Amministrative 2012

Notizie e spunti su candidati e città al voto

Posts tagged Lecce

May 11

Pdl, salto nel vuoto

Il Popolo della Libertà esce con le ossa rotte dall’ultima tornata amministrativa. Un pesante ridimensionamento rispetto ai risultati ottenuti nei quattro-cinque anni passati e una palese emorragia di voti in tutte le città, anche nei rari casi dove un sindaco pidiellino è stato riconfermato (come a Lecce). Per fornire una spiegazione di questo vero e proprio salto nel vuoto non bastano le accuse rivolte al Governo nazionale, ad una presunta cambiale da pagare in termini elettorali per il sostegno acritico all’esecutivo di Mario Monti, come non sono sufficienti gli attacchi a candidati deboli e poco popolari nelle città dove si è votato (come se le segreterie nazionali non svolgessero un ruolo fin troppo invasivo nella selezione della classe dirigente locale…) o il rimpallo di accuse con la Lega su chi ha messo la parola fine su una coalizione vincente.

Secondo alcuni dirigenti del Pdl il partito ha subito un calo di consensi a causa delle numerose misure impopolari adottate dal governo Monti e gli elettori hanno così preferito dirottare il voto su liste civiche di sostegno, garantendo comunque la preferenza al candidato della coalizione. E’ davvero andata così? Si è veramente verificato un travaso di voti dal partito “leader” del centrodestra verso le tante liste civiche che si sono presentate e che tanto hanno fatto discutere gli opinionisti nelle settimane prima del voto? Per verificarlo si può fare un confronto tra il peso delle liste civiche oggi e quelle che si sono presentate alle penultime elezioni comunali nei capoluoghi presi in esame. Questa comparazione non serve a dimostrare quanti voti ha perso il Pdl in cinque anni, visto che all’epoca la nuova creatura politica di Berlusconi non esisteva ancora, ma soltanto a “censire” la tanto sbandierata crescita del civismo nell’elettorato di centrodestra. Il dato che emerge da questo confronto è chiaro e, per certi aspetti, sorprendente: in gran parte dei capoluoghi il peso delle liste civiche non è affatto aumentato e dove è cresciuto non ha stravolto gli equilibri preesistenti. 

  • Piemonte - Asti (13% di voti alle liste civiche che correvano con il Pdl oggi, 14,7% nel 2007); Alessandria (3,3% - 6,2%); 
  • Lombardia - Monza (0% - 5,5%);
  • Veneto - Belluno (13,3% - 10%); 
  • Friuli Venezia Giulia - Gorizia (10,5% - 2,8%);
  • Liguria - La Spezia (3,5% - 2,7%); Genova (2% - 7,3%);
  • Emilia-Romagna - Parma (0,6% - 47% nel 2007, l’ex Sindaco Vignali si presentò con un unico listone); Piacenza (7,5% - 15,4%),
  • Toscana - Lucca (8% - 10,2%); 
  • Lazio - Frosinone (28,2% - 2,2%); Rieti (14,3% - 7,4%);
  • Abruzzo - L’Aquila (2% - 0,5%);
  • Molise - Isernia (18,9% - 16%);
  • Puglia - Taranto (1% - 0,8%); Brindisi (9,6% - 5,6%); Lecce (29,4% - 17%); Trani (22,7% - 12,4%);
  • Calabria - Catanzaro (38,8% - 50,7%);
  • Sicilia - Palermo (3,3% - 18,2%); Trapani (13,5% - 12,9%); Agrigento (11,4% - 9%).

Questo confronto serve almeno in parte a smentire l’ipotesi circolata che accreditava le liste civiche come un’ancora di salvataggio, una camera di compensazione per arginare il tracollo del principale partito di centrodestra. In realtà non è andata così. In molti capoluoghi le civiche non hanno aiutato il Pdl più di quanto non fecero già quattro-cinque anni fa con l’intera coalizione Fi-An-Udc-Lega. 

