Amministrative 2012

Notizie e spunti su candidati e città al voto

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May 22

Ballottaggi - Pdl e Lega crollano, Terzo Polo svanito, boom di Grillo

Su 26 Comuni capoluogo il Popolo della Libertà ne ha vinti 6 (Lecce, Frosinone, Trapani, Trani, Gorizia e Catanzaro), la Lega Nord 1 (Verona), l’Udc 2 (Cuneo e Agrigento), il Movimento 5 Stelle 1 (Parma). Analizzando i dati elettorali appare netta e schiacciante la sconfitta dei due partiti che hanno governato il paese dal 2008 al 2011, Pdl e Lega.

Il Pdl in particolare arretra in tutto il territorio nazionale (eccezion fatta per Lecce, dove il Sindaco è stato scelto con le primarie, e Catanzaro) con una contrazione a doppia cifra solo in parte giustificabile con l’astensionismo e il travaso di voti su liste civiche collegate. Il blocco Pdl - civiche non ha infatti riscosso alcun successo e non è riuscito a tamponare un’emorragia di voti che alla vigilia sembrava già inevitabile. Cosa è successo? Sicuramente ha giocato un ruolo essenziale la separazione dalla Lega Nord e la fine di un’alleanza decennale che aveva permesso alla coalizione di centrodestra di imporsi in tutte le realtà settentrionali. Il quadro politico locale che emerge da questa tornata amministrativa vede un netto ribaltamento a favore del centrosinistra. Difficile sostenere che tutti i Sindaci uscenti di Pdl e Lega avessero governato male negli ultimi anni. Fondamentale è stata la fine dell’alleanza, la successiva dispersione del voto e in parte l’ingloriosa fine del Governo Berlusconi lo scorso novembre. La miscela di tutti questi fattori ha prodotto un risultato devastante e senza precedenti per il centrodestra italiano.

La Lega Nord ha perso ieri i sette ballottaggi nel lombardo veneto dove era riuscita a superare il primo turno. All’attivo per il Carroccio resta solo il fenomeno Tosi e un Comune di Verona amministrato in modo ben diverso dal populismo di facciata spesso praticato dai leghisti su scala nazionale. Gli scandali giudiziari hanno fatto il resto, riportando la Lega ai livelli del 2007. Parlare di un movimento agli sgoccioli è però profondamente sbagliato, visto che lo zoccolo duro dell’elettorato “padano” resiste: molto dipenderà dagli imminenti congressi regionali e dal successivo congresso federale che potrebbero consacrare la leadership di Maroni e traghettare il partito al di fuori delle sabbie mobili attuali. Il grande problema della Lega sarà riconquistare la fiducia di tutti quegli elettori che negli ultimi anni, dal Piemonte all’Emilia-Romagna, avevano scelto il Carroccio, sorprendendo quasi tutti i politologi. Come testimoniano queste amministrative si trattava per lo più di un voto estemporaneo, dettato da fattori contingenti sui quali la dirigenza leghista avrebbe dovuto lavorare per renderli strutturali. In particolare in regioni “border line” rispetto all’indiscusso lombardo-veneto, come Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria e Toscana, il crollo della Lega è indiscutibile e gran parte dei voti sono finiti ad altri partiti o movimenti capaci di interpretare il malessere e la disillusione sociale. Per Maroni l’impresa sarà davvero ardua in vista delle politiche del prossimo anno.

L’Udc vive di vita propria. La formula Terzo Polo, sperimentata in poche realtà e affossata a Genova con la sconfitta di Musso, è già svanita visti i deludenti risultati di Fli e Api. Il partito di Casini vince correndo da solo a Cuneo e Agrigento, e i dati relativi al primo turno confermano la tenuta a livello nazionale e la crescita solo nelle realtà dove non era alleato con Fini e Rutelli. In base a questi dati Casini ha già certificato la fine del Terzo Polo e nonostante il pressing politico degli (ex)alleati c’è da scommettere che non tornerà sui suoi passi, non con le attuali formule politiche. L’Udc in vista delle nazionali 2013 dovrà scegliere da che parte stare: dal 2008 (anno della separazione da Berlusconi) ad oggi ha alternato l’autonomia dei suoi candidati a scelte di alleanze quanto meno destabilizzanti per l’elettorato di centro. Dare stabilità alla propria offerta politica sarà il grande obiettivo del partito di Casini nei prossimi mesi.

