Amministrative 2012

Notizie e spunti su candidati e città al voto

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May 23

Amministrative 2012, fine dei giochi

Con i ballottaggi si sono chiuse le amministrative 2012. I risultati ci offrono una chiave di lettura ben diversa di quest’ultima tornata elettorale, diversa da come spesso si tenta di dipingere il voto, la partecipazione popolare e il rispetto (se non la devozione) verso i simboli repubblicani. Questa volta non è andata proprio così. Le classiche schermaglie della campagna elettorale declinate a mera delegittimazione dell’intera classe dirigente (e non del suo eletto più rappresentativo o del partito avverso nella dicotomia bipolare) hanno preso il sopravvento, spostando il baricentro della propaganda partitica su temi tanto locali quanto nazionali. Sarebbe fortemente sbagliato affermare che le amministrative 2012 non hanno riguardato i singoli comuni, i singoli candidati, i confronti programmatici, perché è pur sempre vero che questo è stato e resta un voto locale. E’ altrettanto chiaro però che questo stesso voto (o non voto, a seconda dei punti di vista) ha coinvolto l’intera classe dirigente nazionale, che puntualmente si è spesa per sostenere i propri candidati, e ha convogliato sul binario locale i grandi temi che scuotono la politica italiana e il rapporto con i cittadini/elettori: dal finanziamento pubblico alla legge elettorale, dalla corruzione alla crisi economica, dal disagio sociale alle nuove imposte (semi)locali come l’Imu. Tutto insieme in un unico calderone, dove è sottile, quasi invisibile, la linea di demarcazione tra Comune e Stato.

Sono un segno dei tempi che cambiano le roboanti e taglienti esternazioni di Beppe Grillo, ancora ieri impegnato ad aggredire gli avversari politici, e la strategia per la prima volta davvero difensiva del leader del primo partito italiano, Pierluigi Bersani, costretto ad invocare “la calma”, senza possibilità reali di sfornare risposte velate di superiorità e certezza. Per la prima volta l’agenda politica cambia perché dettata, imposta da un movimento che ha preso il sopravvento sui partiti tradizionali. Il ghigno e la presunta certezza del consenso popolare non sono più armi a disposizione dei leader per sbarazzarsi con malcelata arroganza di un (ex)comico. Ora anche i cittadini hanno voltato le spalle alla politica e se questa saprà rinnovarsi nei prossimi mesi sarà anche merito di un Grillo per troppo tempo sottovalutato o strumentalizzato.

Il tasso di astensionismo è sempre stato il termometro della credibilità o della disaffezione verso l’offerta politica e mai come in questo caso è la testimonianza di un indietreggiamento forte e radicale dei cittadini nei confronti dei partiti e del loro tentativo di scaricare sul civismo di bandiera il ridimensionamento della loro popolarità. Ai ballottaggi di domenica e lunedì scorsi ha votato solo il 51,38% degli aventi diritto nelle Regioni a statuto ordinario, poco più di un elettore su due. Una cifra scoraggiante che richiede cambiamenti strutturali e una risposta politica forte ed immediata. Il crollo di Pdl e Lega, l’incerta stazionarietà di Udc, Idv e Sel, la presunta riscossa del Partito Democratico che ha sì guadagnato Comuni ma non ha allargato la sua base elettorale, sono il segno di un rinnovamento necessario dell’offerta e del contenitore politico, più che di un semplice maquillage di loghi e nomi dei partiti.

La strada è segnata. Le amministrative 2012 lasciano una pesante eredità sulle spalle dei leader, costretti a cambiare radicalmente strategia. Il Popolo della Libertà, primo partito italiano dal 2008 fino a pochi mesi fa, esce con le ossa rotte da quest’ultima tornata e dovrà cercare un rilancio attraverso l’aggregazione di forze moderate in una grande federazione, piuttosto che in un mero cambiamento di facciata del nome in vista delle politiche 2013. La Lega Nord, fino a qualche mese fa alleato fedele del Pdl, cercherà linfa vitale nella nuova leadership (ormai scontata) di Roberto Maroni, nel tentativo di traghettare il partito di “Roma ladrona” al di fuori delle sabbie mobili delle inchieste giudiziarie che ne hanno minato la credibilità mettendo in discussione un importante serbatoio di voti.

