Ballottaggi, Partito Democratico. Come è andata a finire
Il Centro Italiano Studi Elettorali (Cise) lo sottolinea:”I rapporti di forza fra “centrodestra” e “centrosinistra” si sono ribaltati: da 92-55 a 34-85”. Dal 2007 ad oggi, quindi, abbiamo assistito ad un lento, travagliato ma progressivo spostamento del voto: cinque anni fa la Casa delle Libertà, all’ultimo stadio prima della trasformazione del contenitore politico, raccoglieva successi in tutto il paese, in particolare al Nord dove l’asse Forza Italia - Lega garantiva vittorie e considerazione politica all’annosa questione settentrionale, mentre la vasta ed eterogenea coalizione di centrosinistra, con un Ulivo costretto a fare i conti con le difficoltà del Governo nazionale, perdeva amministrazioni in città storiche e importanti. Nel 2008, 2009 e, parzialmente, anche nel 2010 abbiamo assistito alla sostanziale tenuta della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, con un Popolo della Libertà agli apici del consenso e una Lega che “conquistava” Regioni chiave come Veneto e Piemonte, mentre il principale partito di opposizione, il Pd, stazionava su percentuali discrete ma non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza. Con le amministrative 2012 quegli stessi rapporti di forza sono cambiati ma è giusto parlare di successo del Partito Democratico e della tanto vituperata alleanza di Vasto? Mi limiterei a definirla una mezza vittoria. Cerchiamo di capire il perché.
Partito Democratico. Sommate ai tre successi del primo turno sono 15 le vittorie della coalizione di centrosinistra nei 26 capoluoghi al voto in questa tornata amministrativa (16 se consideriamo anche Belluno, dove il candidato ufficiale del centrosinistra è stato sconfitto da un candidato civico ex Pd). Il 60% dei capoluoghi sarà governato da amministrazioni di centrosinistra. Ieri i principali esponenti del Partito Democratico si sono spesi per difendere una vittoria ai loro occhi netta, inequivocabile ed indiscutibile. Al di là delle considerazioni “emotive” dei leader del partito è giusto evidenziare alcuni aspetti che, almeno in parte, ridimensionano la portata di questa presunta vittoria elettorale:
1. La tanto discussa alleanza di Vasto (Pd - Sel - Idv) ha sancito, attraverso il meccanismo delle primarie di coalizione (e non di partito come vorrebbero molti esponenti di punta del Pd), la vittoria di molti candidati che non appartengono al principale partito. Nulla di eccepibile in un sistema che prevede proprio la selezione della futura classe dirigente sulla base della volontà popolare, ma il fatto resta: dopo Milano e Napoli lo scorso anno, anche Genova e Palermo vedono trionfare candidati “non voluti” dal Partito Democratico. E’ indubbio che nella maggior parte delle città dove si sono svolte le primarie il candidato ufficiale del Pd abbia avuto la meglio, ma sarebbe un errore sottovalutare il peso delle scelte nelle grandi città metropolitane, dove il voto è più mobile e il risultato più pesante;
2. Il tasso di partecipazione su scala nazionale ai ballottaggi ha evidenziato un netto calo rispetto al primo turno (-14%), senza dimenticare che l’astensionismo aveva già dato segni importanti di crescita anche due settimane fa. Quindi, in ogni caso, è necessario confrontarsi con una serie di vittorie indiscutibili ma certamente favorite da un livello di astensione mai raggiunto. Il centrosinistra ha messo a segno risultati rilevanti in tutto il Nord del paese, tornando ad amministrare in un territorio per decenni dominato dall’asse di centrodestra, ma ha vinto in centri importanti come Como e Monza dove hanno votato rispettivamente il 42% e il 44% degli aventi diritto. Meno di un elettore su due. Questo dato ci aiuta a decifrare il malcontento e lo spaesamento dell’elettorato settentrionale, improvvisamente orfano della coalizione Pdl - Lega, e in cerca di nuovi riferimenti politici. Riferimenti che, allo stato attuale, non esistono nel Partito Democratico, che ha vinto grazie (anche) al deciso incremento dell’astensionismo e, guarda caso, ha perso laddove l’affluenza non è crollata (Parma e Comacchio);
3. La base elettorale e il consenso per il Partito Democratico sono cresciuti nelle città dove si è votato? Abbiamo già visto al primo turno che non è andata esattamente così. Il Pd infatti ha retto in termini percentuali in alcuni capoluoghi ma ha perso voti in molti altri. Se il confronto inoltre si basa sui risultati del 2007, quando l’Ulivo di Prodi pagava il prezzo di un Governo nazionale duramente contestato, il dato è ancora più evidente: il Pd non è stato in grado di incrementare il suo consenso, la base elettorale “fedele” ha votato ma il tanto auspicato travaso di voti dal centrodestra al centrosinistra non si è materializzato. Soprattutto al Nord, dove si vincono le elezioni nazionali. L’elettorato deluso di centrodestra ha preferito restare a casa, contribuendo così alla vittoria dei candidati del centrosinistra, senza che questi ultimi potessero fare affidamento su voti nuovi e freschi.
In vista delle politiche del prossimo anno il partito di Bersani farebbe bene a riflettere sulla reale portata di questo successo: un partito bloccato intorno al 20% non garantisce certezze nel medio termine e un eventuale rinnovamento del contenitore politico del centrodestra (spazzato via da queste elezioni con dati catastrofici) potrebbe rinsaldare un elettorato settentrionale spaesato come nel 1993-94 e non ancora disposto a dare fiducia ai democratici.
