (Pd primo partito) il centrosinistra veronese ha imboccato un vicolo cieco, perdendo anche l’appoggio e il sostegno dell’area cattolica. Per quanto il serbatoio di voti dei democratici non sia sottovalutabile (22,5% nel 2009 e 2010) al candidato ambientalista Bertucco manca la spinta propulsiva di un partito forte e radicato in città. Nemmeno l’Italia dei Valori di Antonio di Pietro sembra in grado di dare una scossa alla campagna elettorale del centrosinistra, nonostante percentuali di voto al di sopra della media nazionale (8,90% nel 2009 e 7,30% nel 2010) e l’opposizione al Governo dei tecnici. Se a questi elementi aggiungiamo la storica debolezza della sinistra radicale, con Sel al 2% nel 2009 e all’1,80% nel 2010, la sfida per Bertucco si fa davvero difficile. Secondo gli ultimi sondaggi la forbice di voti a favore delle liste del centrosinistra oscillerebbe tra il 23 e il 28,6%, troppo poco per impensierire Tosi. L’unica speranza per Bertucco è rosicchiare qualche voto moderato in questi ultimi giorni di campagna elettorale, trascinando Tosi al ballottaggio. Ma i numeri sono tutti dalla parte del Sindaco uscente, definito giustamente da Stella il “leghista democristiano”. 


May 2

Genova, la culla del centrosinistra

A quattro giorni dal voto Genova si prepara a fronteggiare una tornata elettorale molto importante per il futuro del centrosinistra in città. Storica roccaforte delle forze progressiste il capoluogo ligure difficilmente riserverà sorprese, visto che il grande favorito della vigilia resta Marco Doria, candidato con un’ampia coalizione di centrosinistra, che cercherà di far dimenticare l’annus horribilis del Sindaco uscente Marta Vincenzi, fortemente criticata per la gestione dell’emergenza alluvione che ha messo in ginocchio la città.

Dall’Ulivo al Pd. Sono i dati elettorali a dimostrare quanto la forza strutturale del centrosinistra a Genova sia ampia e ben distribuita. Nel passaggio dall’Ulivo di Prodi al Partito Democratico il serbatoio di voti è rimasto inalterato, non subendo alcun ridimensionamento neanche nei momenti più difficili per il centrosinistra a livello nazionale. Se il riflesso della politica romana spesso influisce sui risultati locali a Genova questo problema non si è mai veramente presentato. I dati parlano chiaro: l’Ulivo ha ottenuto il 38% alle Regionali 2005 (Governo Berlusconi in difficoltà, l’anno successivo la coalizione guidata da Prodi avrebbe vinto le elezioni) e il 34,6% alle Comunali 2007 (Governo Prodi in crescente difficoltà), mentre il Partito Democratico ha debuttato con un 35,9% alle europee 2009 (Governo Berlusconi all’apice del consenso) per poi avere un leggero calo in occasione delle Regionali 2010 (31,7%). Forza dei candidati, radicamento territoriale e un po’ di vecchia ideologia rappresentano un mix vincente per il centrosinistra in Liguria. Alla netta supremazia del Pd negli ultimi anni si è affiancata l’Italia dei Valori, capace di incrementare i suoi voti passando dall’1,4% delle Regionali 2005 al 3,6% delle Comunali 2007, fino ad uno stabile 10% tra europee e Regionali. L’idv a Genova è il terzo partito dopo Pd e Pdl. Eppure gli ultimi sondaggi disponibili registrano un evidente calo di consensi per Pd e idv, accreditati rispettivamente al 23% e al 4,5%, un crollo compensato dalla netta affermazione della lista civica di Doria (intorno al 15%): conseguenza probabile delle difficoltà di tutti i partiti nel contrastare il clima antipolitico. 

Pdl in trincea, Lega in crescita. Anche per le forze di centrodestra il trend elettorale è all’insegna della stabilità. A differenza degli avversari una stabilità che non paga visto che Forza Italia - Alleanza Nazionale prima e il Pdl poi non sono mai riusciti ad ottenere un risultato di rilievo nel capoluogo ligure. Se a questo aggiungiamo la recente separazione dalla Lega Nord le probabilità di successo si restringono ulteriormente. Considerando anche le civiche di diretta emanazione del candidato Fi + An e il Pdl si sono quasi sempre collocati tra il 28 e il 30%, anche se gli ultimi sondaggi attribuiscono al partito di Alfano poco più del 14%. Difficile prevedere un successo per il candidato pidiellino Pierluigi Vinai. L’unica forza politica in crescita nel centrodestra è la Lega, passata dal 3-4% all’8,5% registrato nel 2010. Peccato che il Carroccio corra da solo come nel resto del Nord con un suo candidato, Edoardo Rixi.

Prove tecniche di Terzo Polo. Genova è una delle poche città dove il Terzo Polo si presenta compatto e al completo. Ma quanto valgono Udc, Fli e Api? Poco, troppo poco stando ai risultati delle ultime elezioni. Il partito di Casini che negli ultimi anni si è fatto notare per una vera altalena politica tra centrodestra e centrosinistra (fino al 2007 si è schierato con Berlusconi & co, mentre nel 2010 faceva parte della coalizione che appoggiava il Governatore ligure Burlando insieme a Sel, Verdi e Rifondazione) a Genova non ha mai superato il 5%, eccezion fatta nel 2006 (elezioni politiche). A compensare la debolezza dei partiti del Terzo Polo ci pensa il candidato Enrico Musso, molto popolare a Genova. Difficilmente basterà, visto che a metà aprile i sondaggi collocavano la coalizione poco sopra il 10%. Lista Musso inclusa.