Il Movimento 5 Stelle è il vero vincitore delle amministrative 2012. Il successo dei grillini prescinde dal numero effettivo dei candidati vincenti (4 in totale) perché si colloca in uno spazio politico nuovo ed ancora inesplorato. Il merito che va riconosciuto al M5S è quello di essere riuscito a portare alle urne un numero ancora indefinito di elettori che negli ultimi anni avevano preferito astenersi. Il drenaggio di voti dai delusi di tutti i partiti ha fatto il resto, contribuendo alla consacrazione di questo movimento - partito su percentuali imprevedibili solo qualche mese fa.

La vittoria di Pizzarotti a Parma ha un’importanza simbolicamente rilevante perché si tratta di un successo costruito sulle ceneri di una classe dirigente locale che ha fallito. E su questo fallimento, con i voti decisivi del centrodestra, il M5S si è imposto come alternativa credibile, più credibile di un centrosinistra fuori dalle stanze del potere di Parma da oltre 15 anni. Un altro elemento fondamentale per capire ciò che è successo è l’astensionismo: rispetto a tutto il resto d’Italia nel capoluogo emiliano ha votato più o meno lo stesso numero di elettori del primo turno. Il discorso vale anche per Comacchio, dove ha vinto un altro candidato grillino. Pur trattandosi di esempi isolati e statisticamente minoritari questi dati indicano che il Movimento 5 Stelle ha vinto dove si è votato di più, dove l’astensionismo è rimasto congelato su percentuali accettabili. Alla vigilia nessuno avrebbe scommesso su Parma come città record di affluenza, soprattutto dopo gli scandali politici che ne hanno minato la credibilità.

I partiti dovrebbero prestare molta attenzione ai risultati di queste amministrative: Grillo ha dimostrato di avere una forza catalizzante sull’elettorato stanco e disilluso, convincendo molti cittadini a votare nelle elezioni che hanno segnato un record dell’astensione. Un dato forte e schiacciante, che trascende i risultati dei singoli candidati, e sposta il clima d’opinione sul movimento del comico genovese. In attesa che i candidati vincenti facciano il loro ingresso nella macchina amministrativa. Tra qualche mese saranno i fatti a parlare. 


Ballottaggi, Partito Democratico. Come è andata a finire

Il Centro Italiano Studi Elettorali (Cise) lo sottolinea:”I rapporti di forza fra “centrodestra” e “centrosinistra” si sono ribaltati: da 92-55 a 34-85”. Dal 2007 ad oggi, quindi, abbiamo assistito ad un lento, travagliato ma progressivo spostamento del voto: cinque anni fa la Casa delle Libertà, all’ultimo stadio prima della trasformazione del contenitore politico, raccoglieva successi in tutto il paese, in particolare al Nord dove l’asse Forza Italia - Lega garantiva vittorie e considerazione politica all’annosa questione settentrionale, mentre la vasta ed eterogenea coalizione di centrosinistra, con un Ulivo costretto a fare i conti con le difficoltà del Governo nazionale, perdeva amministrazioni in città storiche e importanti. Nel 2008, 2009 e, parzialmente, anche nel 2010 abbiamo assistito alla sostanziale tenuta della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, con un Popolo della Libertà agli apici del consenso e una Lega che “conquistava” Regioni chiave come Veneto e Piemonte, mentre il principale partito di opposizione, il Pd, stazionava su percentuali discrete ma non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza. Con le amministrative 2012 quegli stessi rapporti di forza sono cambiati ma è giusto parlare di successo del Partito Democratico e della tanto vituperata alleanza di Vasto? Mi limiterei a definirla una mezza vittoria. Cerchiamo di capire il perché.

