Pdl, salto nel vuoto
Il Popolo della Libertà esce con le ossa rotte dall’ultima tornata amministrativa. Un pesante ridimensionamento rispetto ai risultati ottenuti nei quattro-cinque anni passati e una palese emorragia di voti in tutte le città, anche nei rari casi dove un sindaco pidiellino è stato riconfermato (come a Lecce). Per fornire una spiegazione di questo vero e proprio salto nel vuoto non bastano le accuse rivolte al Governo nazionale, ad una presunta cambiale da pagare in termini elettorali per il sostegno acritico all’esecutivo di Mario Monti, come non sono sufficienti gli attacchi a candidati deboli e poco popolari nelle città dove si è votato (come se le segreterie nazionali non svolgessero un ruolo fin troppo invasivo nella selezione della classe dirigente locale…) o il rimpallo di accuse con la Lega su chi ha messo la parola fine su una coalizione vincente.
Secondo alcuni dirigenti del Pdl il partito ha subito un calo di consensi a causa delle numerose misure impopolari adottate dal governo Monti e gli elettori hanno così preferito dirottare il voto su liste civiche di sostegno, garantendo comunque la preferenza al candidato della coalizione. E’ davvero andata così? Si è veramente verificato un travaso di voti dal partito “leader” del centrodestra verso le tante liste civiche che si sono presentate e che tanto hanno fatto discutere gli opinionisti nelle settimane prima del voto? Per verificarlo si può fare un confronto tra il peso delle liste civiche oggi e quelle che si sono presentate alle penultime elezioni comunali nei capoluoghi presi in esame. Questa comparazione non serve a dimostrare quanti voti ha perso il Pdl in cinque anni, visto che all’epoca la nuova creatura politica di Berlusconi non esisteva ancora, ma soltanto a “censire” la tanto sbandierata crescita del civismo nell’elettorato di centrodestra. Il dato che emerge da questo confronto è chiaro e, per certi aspetti, sorprendente: in gran parte dei capoluoghi il peso delle liste civiche non è affatto aumentato e dove è cresciuto non ha stravolto gli equilibri preesistenti.
- Piemonte - Asti (13% di voti alle liste civiche che correvano con il Pdl oggi, 14,7% nel 2007); Alessandria (3,3% - 6,2%);
- Lombardia - Monza (0% - 5,5%);
- Veneto - Belluno (13,3% - 10%);
- Friuli Venezia Giulia - Gorizia (10,5% - 2,8%);
- Liguria - La Spezia (3,5% - 2,7%); Genova (2% - 7,3%);
- Emilia-Romagna - Parma (0,6% - 47% nel 2007, l’ex Sindaco Vignali si presentò con un unico listone); Piacenza (7,5% - 15,4%),
- Toscana - Lucca (8% - 10,2%);
- Lazio - Frosinone (28,2% - 2,2%); Rieti (14,3% - 7,4%);
- Abruzzo - L’Aquila (2% - 0,5%);
- Molise - Isernia (18,9% - 16%);
- Puglia - Taranto (1% - 0,8%); Brindisi (9,6% - 5,6%); Lecce (29,4% - 17%); Trani (22,7% - 12,4%);
- Calabria - Catanzaro (38,8% - 50,7%);
- Sicilia - Palermo (3,3% - 18,2%); Trapani (13,5% - 12,9%); Agrigento (11,4% - 9%).
Questo confronto serve almeno in parte a smentire l’ipotesi circolata che accreditava le liste civiche come un’ancora di salvataggio, una camera di compensazione per arginare il tracollo del principale partito di centrodestra. In realtà non è andata così. In molti capoluoghi le civiche non hanno aiutato il Pdl più di quanto non fecero già quattro-cinque anni fa con l’intera coalizione Fi-An-Udc-Lega.
Quindi dove sono finiti i (tanti) voti persi per strada dal Pdl? Al Movimento 5 Stelle? Forse, in parte. Ma è molto probabile che una buona fetta di elettori del partito di Alfano sia rimasta a casa, contribuendo così ad accentuarne il crollo. L’elevato tasso di astensionismo ha evidenziato un ricambio dell’elettorato restio a votare: sono cresciuti sia i “delusi” del Pdl che hanno preferito disertare le urne sia i grillini che invece hanno portato al voto molte persone che altrimenti non sarebbero mai andate a votare. Il tanto temuto astensionismo ha penalizzato soprattutto il Popolo della Libertà.