L’Udc, forse il solo partito che non ha perso voti, ha già messo in cantina il progetto Terzo Polo, un’archiviazione di fatto dettata dall’insuccesso e dalla scarsa progettualità politica dei tre partiti che componevano l’alleanza; dopo anni di baldanzosi tira e molla con i due schieramenti figli del bipolarismo nato nella Seconda Repubblica Casini dovrà scegliere da che parte stare. Il sostegno acritico al Governo Monti non è più sufficiente per catalizzare il tanto ambito voto moderato.

Idv e Sel non perdono, ma di certo non possono essere etichettati come i vincitori delle amministrative: i dipietristi non riescono a raccogliere i frutti sperati (e dati per scontati) dall’opposizione parlamentare al Governo Monti, mentre Sel non incassa i dividendi della sua assenza da Camera e Senato insieme al forte e deciso contrasto alle politiche dell’esecutivo tecnico. Anche il Partito Democratico, come già documentato, non può ergersi a vincitore della contesa elettorale, visto che i voti incassati non certificano un’incremento del consenso ma si limitano ad evidenziare la debolezza di un avversario attualmente fuori gioco.

Qualcosa dovrà cambiare nei prossimi mesi perché le elezioni amministrative hanno come previsto cambiato lo scenario politico e posto fine al fumoso bipolarismo che per anni ha contraddistinto la politica italiana, portandola qualche anno fa ad immaginare addirittura un bipartitismo puro. Non è andata così. I (pochi) voti evidenziano disaffezione, dispersione, necessità di nuovi riferimenti politici. Su questo campo comincia una nuova partita che si trascinerà nei prossimi mesi tra promesse, slogan e qualche novità. In attesa che qualche tecnico “scenda in campo”, che Montezemolo e la sua Italia Futura decidano di entrare nell’agone politico e che i partiti in Parlamento scelgano il futuro assetto della legge elettorale in nome della tanto sbandierata governabilità. Grillo intanto continuerà a fare il suo gioco, provocando e proponendo quella ventata di novità derivante da volti nuovi e freschi, quegli stessi volti che hanno convinto gli elettori di Parma e che sulla scia del recente successo collocano il Movimento 5 Stelle oltre il 15%. Il secondo partito italiano secondo qualche sondaggista. Con la differenza che da lunedì i grillini amministrano quattro città e saranno giudicati sulla base delle scelte e dei risultati. I comizi straripanti di Grillo che hanno invaso le piazze italiane per mesi non saranno più sufficienti per giustificare scomode decisioni politiche.

Una nuova partita è appena cominciata.          


May 22

Ballottaggi, Partito Democratico. Come è andata a finire

Il Centro Italiano Studi Elettorali (Cise) lo sottolinea:”I rapporti di forza fra “centrodestra” e “centrosinistra” si sono ribaltati: da 92-55 a 34-85”. Dal 2007 ad oggi, quindi, abbiamo assistito ad un lento, travagliato ma progressivo spostamento del voto: cinque anni fa la Casa delle Libertà, all’ultimo stadio prima della trasformazione del contenitore politico, raccoglieva successi in tutto il paese, in particolare al Nord dove l’asse Forza Italia - Lega garantiva vittorie e considerazione politica all’annosa questione settentrionale, mentre la vasta ed eterogenea coalizione di centrosinistra, con un Ulivo costretto a fare i conti con le difficoltà del Governo nazionale, perdeva amministrazioni in città storiche e importanti. Nel 2008, 2009 e, parzialmente, anche nel 2010 abbiamo assistito alla sostanziale tenuta della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, con un Popolo della Libertà agli apici del consenso e una Lega che “conquistava” Regioni chiave come Veneto e Piemonte, mentre il principale partito di opposizione, il Pd, stazionava su percentuali discrete ma non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza. Con le amministrative 2012 quegli stessi rapporti di forza sono cambiati ma è giusto parlare di successo del Partito Democratico e della tanto vituperata alleanza di Vasto? Mi limiterei a definirla una mezza vittoria. Cerchiamo di capire il perché.