Quindi dove sono finiti i (tanti) voti persi per strada dal Pdl? Al Movimento 5 Stelle? Forse, in parte. Ma è molto probabile che una buona fetta di elettori del partito di Alfano sia rimasta a casa, contribuendo così ad accentuarne il crollo. L’elevato tasso di astensionismo ha evidenziato un ricambio dell’elettorato restio a votare: sono cresciuti sia i “delusi” del Pdl che hanno preferito disertare le urne sia i grillini che invece hanno portato al voto molte persone che altrimenti non sarebbero mai andate a votare. Il tanto temuto astensionismo ha penalizzato soprattutto il Popolo della Libertà.  


May 10

Il Terzo Polo non è mai esistito

Un tempo li avremmo definiti “cartelli elettorali”, ovvero un contenitore politico che di lì a breve si sarebbe riempito di progetti e proposte, o federazione di partiti, un’unione strategica tra più forze politiche che spingono per un’alleanza elettorale. Se oggi invece dovessimo sfornare una definizione del tanto discusso Terzo Polo nessuna delle categorie sopra citate risulterebbe calzante. Perché al di là delle convention e delle tante parole sprecate il Terzo Polo non è mai esistito e le amministrative 2012 ne hanno sancito l’inconsistenza. A sostenere questa tesi ci pensano i dati relativi alle recenti alleanze e i numeri di una “coalizione” stordita dal round elettorale.

Prendendo in considerazione tutti i 26 capoluoghi dove si è votato lo scorso fine settimana emerge un rapporto di forza sbilanciato verso l’Udc, che sostanzialmente conferma su scala nazionale i valori espressi tra il 2008 e il 2010, mentre Futuro e Libertà e Alleanza per l’Italia ottengono discreti risultati nel Meridione d’Italia, in particolare in Sicilia, ma sono inesistenti nel Centro-Nord. Il partito di Casini va al ballottaggio in sei capoluoghi: a Isernia con una coalizione di centrodestra, a La Spezia e Trani con il centrosinistra, a Cuneo, Lucca e Agrigento insieme a liste civiche. Sempre l’Udc ottiene i migliori risultati a Cuneo (9%), Rieti (11,7%), L’Aquila (8,2%), Isernia (8,9%), Brindisi (8,3%), Trani (8,3%), Agrigento (13,5%), dimostrando quindi una certa trasversalità nel raccogliere voti lungo lo stivale. Diverso è il discorso per Fli e Api. I partiti di Fini e Rutelli evidenziano una chiara propensione verso il consenso nel Mezzogiorno, con buoni risultati in Puglia e Sicilia per il primo e solo a Brindisi per il secondo.     

Inoltre i tre partiti che compongono il Terzo Polo (quattro se consideriamo anche l’Mpa di Lombardo, fortemente ridimensionato) latitano anche a livello di alleanze, visto che le grandi città dove si sono presentati insieme si contano sul palmo di una mano e sono state molto più numerose le separazioni e il sostegno a candidati diversi. Non solo. Nel Nord Fli e Api hanno affrontato il caos liste e spesso si sono presentate senza simboli di partito, appoggiando candidati civici all’interno di liste civiche. L’unico vero exploit del Terzo Polo si è verificato a Genova, dove il candidato comune Enrico Musso andrà al ballottaggio contro il grande favorito Marco Doria, ma anche in questo caso i simboli dei tre partiti sono scomparsi per lasciare spazio alla lista Enrico Musso Sindaco. Sottotitolo: La lista Civica. 

Insomma il Terzo Polo non esiste e lo conferma anche Roberto D’Alimonte sul Sole:

“Per il blocco di centro il discorso è più complicato. In realtà questo blocco non esiste. Non esiste nemmeno il terzo polo. Esistono dei partiti e delle liste collegate che insieme però hanno raccolto un discreto bottino”.

L’unico partito che non esce con le gambe rotte da questa tornata è l’Udc di Casini, svincolato da logiche estemporanee di alleanze e autonomo da coalizioni preordinate dalle segreterie. Come conferma l’Istituto Cattaneo che

propone una lettura legata al tipo di alleanze scelte da Cesa e da Casini: rispetto al 2010 la lista dello scudocrociato perde lo 0,2% (scende dal 6,8% al 6,6%) nei 26 capoluoghi in cui si è votato. Ma «nei 17 Comuni in cui si è presentata svincolata dai partiti maggiori, presentandosi da sola o insieme a liste minori, guadagna mediamente lo 0,4%. Mentre nei Comuni in cui si è alleata con il Pd o con il Pdl ha perso, in entrambi i casi, lo 0,4%». Emerge, dunque, «la preferenza dell’elettorato dell’Udc per una strategia svincolata dalle maggiori coalizioni».