Partito Democratico. Sommate ai tre successi del primo turno sono 15 le vittorie della coalizione di centrosinistra nei 26 capoluoghi al voto in questa tornata amministrativa (16 se consideriamo anche Belluno, dove il candidato ufficiale del centrosinistra è stato sconfitto da un candidato civico ex Pd). Il 60% dei capoluoghi sarà governato da amministrazioni di centrosinistra. Ieri i principali esponenti del Partito Democratico si sono spesi per difendere una vittoria ai loro occhi netta, inequivocabile ed indiscutibile. Al di là delle considerazioni “emotive” dei leader del partito è giusto evidenziare alcuni aspetti che, almeno in parte, ridimensionano la portata di questa presunta vittoria elettorale:

1. La tanto discussa alleanza di Vasto (Pd - Sel - Idv) ha sancito, attraverso il meccanismo delle primarie di coalizione (e non di partito come vorrebbero molti esponenti di punta del Pd), la vittoria di molti candidati che non appartengono al principale partito. Nulla di eccepibile in un sistema che prevede proprio la selezione della futura classe dirigente sulla base della volontà popolare, ma il fatto resta: dopo Milano e Napoli lo scorso anno, anche Genova e Palermo vedono trionfare candidati “non voluti” dal Partito Democratico. E’ indubbio che nella maggior parte delle città dove si sono svolte le primarie il candidato ufficiale del Pd abbia avuto la meglio, ma sarebbe un errore sottovalutare il peso delle scelte nelle grandi città metropolitane, dove il voto è più mobile e il risultato più pesante;

2. Il tasso di partecipazione su scala nazionale ai ballottaggi ha evidenziato un netto calo rispetto al primo turno (-14%), senza dimenticare che l’astensionismo aveva già dato segni importanti di crescita anche due settimane fa. Quindi, in ogni caso, è necessario confrontarsi con una serie di vittorie indiscutibili ma certamente favorite da un livello di astensione mai raggiunto. Il centrosinistra ha messo a segno  risultati rilevanti in tutto il Nord del paese, tornando ad amministrare in un territorio per decenni dominato dall’asse di centrodestra, ma ha vinto in centri importanti come Como e Monza dove hanno votato rispettivamente il 42% e il 44% degli aventi diritto. Meno di un elettore su due. Questo dato ci aiuta a decifrare il malcontento e lo spaesamento dell’elettorato settentrionale, improvvisamente orfano della coalizione Pdl - Lega, e in cerca di nuovi riferimenti politici. Riferimenti che, allo stato attuale, non esistono nel Partito Democratico, che ha vinto grazie (anche) al deciso incremento dell’astensionismo e, guarda caso, ha perso laddove l’affluenza non è crollata (Parma e Comacchio);

3. La base elettorale e il consenso per il Partito Democratico sono cresciuti nelle città dove si è votato? Abbiamo già visto al primo turno che non è andata esattamente così. Il Pd infatti ha retto in termini percentuali in alcuni capoluoghi ma ha perso voti in molti altri. Se il confronto inoltre si basa sui risultati del 2007, quando l’Ulivo di Prodi pagava il prezzo di un Governo nazionale duramente contestato, il dato è ancora più evidente: il Pd non è stato in grado di incrementare il suo consenso, la base elettorale “fedele” ha votato ma il tanto auspicato travaso di voti dal centrodestra al centrosinistra non si è materializzato. Soprattutto al Nord, dove si vincono le elezioni nazionali. L’elettorato deluso di centrodestra ha preferito restare a casa, contribuendo così alla vittoria dei candidati del centrosinistra, senza che questi ultimi potessero fare affidamento su voti nuovi e freschi.

In vista delle politiche del prossimo anno il partito di Bersani farebbe bene a riflettere sulla reale portata di questo successo: un partito bloccato intorno al 20% non garantisce certezze nel medio termine e un eventuale rinnovamento del contenitore politico del centrodestra (spazzato via da queste elezioni con dati catastrofici) potrebbe rinsaldare un elettorato settentrionale spaesato come nel 1993-94 e non ancora disposto a dare fiducia ai democratici.