Partito Democratico. Sommate ai tre successi del primo turno sono 15 le vittorie della coalizione di centrosinistra nei 26 capoluoghi al voto in questa tornata amministrativa (16 se consideriamo anche Belluno, dove il candidato ufficiale del centrosinistra è stato sconfitto da un candidato civico ex Pd). Il 60% dei capoluoghi sarà governato da amministrazioni di centrosinistra. Ieri i principali esponenti del Partito Democratico si sono spesi per difendere una vittoria ai loro occhi netta, inequivocabile ed indiscutibile. Al di là delle considerazioni “emotive” dei leader del partito è giusto evidenziare alcuni aspetti che, almeno in parte, ridimensionano la portata di questa presunta vittoria elettorale:

1. La tanto discussa alleanza di Vasto (Pd - Sel - Idv) ha sancito, attraverso il meccanismo delle primarie di coalizione (e non di partito come vorrebbero molti esponenti di punta del Pd), la vittoria di molti candidati che non appartengono al principale partito. Nulla di eccepibile in un sistema che prevede proprio la selezione della futura classe dirigente sulla base della volontà popolare, ma il fatto resta: dopo Milano e Napoli lo scorso anno, anche Genova e Palermo vedono trionfare candidati “non voluti” dal Partito Democratico. E’ indubbio che nella maggior parte delle città dove si sono svolte le primarie il candidato ufficiale del Pd abbia avuto la meglio, ma sarebbe un errore sottovalutare il peso delle scelte nelle grandi città metropolitane, dove il voto è più mobile e il risultato più pesante;

2. Il tasso di partecipazione su scala nazionale ai ballottaggi ha evidenziato un netto calo rispetto al primo turno (-14%), senza dimenticare che l’astensionismo aveva già dato segni importanti di crescita anche due settimane fa. Quindi, in ogni caso, è necessario confrontarsi con una serie di vittorie indiscutibili ma certamente favorite da un livello di astensione mai raggiunto. Il centrosinistra ha messo a segno  risultati rilevanti in tutto il Nord del paese, tornando ad amministrare in un territorio per decenni dominato dall’asse di centrodestra, ma ha vinto in centri importanti come Como e Monza dove hanno votato rispettivamente il 42% e il 44% degli aventi diritto. Meno di un elettore su due. Questo dato ci aiuta a decifrare il malcontento e lo spaesamento dell’elettorato settentrionale, improvvisamente orfano della coalizione Pdl - Lega, e in cerca di nuovi riferimenti politici. Riferimenti che, allo stato attuale, non esistono nel Partito Democratico, che ha vinto grazie (anche) al deciso incremento dell’astensionismo e, guarda caso, ha perso laddove l’affluenza non è crollata (Parma e Comacchio);

3. La base elettorale e il consenso per il Partito Democratico sono cresciuti nelle città dove si è votato? Abbiamo già visto al primo turno che non è andata esattamente così. Il Pd infatti ha retto in termini percentuali in alcuni capoluoghi ma ha perso voti in molti altri. Se il confronto inoltre si basa sui risultati del 2007, quando l’Ulivo di Prodi pagava il prezzo di un Governo nazionale duramente contestato, il dato è ancora più evidente: il Pd non è stato in grado di incrementare il suo consenso, la base elettorale “fedele” ha votato ma il tanto auspicato travaso di voti dal centrodestra al centrosinistra non si è materializzato. Soprattutto al Nord, dove si vincono le elezioni nazionali. L’elettorato deluso di centrodestra ha preferito restare a casa, contribuendo così alla vittoria dei candidati del centrosinistra, senza che questi ultimi potessero fare affidamento su voti nuovi e freschi.

In vista delle politiche del prossimo anno il partito di Bersani farebbe bene a riflettere sulla reale portata di questo successo: un partito bloccato intorno al 20% non garantisce certezze nel medio termine e un eventuale rinnovamento del contenitore politico del centrodestra (spazzato via da queste elezioni con dati catastrofici) potrebbe rinsaldare un elettorato settentrionale spaesato come nel 1993-94 e non ancora disposto a dare fiducia ai democratici.