Alla luce di questi risultati è ovvio che Casini spinga per archiviare il nascituro Terzo Polo. L’Udc ha dimostrato di avere ancora una solida base elettorale, spesso frustrata da alleanze innaturali, e proverà in tutti i modi ad egemonizzare il voto “moderato” in vista delle politiche del prossimo anno. La somma dei singoli partiti non è più sufficiente, visto lo scarso appeal dimostrato da Fli e Api, e Casini lo sa, forte di numeri quanto meno rassicuranti.


May 8

Il Pd regge? Fino a un certo punto..

“Non è vero che tutti i partiti hanno perso, il Pd è il primo partito e va bene ovunque, mentre per il Pdl è uno tsunami”. Parola di Pierluigi Bersani. Ma è veramente andata così? Il Partito Democratico è riuscito davvero a contenere l’emorragia di voti che ha travolto altre forze politiche, andando bene ovunque come sostiene il segretario? L’analisi del voto, in realtà, riflette una situazione molto più complessa. Prendendo in considerazione i Comuni più grandi e gran parte dei capoluoghi coinvolti in questa tornata elettorale e confrontando i dati di oggi con quelli di cinque anni fa (Pd e Ulivo) il quadro si presenta così:

Il Pd cresce a Monza (dal 20,3% del 2007 al 24,8% attuale), Brindisi (13% - 17%), Belluno (15,6% - 18,6%), Taranto (12,5% - 16%), Catanzaro (6% nel 2011 - 10,5%), Parma (22% - 25,1%). Mantiene una sostanziale stabilità a Piacenza (25,3% - 26,6%), Pistoia (31% - 33,7%), Gorizia (17% - 17%) e Como (15 - 15,8%). In molte altre città, invece, si deve confrontare con un evidente calo dei consensi, come a Lecce (10,6% oggi, 15,5% nel 2007), Trani (6,4% - 10,6%), L’Aquila (16,4% - 24%), Cuneo (9,4% - 15,5%), Frosinone (10,5% - 16%), Genova (23,9% - 35%), La Spezia (27,2% - 32,5%), Rieti (11,9% - 19,5%), Verona (14,8% - 17,4%).

Su questo parallelismo tra le ultime due elezioni comunali si può aprire un acceso dibattito, visto che secondo alcuni il confronto tra l’Ulivo di Prodi e il Pd di Bersani è azzardato. Può essere una valutazione corretta ma è bene non dimenticarsi che quando si votò nel 2007 il Governo Prodi era alle prese con la tenuta della sua maggioranza, con accuse che gli arrivavano da ampi settori della società per l’aumento delle imposte, quindi le amministrative di allora furono (anche) un test sull’esecutivo nazionale e, di conseguenza, non andarono affatto bene per il centrosinistra. Constatare che il Partito Democratico oggi fatica a tener testa alle percentuali (basse) dell’Ulivo nel 2007 dovrebbe far riflettere sull’effettiva tenuta dei democratici a un anno dalle politiche. L’entusiasmo di Bersani potrebbe crescere ancora se tra due settimane i ballottaggi decreteranno la vittoria di molti candidati del centrosinistra, ma i consensi ottenuti dal Pd come partito sono e restano a livello di guardia. Ogni comparazione con il tracollo di Pdl e Lega è lecita, così come sono giuste le osservazioni in merito alla crescita esponenziale delle liste civiche che hanno inevitabilmente drenato voti ai partiti, ma arrivare a definire il Pd un partito che “va bene ovunque” è una forzatura politica. 