May 18

Ballottaggi, tutto ancora da decidere

Domenica 20 e lunedì 21 si svolgeranno i ballottaggi in 118 Comuni italiani. Il quadro nei capoluoghi e nelle principali città dopo il primo turno vede una sostanziale parità tra i due principali schieramenti, con tre successi del centrosinistra (La Spezia, Pistoia e Brindisi), tre del centrodestra (Lecce, Gorizia e Catanzaro, sempre che venga confermato il risultato nel capoluogo calabrese) e uno targato Lega Nord/Tosi (Verona). La situazione di partenza alla vigilia dei ballottaggi è diametralmente opposta e sbilanciata sulla coalizione di centrosinistra che parte in vantaggio in 82 Comuni su 100 nelle Regioni a statuto ordinario. Più dell’80%. Se il Partito Democratico e gli alleati pensano di aver già vinto si sbagliano di grosso: è indubbio che tutti i pronostici puntano sull’affermazione del centrosinistra ma in questa tornata il rimescolamento dell’elettorato moderato di centrodestra potrebbe aprire spiragli per candidati da molti considerati senza speranze di vittoria.

Partito Democratico - Il Pd è presente in 17 ballottaggi sui 19 previsti nei capoluoghi e parte in vantaggio in ben 12 di questi (escludendo Palermo dove la sfida è tutta interna alla coalizione di centrosinistra), con coalizioni in certi casi eterogenee. Se in 13 Comuni è un’alleanza in stile Vasto a sostenere i candidati alla carica di Sindaco, a Frosinone il Pd corre con il Terzo Polo, a Taranto con l’Udc, a Palermo solo con Sel, a Trani con una coalizione trasversale che comprende tutto il centrosinistra e i partiti del Terzo Polo (obiettivo “abbattere” una storica roccaforte di centrodestra). Ai nastri di partenza il Partito Democratico è il grande favorito, ma per quanto riuscirà ad imporsi in numerosi Comuni è bene non sottovalutare gli avversari, viste le stranezze elettorali che si sono manifestate al primo turno e visto il calo evidente di tutti i partiti e di tutto il blocco di centrosinistra, Pd incluso, che non hanno affatto sfondato come le previsioni suggerivano un mese fa. Uno dei più importanti obiettivi elettorali del partito di Bersani resta l’affermazione nel Nord del paese, un territorio per troppo tempo avverso e che ora sembra aver voltato le spalle al centrodestra: piazze importanti come Monza, Como e Belluno sono a portata di mano e un’eventuale vittoria ridimensionerebbe il non eccezionale risultato dei singoli partiti perché spingerebbe l’annosa questione settentrionale al di fuori del recinto leghista, consegnando al Pd una buona parte del Nord, fondamentale per vincere le elezioni politiche del prossimo anno.

Popolo della Libertà - Il Pdl arranca. Nonostante la sostanziale tenuta nei capoluoghi vinti al primo turno il partito di Alfano ha perso voti in tutto il paese, spesso con percentuali drammatiche. Il Pdl si presenta al ballottaggio con un suo candidato in 11 capoluoghi su 19 ma, stando ai risultati del primo turno, è in vantaggio soltanto in 3 Comuni: Frosinone, Isernia e Trani. Il dato che rimbalza subito agli occhi è la totale assenza di candidati dati per vincenti nel Nord del paese, un territorio che per più di 10 anni ha sempre votato in maggioranza per Berlusconi e Bossi. Pur in assenza di apparentamenti ufficiali, negli ambienti del Pdl si spera che l’elettorato leghista ed eventualmente l’Udc convergano sui candidati del Pdl stesso, con l’obiettivo di non consegnare gran parte delle amministrazioni al centrosinistra e in modo da tamponare una sconfitta che sarebbe senza precedenti. Ma la situazione che si profila non è soltanto quella di un prevedibile ribaltamento dei risultati del 2007, quando il centrodestra riuscì ad imporsi nettamente, ma riguarda da vicino il tessuto delle alleanze, quanto mai sfilacciato dopo la rottura con la Lega e il difficile riavvicinamento con i centristi, e le drammatiche previsioni ad un anno dalle politiche. 