La variabile Grillo. Non farcela al primo turno, permettendo agli avversari di coalizzarsi, è l’unico serio rischio che correrà Doria domenica e lunedì prossimi. A soffiare i voti decisivi al grande favorito potrebbe essere anche il comico genovese Beppe Grillo, con il suo M5S accreditato intorno al 10%. Una percentuale altissima e, soprattutto, un precedente pericoloso per una roccaforte inespugnabile come Genova.         


Apr 29

Palermo, tutto (ancora) da decidere

Palermo è, tra i grandi centri urbani, quello dove regna più incertezza sull’esito delle prossime comunali. Palermo e la Sicilia sono le realtà che, nella storia della seconda Repubblica italiana, hanno anticipato il quadro politico che si sarebbe poi concretizzato su scala nazionale, a partire dal celebre 61 a 0 delle politiche 2001, quando tutti i collegi della Regione vennero conquistati dalla Casa delle Libertà, dando il via alla seconda, lunga stagione del Governo Berlusconi.

La Palermo che si appresta a votare oggi è una città ferita dai debiti, dalla mancanza di lavoro e da un’amministrazione (il Comune è commissariato), quella del due volte Sindaco Diego Cammarata, che non ha ottenuto grossi risultati negli ultimi anni. Dopo il dominio elettorale del centrodestra, iniziato nel 2001 e mai realmente ridimensionatosi, l’imminente tornata elettorale rappresenta(va) per il centrosinistra un’occasione d’oro per riprendersi il Governo della città. Peccato che la coalizione di Ferrandelli (vincitore delle primarie) si sia sfaldata, rimettendo in pista il già tre volte Sindaco Orlando che, non riconoscendo l’esito delle primarie, ha ottenuto l’appoggio di Idv, Verdi e Fds. Un centrodestra che sembrava in difficoltà è riuscito invece a ricompattarsi su Massimo Costa, mentre l’outsider Alessandro Aricò, sostenuto dai finiani e dal Governatore Lombardo, potrebbe rosicchiare punti preziosi agli avversari. Questo è il quadro a pochi giorni dal voto, ma nessuno è in grado di scommettere sul nome del prossimo Sindaco, anzi le quotazioni sono tutte per il ballottaggio, dove le coalizioni si rimescoleranno e il peso elettorale potrebbe definitivamente spostarsi sul candidato vincente.

La storia elettorale di Palermo nella Seconda Repubblica è più complessa di quanto si possa immaginare: Leoluca Orlando è stato eletto Sindaco nel 1993 e riconfermato nel 1997. Nel primo caso vinse con percentuali bulgare, oltre il 75% dei voti, per poi essere rieletto al primo turno con poco meno del 60%. La Palermo degli anni ‘90 non può essere definita una città “orientata a sinistra” perché il peso elettorale dei partiti di allora (Pds, RC, Verdi…) ha raramente superato il 15%. Nel ‘93 e nel ‘97 le vittorie di Orlando furono il frutto della personalità del Sindaco, molto apprezzato in città (tanto che il suo decennio viene spesso ricordato come la “Primavera di Palermo”), che con il suo movimento “La Rete” ottenne rispettivamente il 32 e 20%. Dieci anni dopo Orlando ci riprova puntando ancora sulla sua personalità: lo slogan “il Sindaco lo sa fare” ne è la palese dimostrazione.

Uscito di scena Orlando nel 2001, sulla scia di elezioni politiche che incoronarono Berlusconi e la Casa delle Libertà, Palermo passa nelle mani del centrodestra e del nuovo Sindaco Diego Cammarata che vince con il 56% dei voti (Fi 25%, CdU 13%, An 6%), per poi riconfermarsi nel 2007, sfidando proprio Orlando, con il 53,5% (Fi 19%, Udc 12%, An 6,3%). Quella che da molti è stata etichettata come la svolta definitiva verso il centrodestra del capoluogo siciliano in realtà si scontra con una realtà storica ben precisa: il 2001 e il 2007, infatti, furono due annate molto favorevoli alla coalizione di Berlusconi, nel primo caso con la netta vittoria alle politiche, nel secondo caso per le palesi difficoltà del Governo Prodi, accusato di “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”. In entrambi i casi la situazione politica nazionale si è riflessa sulla politica locale, anche a causa dell’enorme importanza simbolica che i partiti hanno sempre attribuito alle elezioni amministrative.

Non è un caso se anche le politiche 2008 e le europee del 2009 hanno visto la netta affermazione del neonato Pdl a Palermo, rispettivamente con il 46 e 35%. Attenzione però, per quanto possano persistere vecchi modi di interpretare la politica nel meridione d’Italia e per quanto la forza politica del centrodestra sia indiscutibile, queste nette affermazioni sembrano davvero il riflesso di un clima d’opinione nazionale che muta a seconda delle circostanze. Quello che Palermo potrebbe decretare tra meno di una settimana è l’inizio di un nuovo ciclo politico, con nuove alleanze e prospettive. Per la prima volta da molti anni le comunali palermitane si svolgono in un quadro completamente indecifrabile, dove a sorreggere il Governo nazionale non c’è uno dei due schieramenti ma parti di entrambi e le coalizioni saranno definite anche in base ai risultati delle amministrative nelle città metropolitane.  


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