La disfatta nei capoluoghi

Il primo turno delle amministrative nei capoluoghi di provincia si chiude con tre successi del centrosinistra, tre del centrodestra (se verrà confermato Catanzaro) e uno della Lega (o di Tosi). Ma vista l’ampia frammentazione del quadro politico i ballottaggi che si svolgeranno tra due settimane vedono ai nastri di partenza una coalizione di centrosinistra in netto vantaggio, un Pdl drammaticamente ridimensionato, una Lega costretta a fare i conti con una caduta ben al di sopra delle aspettative, un Terzo Polo semplicemente non pervenuto e un Movimento 5 Stelle che ha superato le più rosee aspettative.

Debacle Pdl. Il partito che più di ogni altro paga in termini elettorali le divisioni nel centrodestra è senza dubbio il Pdl, visto che gli unici Comuni capoluogo nei quali si conferma sono Lecce (netta la vittoria del candidato uscente Perrone), Catanzaro (ancora in attesa dei risultati definitivi) e Gorizia (unica città dove la coalizione allargata Pdl, Lega, Terzo Polo non è stata messa in discussione). Nel resto del Paese il partito di Alfano paga lo scotto di una campagna elettorale minimal, subisce le dure conseguenze di amministrazioni locali allo sbando (Palermo e Parma) e, su scala nazionale, accusa l’appoggio al Governo dei tecnici. Sono ben sei le città capoluogo governate dal centrodestra negli ultimi anni e ora destinate al ballottaggio, che vedono però i candidati del centrosinistra favoriti: Alessandria, Asti, Como, Monza, Rieti, Trapani. Mentre a Parma, Palermo, Belluno e Lucca il Pdl non arriva nemmeno al secondo turno, perdendo quindi importanti amministrazioni dove governava. Da sottolineare che due dei pochi risultati positivi per il partito di Alfano, a Lecce e Frosinone, sono anche il frutto delle primarie che hanno incoronato il candidato. Se non è un segnale questo… 

Lega Nord. La prima pagina della Padania di oggi è tutta dedicata al trionfo di Tosi a Verona, l’unico vero successo targato Lega in questa tornata elettorale. A parte il capoluogo scaligero (dove la Lista civica Tosi ha raggiunto il 37%) nel Carroccio c’è ben poco da esultare. Monza è finita al ballottaggio, ma il Sindaco leghista uscente si è fermato al primo turno, e l’avanzata in Emilia e Liguria ha subito un brusco stop, relegando i candidati della Lega in posizioni di secondo piano. Da non sottovalutare la caduta dei Sindaci leghisti in molte piccole realtà di Veneto e Lombardia: ieri sono crollati dei luoghi simbolo come Cassano Magnago, paese di Bossi, e Mozzo, dove ha casa Calderoli. E’ come se la stabilità (e la fede) dell’elettorato leghista fosse in discussione dopo molti anni di successi e conferme.  

Pd in calo. Molti commentatori hanno segnalato la “tenuta” del Partito Democratico, considerando l’alto numero dei candidati, la frammentazione del quadro politico e la relativa dispersione del voto su liste civiche di sostegno. In realtà i sondaggi, pochi giorni fa, collocavano il Pd tra il 26 e il 28%, mentre il consenso effettivo del partito di Bersani sembra essersi fermato sotto il 20%. Un calo minimo se messo a confronto con il tracollo del Pdl, ma un ridimensionamento (almeno delle aspettative) c’è stato. Osservando i dati è evidente che il Pd punterà tutto sui prossimi ballottaggi, dai quali spera di incassare un alto numero di vittorie, tali da ribaltare il rapporto di forza con il centrodestra. Ad Alessandria, Asti, Belluno, Como, Genova, Monza, Parma, Piacenza, Rieti, Taranto, La Spezia, L’Aquila e Lucca la coalizione di centrosinistra, in gran parte dei casi fedele all’ormai nota foto di Vasto, è favorita. Se dovesse imporsi in tutti questi capoluoghi il ridimensionamento elettorale del Pd conterebbe davvero poco.