Movimento 5 Stelle - Considerato dagli analisti il vero (ed unico) vincitore di queste elezioni amministrative il Movimento di Beppe Grillo ha portato il suo primo Sindaco in un piccolo Comune vicentino, storico territorio leghista, ha visto aumentare esponenzialmente il consenso degli elettori e si ritrova al ballottaggio in cinque Comuni. Oltre al test di Parma, che ha ormai assunto un valore simbolico nazionale, i grillini si sono confermati in forte crescita in tutta l’Emilia-Romagna (al ballottaggio anche a Budrio nel bolognese e a Comacchio in Provincia di Ferrara) e hanno superato il primo turno anche a Mira, in Veneto, e a Garbagnate Milanese, in Lombardia. In tutti e cinque i casi dovranno sfidare una coalizione di centrosinistra partendo sempre dal secondo posto. Se i tre ballottaggi emiliani sono già stati oggetto di analisi, a Mira la situazione dopo il primo turno vede il candidato del centrosinistra al 43% contro il 17,4% del candidato grillino, mentre a Garbagnate Milanese il centrosinistra parte dal 43,65% e il candidato del M5S dal 10,7%. Non si tratta però di una sconfitta già annunciata: il clima d’opinione conta tanto in un contesto come l’attuale e gli spazi riservati dai media (soprattutto dalla rete) ai grillini dopo l’exploit di due settimane fa potrebbero favorire la rimonta dei candidati 5 Stelle. Con conseguenze politiche tutte da immaginare.

Come andrà a finire. Il valore politico di un’eventuale vittoria dei candidati di Grillo in cinque Comuni sarebbe statisticamente debole ma simbolicamente rivoluzionario. In particolare a Parma. Sul voto ai grillini si addensano le nubi di un centrodestra stordito e sconfitto che pur di non consegnare tutto il Centro Nord al centrosinistra sarebbe disposto a sostenere a suon di voti i candidati del Movimento 5 Stelle. Solo così la prevedibile vittoria finale del centrosinistra in capoluoghi importanti come Genova e, a modo suo, Palermo risulterebbe sbiadita di fronte all’affermazione di un Movimento che si pone l’obiettivo di spazzare via i partiti tradizionali. I riflessi sulla politica nazionale sarebbero immediati e coinvolgerebbero da vicino la tenuta e la forza riformatrice del Governo Monti così come il dialogo sulle riforme, dalla legge elettorale a quella costituzionale. Grillo a quel punto potrebbe impensierire i partiti perché se è vero che al voto politico manca ancora un anno (e in un anno i partiti possono rigenerarsi) è altrettanto palese che il trend elettorale e il clima d’opinione sarebbero tutti dalla parte del comico genovese.  


May 11

Pdl, salto nel vuoto

Il Popolo della Libertà esce con le ossa rotte dall’ultima tornata amministrativa. Un pesante ridimensionamento rispetto ai risultati ottenuti nei quattro-cinque anni passati e una palese emorragia di voti in tutte le città, anche nei rari casi dove un sindaco pidiellino è stato riconfermato (come a Lecce). Per fornire una spiegazione di questo vero e proprio salto nel vuoto non bastano le accuse rivolte al Governo nazionale, ad una presunta cambiale da pagare in termini elettorali per il sostegno acritico all’esecutivo di Mario Monti, come non sono sufficienti gli attacchi a candidati deboli e poco popolari nelle città dove si è votato (come se le segreterie nazionali non svolgessero un ruolo fin troppo invasivo nella selezione della classe dirigente locale…) o il rimpallo di accuse con la Lega su chi ha messo la parola fine su una coalizione vincente.

Secondo alcuni dirigenti del Pdl il partito ha subito un calo di consensi a causa delle numerose misure impopolari adottate dal governo Monti e gli elettori hanno così preferito dirottare il voto su liste civiche di sostegno, garantendo comunque la preferenza al candidato della coalizione. E’ davvero andata così? Si è veramente verificato un travaso di voti dal partito “leader” del centrodestra verso le tante liste civiche che si sono presentate e che tanto hanno fatto discutere gli opinionisti nelle settimane prima del voto? Per verificarlo si può fare un confronto tra il peso delle liste civiche oggi e quelle che si sono presentate alle penultime elezioni comunali nei capoluoghi presi in esame. Questa comparazione non serve a dimostrare quanti voti ha perso il Pdl in cinque anni, visto che all’epoca la nuova creatura politica di Berlusconi non esisteva ancora, ma soltanto a “censire” la tanto sbandierata crescita del civismo nell’elettorato di centrodestra. Il dato che emerge da questo confronto è chiaro e, per certi aspetti, sorprendente: in gran parte dei capoluoghi il peso delle liste civiche non è affatto aumentato e dove è cresciuto non ha stravolto gli equilibri preesistenti. 

  • Piemonte - Asti (13% di voti alle liste civiche che correvano con il Pdl oggi, 14,7% nel 2007); Alessandria (3,3% - 6,2%); 
  • Lombardia - Monza (0% - 5,5%);
  • Veneto - Belluno (13,3% - 10%); 
  • Friuli Venezia Giulia - Gorizia (10,5% - 2,8%);
  • Liguria - La Spezia (3,5% - 2,7%); Genova (2% - 7,3%);
  • Emilia-Romagna - Parma (0,6% - 47% nel 2007, l’ex Sindaco Vignali si presentò con un unico listone); Piacenza (7,5% - 15,4%),
  • Toscana - Lucca (8% - 10,2%); 
  • Lazio - Frosinone (28,2% - 2,2%); Rieti (14,3% - 7,4%);
  • Abruzzo - L’Aquila (2% - 0,5%);
  • Molise - Isernia (18,9% - 16%);
  • Puglia - Taranto (1% - 0,8%); Brindisi (9,6% - 5,6%); Lecce (29,4% - 17%); Trani (22,7% - 12,4%);
  • Calabria - Catanzaro (38,8% - 50,7%);
  • Sicilia - Palermo (3,3% - 18,2%); Trapani (13,5% - 12,9%); Agrigento (11,4% - 9%).

Questo confronto serve almeno in parte a smentire l’ipotesi circolata che accreditava le liste civiche come un’ancora di salvataggio, una camera di compensazione per arginare il tracollo del principale partito di centrodestra. In realtà non è andata così. In molti capoluoghi le civiche non hanno aiutato il Pdl più di quanto non fecero già quattro-cinque anni fa con l’intera coalizione Fi-An-Udc-Lega. 

Quindi dove sono finiti i (tanti) voti persi per strada dal Pdl? Al Movimento 5 Stelle? Forse, in parte. Ma è molto probabile che una buona fetta di elettori del partito di Alfano sia rimasta a casa, contribuendo così ad accentuarne il crollo. L’elevato tasso di astensionismo ha evidenziato un ricambio dell’elettorato restio a votare: sono cresciuti sia i “delusi” del Pdl che hanno preferito disertare le urne sia i grillini che invece hanno portato al voto molte persone che altrimenti non sarebbero mai andate a votare. Il tanto temuto astensionismo ha penalizzato soprattutto il Popolo della Libertà.  


May 9

La Lega torna sui livelli del 2007

Un salto indietro di cinque anni. E’ questo il (duro) verdetto sulla Lega Nord dopo le ultime elezioni amministrative. Lo spoglio delle schede ha infatti confermato un brusco arretramento del Carroccio e delle sue ambizioni di diventare il primo partito del Nord, ambizione lecita e coltivabile dopo i continui exploit degli ultimi anni, culminati nel 2010 con l’elezione di due Presidenti di Regione (Cota e Zaia) e con percentuali elevate in tutto il quadrante settentrionale. La caduta leghista ha un denominatore comune in tutte le Regioni: il ritorno alle percentuali raggiunte nel 2007-2008. Il problema è che quelle stesse percentuali, all’epoca valutate con giusto ottimismo (si parlò di exploit alle politiche 2008), erano divergenti a seconda dei contesti: alte nel Lombardo-Veneto, in continua crescita ed espansione nella zona rossa, in particolare in Emilia-Romagna e Liguria. A 4-5 anni di distanza la Lega conserva una solida base elettorale nel nordest e in Lombardia, pur perdendo molti sindaci a causa della separazione con il Pdl, ma crolla in Emilia, Piemonte e Liguria, riportando cifre da quinto, sesto partito e interrompendo così un ciclo positivo iniziato nel 2008 e consacratosi alle Regionali 2010.