Terzo Polo cercasi. Dove si sono smarriti Casini, Fini e Rutelli? Come certificato prima del voto il “Terzo Polo” per ora non è altro che un mero cartello elettorale, un esperimento di coalizione tentato in poche realtà. In gran parte delle città al voto, infatti, non c’è stata alcuna alleanza tra Udc, Fli e Api che spesso sono andate in ordine sparso appoggiando questo o quel candidato di centrodestra o centrosinistra. Analizzando i singoli contesti è bene evidenziare il buon risultato di Musso a Genova: il candidato di tutto il Terzo Polo (che si è presentato con una sola lista civica senza simboli di partito) andrà al ballottaggio con il favorito Doria. Ballottaggio anche a Trapani, tra il centrodestra e il Terzo Polo. Su scala nazionale inoltre i dati certificano la crescita dell’Udc: +1%. Per ora quello dell’aggregazione delle forze moderate è un esperimento da rimandare, ma non si può parlare in alcun modo di debacle.

Sindaci grillini. Non sarà l’antipolitica ma la volontà di svecchiare l’attuale classe dirigente c’è tutta. Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo sfonda in tutta Italia, in particolare al centro-nord, e in molti casi supera il Pdl, l’Udc e la Lega, elegge il primo Sindaco (a Serego, roccaforte vicentina della Lega), trascina il centrosinistra al ballottaggio con un suo candidato a Parma, si conferma forte in Emilia-Romagna e supera spesso la soglia del 10%. Una vera e propria escalation per il (non)partito del comico genovese (che a Genova, anche con i suoi voti, ha impedito a Doria di vincere al primo turno). Per la prima volta vedremo i giovani grillini alle prese con il Governo della città. Sarà una bella sfida.


May 4

Lecce in bilico: continuità o rinnovamento?

Non avrà vita facile il futuro Sindaco di Lecce. Nella città salentina è ancora alta la percentuale degli indecisi, ma certamente il confronto a due tra Paolo Perrone (Sindaco uscente in quota centrodestra e grande favorito della vigilia) e Loredana Capone (candidata del centrosinistra dopo la vittoria alle primarie, vice di Vendola in Regione) segnerà il futuro di Lecce: da un lato la continuità e per certi versi la tranquillità di chi governa ininterrottamente da anni, dall’altro il possibile e potenziale rinnovamento della classe dirigente locale. E’ dal 1998, quando Adriana Poli Bortone strappò il Comune a Stefano Salvemini, che il centrodestra governa la città. Dopo i due mandati della “donna forte” di Lecce, da molti considerati gli anni d’oro del rilancio del centro salentino, nel 2007 è l’attuale Sindaco Paolo Perrone ad affermarsi, raccogliendo con la sua coalizione oltre il 56% dei voti. Negli ultimi cinque anni, però, la luna di miele del centrodestra con gli elettori si è ridimensionata, tra filobus milionari, spese fuori controllo (secondo i detrattori) e la rottura politica tra il Sindaco e il suo predecessore. Perrone e la Poli si sono reciprocamente delegittimati per anni, prima di ritrovare un filo conduttore alla vigilia della presentazione delle liste, riportando Io Sud, il partito co-fondato proprio dalla Poli, nei ranghi del centrodestra. Il rischio di mettere in discussione quella che ormai tutti considerano una roccaforte “azzurra” era troppo elevato per cedere alle rappresaglie di potere, ma il problema sarà capire se gli elettori “fedeli” dimenticheranno i momenti bui degli ultimi anni.