Analizzando i dati nei Comuni con più di 15.000 abitanti e confrontandoli con i risultati ottenuti nel 2007 e nel 2010 il calo della Lega si presenta così:

  • Lombardia - Como (10,8% alle precedenti comunali, 25% alle Regionali 2010, 7,4% oggi); Monza (8,7%, 20,5%, 7,7%); Magenta (9,2%, 22,4%, 12,1%); Cassano Magnago (15,2%, 32%, 19,4%); Lissone (16,8%, 27%, 11,3%); Senago (18,3%, 20%, 14,1%); Cantù (14,5%, 35,6%, 17,9%); Castiglione delle Stiviere (10,8%, 27,8%, 15,7%); San Donato Milanese (5%, 13,4%, 3,6%); Sesto San Giovanni (5,9%, 13,9%, 4,2%);
  • Veneto - Belluno (7,5%, 22,2%, 4,6%); Verona (12%, 30,4%, 10,7%); Cittadella (18,9%, 45,5%, 16,8%); Feltre (17,6%, 28,5%, 7,5%); Mira (3,7%, 22,1%, 5%); San Giovanni Lupatoto (13,7%, 40%, 10%); Conegliano (7,3%, 37%, 5,7%); Jesolo (4,9%, 36%, 9,2%); Mirano (10,8%, 24,2%, 6%); Thiene (24,5%, 40%, 14,9%); Vigonza (8,8%, 33,5%, 7,7%);
  • Piemonte - Alessandria (11%, 16,1%, 5,9%); Asti (3%, 16,7%, 3,7%); Cuneo (5,2%, 19,5%, 7%);
  • Liguria - La Spezia (2,5%, 7,9%, 3,5%); Genova (3,7%, 8,5%, 3,8%); Chiavari (1%, 14,3%, nel 2012 niente simbolo della Lega nelle liste); Rapallo (2,3%, 10,6%, lista civica);
  • Emilia-Romagna - Parma (2%, 14,7%, 3%); Piacenza (4,9%, 18%, 5,4%); Budrio (1,4%, 8,6%, 2,2%); Comacchio (9,5%, 14,7%, 5,4%).

La palese retromarcia del (fu) partito di Bossi pone molti interrogativi sui flussi elettorali, sulla nuova destinazione dei tanti voti che oggi mancano alla Lega. Secondo molti opinionisti il travaso c’è stato e ha riguardato soprattutto il Movimento 5 Stelle, che ha sfondato proprio in quei territori dove il Carroccio ha perso voti. D’Alimonte sul Sole sottolinea che

“Nei 20 comuni capoluogo in cui si è presentato il movimento di Grillo ha ottenuto in media l’8,2% dei voti. Questo dato nasconde però una grande varianza. Nei 10 comuni del Nord (tutti quelli in cui si è votato) la percentuale è stata 11,3. Mentre nei quattro comuni capoluogo della ex zona rossa arriva al 13,1. Al Sud invece il movimento era presente solo in 6 comuni su 12 e i suoi consensi sono modesti, il 3,1%”.

I “grillini” sono riusciti ad arrivare al ballottaggio in 3 grandi Comuni su 4 in Emilia (Parma, Budrio, Comacchio) e hanno incassato ottimi risultati anche in Piemonte e Liguria (sfiorando il ballottaggio a Genova): in queste tre Regioni l’avanzata della Lega si è dimostrata non strutturale, tendenzialmente giovane, sicuramente di protesta contro una classe dirigente locale “bloccata” da decenni, lasciando quindi al M5S lo scettro della contestazione e della proposta politica contro i poteri locali. E’ lecito pertanto immaginare che almeno nella zona rossa si sia verificato uno spostamento di voti dalla Lega al M5S. Diverso è il discorso per Veneto e Lombardia, dove si registra un calo altrettanto vistoso del Carroccio ma non così drammatico da mettere in discussione un elettorato solido, radicato e ben distribuito sul territorio. E’ vero che molti sindaci della Lega hanno perso (soprattutto contro candidati del centrosinistra), che il Movimento di Grillo si è affermato ovunque nel nordest, ma in queste zone è probabile che molti elettori delusi siano rimasti a casa mentre gli astensionisti “cronici”, quelli che non votavano da anni, si sono recati alle urne vedendo nei “grillini” una possibile nuova sponda politica di riferimento. In ogni caso la Lega non può e non deve sottovalutare l’impietoso verdetto di queste amministrative perché anche l’elettorato fedele potrebbe dare segnali di cedimento se qualcosa non cambierà nel caotico quadro politico nazionale.   


May 8

Il Pd regge? Fino a un certo punto..

“Non è vero che tutti i partiti hanno perso, il Pd è il primo partito e va bene ovunque, mentre per il Pdl è uno tsunami”. Parola di Pierluigi Bersani. Ma è veramente andata così? Il Partito Democratico è riuscito davvero a contenere l’emorragia di voti che ha travolto altre forze politiche, andando bene ovunque come sostiene il segretario? L’analisi del voto, in realtà, riflette una situazione molto più complessa. Prendendo in considerazione i Comuni più grandi e gran parte dei capoluoghi coinvolti in questa tornata elettorale e confrontando i dati di oggi con quelli di cinque anni fa (Pd e Ulivo) il quadro si presenta così:

Il Pd cresce a Monza (dal 20,3% del 2007 al 24,8% attuale), Brindisi (13% - 17%), Belluno (15,6% - 18,6%), Taranto (12,5% - 16%), Catanzaro (6% nel 2011 - 10,5%), Parma (22% - 25,1%). Mantiene una sostanziale stabilità a Piacenza (25,3% - 26,6%), Pistoia (31% - 33,7%), Gorizia (17% - 17%) e Como (15 - 15,8%). In molte altre città, invece, si deve confrontare con un evidente calo dei consensi, come a Lecce (10,6% oggi, 15,5% nel 2007), Trani (6,4% - 10,6%), L’Aquila (16,4% - 24%), Cuneo (9,4% - 15,5%), Frosinone (10,5% - 16%), Genova (23,9% - 35%), La Spezia (27,2% - 32,5%), Rieti (11,9% - 19,5%), Verona (14,8% - 17,4%).

Su questo parallelismo tra le ultime due elezioni comunali si può aprire un acceso dibattito, visto che secondo alcuni il confronto tra l’Ulivo di Prodi e il Pd di Bersani è azzardato. Può essere una valutazione corretta ma è bene non dimenticarsi che quando si votò nel 2007 il Governo Prodi era alle prese con la tenuta della sua maggioranza, con accuse che gli arrivavano da ampi settori della società per l’aumento delle imposte, quindi le amministrative di allora furono (anche) un test sull’esecutivo nazionale e, di conseguenza, non andarono affatto bene per il centrosinistra. Constatare che il Partito Democratico oggi fatica a tener testa alle percentuali (basse) dell’Ulivo nel 2007 dovrebbe far riflettere sull’effettiva tenuta dei democratici a un anno dalle politiche. L’entusiasmo di Bersani potrebbe crescere ancora se tra due settimane i ballottaggi decreteranno la vittoria di molti candidati del centrosinistra, ma i consensi ottenuti dal Pd come partito sono e restano a livello di guardia. Ogni comparazione con il tracollo di Pdl e Lega è lecita, così come sono giuste le osservazioni in merito alla crescita esponenziale delle liste civiche che hanno inevitabilmente drenato voti ai partiti, ma arrivare a definire il Pd un partito che “va bene ovunque” è una forzatura politica. 


Apr 29

Apr 27