Da An a IoSud. In una città dove i missini raggiungevano spesso il 14-15% la forza elettorale della destra leccese non può essere sottovalutata. Adriana Poli Bortone è stata una rappresentante di primo piano del Movimento Sociale e di Alleanza Nazionale (Ministro delle risorse agricole nel primo Governo Berlusconi e responsabile delle politiche per il mezzogiorno). An a Lecce ha sempre ottenuto risultati ben al di sopra della media nazionale, tanto che nel 2007 si è affermato come primo partito con il 20% dei voti. Anche in occasione delle due elezioni (1998 e 2002) che incoronarono la Poli Bortone l’alleanza tra Fi e An si rivelò fruttuosa: la sola somma dei voti accumulati dai due partiti sfiorò il 50% nel 2002. I problemi cominciarono con la nascita del Pdl e la relativa rimozione di tutto quel retaggio culturale e ideologico su cui si fondava la destra italiana: nel 2008, alla vigilia delle politiche, i principali candidati dei due schieramenti spingevano per la nascita di un sistema sempre più bipolare e, sul lungo termine, bipartitico, con l’obiettivo di eliminare le ali estreme e assicurare più governabilità agli esecutivi. Proprio quell’anno il debutto leccese del Pdl fu sorprendente: 46,6% contro il 34,5% dei democratici. A consacrare il successo del nuovo centrodestra ci pensò anche la Poli Bortone, candidandosi per il Senato nelle liste del Pdl. Poi qualcosa cambiò. Nel 2009 le prese di posizione di Fini tese ad ammorbidire le idee storiche della destra italiana e le prime frizioni con il premier Berlusconi convinsero la Poli ad abbandonare la nave del Pdl per creare un nuovo movimento al passo con i tempi, parzialmente deideologizzato e fortemente radicato nel territorio. Io Sud nasce per accogliere chi non vuole dimenticare l’esperienza di An ma anche per “per dare maggiore spinta energetica alla crescita del territorio”. Due anni dopo l’elezione di Perrone Io Sud sospende il suo appoggio al Sindaco e alla coalizione di centrodestra, per poi presentarsi insieme all’Udc di Casini alle provinciali di Lecce nel 2009 e alle Regionali pugliesi nel 2010, collocandosi intorno al 10%. La candidatura solitaria della Poli è stata considerata fondamentale per la riconferma di Vendola nel 2010, visto che in quella tornata il Pdl ha perso per strada più del 10% rispetto alle europee dell’anno prima. A Lecce il centrodestra non poteva permettersi lo stesso errore ed ecco che Pdl, Io Sud e Fli sono tornati a coalizzarsi: vecchia e nuova destra di nuovo uniti in una città storicamente conservatrice. A quasi 15 anni di distanza il destino di Lecce è ancora legato al nome di Adriana Poli Bortone.    

Le (poche) speranze del Pd. A parte la parentesi di Stefano Salvemini, Sindaco negli anni ‘90, il centrosinistra leccese non è mai riuscito a rompere il muro del conservatorismo nell’elettorato leccese. Le (poche) speranze sono riposte in Loredana Capone che nel 2009 alle provinciali di Lecce è riuscita a trascinare al ballottaggio il candidato del centrodestra Gabellone, poi risultato vincente per pochi punti. Anche in quell’occasione però gli indiscutibili meriti della Capone andavano valutati insieme alla rottura politica tra Io Sud e il centrodestra, visto che al primo turno la Poli Bortone raccolse oltre il 21% dei voti, spianando la strada al ballottaggio. Oggi, come visto, non c’è più quel clima di forte contrapposizione politica nel centrodestra e il Partito Democratico per ottenere un risultato di rilievo dovrà spingersi ben oltre il 18% ottenuto alle Regionali due anni fa, magari sperando in una crescita parallela delle liste civiche a sostegno della candidata democratica. Tutto questo, però, ha un solo vero obiettivo: portare Perrone al ballottaggio. Perchè per il centrosinistra leccese la vittoria della Capone al primo turno è quasi un’utopia.  


May 1

L’occhio della stampa a 5 giorni dal voto

A meno di una settimana dal voto i quotidiani moltiplicano gli approfondimenti sulle amministrative 2012. I pronostici vedono favorita la coalizione di centrosinistra e la stampa “di area”, in particolare Repubblica e l’Unità, spinge per promuovere i candidati di Pd, Sel e Idv. Il centrodestra, invece, dopo la separazione dettata da fattori nazionali si presenta frammentato in gran parte dei Comuni, rovesciando l’impianto della coalizione che cinque anni fa fece incetta di successi: i quotidiani vicini a Pdl e Lega cercano di mantenere un certo distacco dal voto, analizzando gli schieramenti senza prendere posizioni nette.

Un elemento che accomuna tutta la stampa è senza dubbio l’esplosione delle liste civiche, un rinnovato e trasversale tentativo di far dimenticare agli elettori gli insuccessi dell’attuale classe dirigente su scala nazionale, ma anche una prova per sperimentare nuove alleanze tra i partiti tradizionali supportati dal civismo, che qualche voto in più lo porta sempre. Già un mese fa, pochi giorni prima della presentazione ufficiale delle liste, Linkiesta aveva documentato il nuovo fenomeno “civico” e ancora oggi la gran parte dei quotidiani sottolinea l’importanza delle liste di supporto, tanto che Il Sole 24 Ore vi ha dedicato ieri un approfondimento.

“…i simboli slegati dai partiti si sono moltiplicati. Complici il vento dell’antipolitica e lo sfaldarsi delle alleanze consolidatesi negli ultimi anni, le sigle civiche sono cresciute di 109 unità, con un aumento del 61 per cento. Una polverizzazione che si riflette anche sul numero totale di liste e di candidati, sia alla poltrona di sindaco che a quella di consigliere. […]  Nelle precedenti elezioni non esistevano né il Pd né il Pdl. E mentre il centrosinistra si presentava con un assetto simile a quello attuale (Ds, Margherita, Idv e altri partiti di sinistra), il centrodestra è cambiato radicalmente. In quel caso si componeva quasi ovunque di An, Forza Italia, Lega (al Nord) e Udc; oggi questa compagine è spaccata e, in molti casi, a puntellare le coalizioni locali sono arrivate schiere di liste nate sul territorio, a caccia dei voti degli scontenti della politica tradizionale”.

Anche Stefano Folli, sempre sul Sole, definisce le liste civiche “uno scudo per aggirare la perdita di credibilità” dei partiti “e frenare la protesta anti-sistema”, ma aggiunge che “il voto amministrativo è un’opportunità - una delle ultime - per trasmettere agli elettori un messaggio positivo”.

Se sui quotidiani il dibattito è concentrato sul rapporto tra partiti, elettori e liste civiche, il web non è da meno. Non mancano, infatti, approfondimenti sulla presenza on line dei candidati (consigliatissimo FanPage) e sui risultati delle precedenti elezioni nei Comuni che oggi tornano al voto (Termometro Politico). 


Apr 29

Apr 26

Le amministrative si vincono in periferia

Che si tratti di un confronto locale o nazionale poco importa perchè la geografia del voto parla chiaro: le elezioni si vincono (o si perdono) nelle periferie dei grandi centri urbani, nei grandi agglomerati o dormitori cittadini, dove il voto è più che mai volatile e va conquistato a suon di campagne elettorali, comizi vecchia maniera e partecipazione in rete. Silvia Davite su Affaritaliani.it analizza il voto del 2010 constatando che

“A Milano come a Napoli il voto delle periferie fu determinante e lo sarà ancora nel futuro prossimo. Non è un caso che a Torino si riconfermò un’alleanza politica, quella del Sindaco Chiamparino, che più di tutti lavorò per la riqualificazione urbanistica e sociale delle periferie; non è un caso che a Milano la Lega Nord cittadina, su imput dell’intera segreteria nazionale lombarda, decide immediatamente dopo le elezioni di ripartire dalle periferie e dal ‘popolo’ secondo l’insegnamento più autentico di Bossi”.

Anche il Centro Italiano Studi Elettorali, in una recente indagine sulle primarie di Palermo che hanno incoronato Ferrandelli, ha messo in luce il valore del voto delle periferie:

“La Borsellino ha trionfato in tutti i gazebo dell’VIII circoscrizione (Politeama, Campolo, Don Bosco, Ammiraglio Rizzo), nonché in tutte le zone residenziali adiacenti al centro (Uditore, Europa) con l’eccezione di San Lorenzo. Nelle periferie, però, il suo risultato è stato alquanto modesto. […] Ferrandelli è il candidato che mostra la distribuzione del voto più omogenea. Sono i quartieri popolari a dargli il massimo sostegno: stravince infatti nella periferia sud della città (Bonagia, Calatafimi bis, Molara, Pagliarelli, Villagrazia), ma anche in alcune aree periferiche a nord (Pallavicino, Tommaso Natale) e nei quartieri “difficili” di Borgonuovo, dello Zen e di Viale Picciotti”.

Impegnare gran parte della campagna elettorale nei centri cittadini, sottovalutando i quartieri periferici, è quanto di più sbagliato un candidato possa fare. E i numeri (non i nomi, per ora) saranno lì a sottolinearlo tra una decina di giorni.


Apr 24


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