May 18

Ballottaggi, tutto ancora da decidere

Domenica 20 e lunedì 21 si svolgeranno i ballottaggi in 118 Comuni italiani. Il quadro nei capoluoghi e nelle principali città dopo il primo turno vede una sostanziale parità tra i due principali schieramenti, con tre successi del centrosinistra (La Spezia, Pistoia e Brindisi), tre del centrodestra (Lecce, Gorizia e Catanzaro, sempre che venga confermato il risultato nel capoluogo calabrese) e uno targato Lega Nord/Tosi (Verona). La situazione di partenza alla vigilia dei ballottaggi è diametralmente opposta e sbilanciata sulla coalizione di centrosinistra che parte in vantaggio in 82 Comuni su 100 nelle Regioni a statuto ordinario. Più dell’80%. Se il Partito Democratico e gli alleati pensano di aver già vinto si sbagliano di grosso: è indubbio che tutti i pronostici puntano sull’affermazione del centrosinistra ma in questa tornata il rimescolamento dell’elettorato moderato di centrodestra potrebbe aprire spiragli per candidati da molti considerati senza speranze di vittoria.

Partito Democratico - Il Pd è presente in 17 ballottaggi sui 19 previsti nei capoluoghi e parte in vantaggio in ben 12 di questi (escludendo Palermo dove la sfida è tutta interna alla coalizione di centrosinistra), con coalizioni in certi casi eterogenee. Se in 13 Comuni è un’alleanza in stile Vasto a sostenere i candidati alla carica di Sindaco, a Frosinone il Pd corre con il Terzo Polo, a Taranto con l’Udc, a Palermo solo con Sel, a Trani con una coalizione trasversale che comprende tutto il centrosinistra e i partiti del Terzo Polo (obiettivo “abbattere” una storica roccaforte di centrodestra). Ai nastri di partenza il Partito Democratico è il grande favorito, ma per quanto riuscirà ad imporsi in numerosi Comuni è bene non sottovalutare gli avversari, viste le stranezze elettorali che si sono manifestate al primo turno e visto il calo evidente di tutti i partiti e di tutto il blocco di centrosinistra, Pd incluso, che non hanno affatto sfondato come le previsioni suggerivano un mese fa. Uno dei più importanti obiettivi elettorali del partito di Bersani resta l’affermazione nel Nord del paese, un territorio per troppo tempo avverso e che ora sembra aver voltato le spalle al centrodestra: piazze importanti come Monza, Como e Belluno sono a portata di mano e un’eventuale vittoria ridimensionerebbe il non eccezionale risultato dei singoli partiti perché spingerebbe l’annosa questione settentrionale al di fuori del recinto leghista, consegnando al Pd una buona parte del Nord, fondamentale per vincere le elezioni politiche del prossimo anno.

Popolo della Libertà - Il Pdl arranca. Nonostante la sostanziale tenuta nei capoluoghi vinti al primo turno il partito di Alfano ha perso voti in tutto il paese, spesso con percentuali drammatiche. Il Pdl si presenta al ballottaggio con un suo candidato in 11 capoluoghi su 19 ma, stando ai risultati del primo turno, è in vantaggio soltanto in 3 Comuni: Frosinone, Isernia e Trani. Il dato che rimbalza subito agli occhi è la totale assenza di candidati dati per vincenti nel Nord del paese, un territorio che per più di 10 anni ha sempre votato in maggioranza per Berlusconi e Bossi. Pur in assenza di apparentamenti ufficiali, negli ambienti del Pdl si spera che l’elettorato leghista ed eventualmente l’Udc convergano sui candidati del Pdl stesso, con l’obiettivo di non consegnare gran parte delle amministrazioni al centrosinistra e in modo da tamponare una sconfitta che sarebbe senza precedenti. Ma la situazione che si profila non è soltanto quella di un prevedibile ribaltamento dei risultati del 2007, quando il centrodestra riuscì ad imporsi nettamente, ma riguarda da vicino il tessuto delle alleanze, quanto mai sfilacciato dopo la rottura con la Lega e il difficile riavvicinamento con i centristi, e le drammatiche previsioni ad un anno dalle politiche. 

Movimento 5 Stelle - Considerato dagli analisti il vero (ed unico) vincitore di queste elezioni amministrative il Movimento di Beppe Grillo ha portato il suo primo Sindaco in un piccolo Comune vicentino, storico territorio leghista, ha visto aumentare esponenzialmente il consenso degli elettori e si ritrova al ballottaggio in cinque Comuni. Oltre al test di Parma, che ha ormai assunto un valore simbolico nazionale, i grillini si sono confermati in forte crescita in tutta l’Emilia-Romagna (al ballottaggio anche a Budrio nel bolognese e a Comacchio in Provincia di Ferrara) e hanno superato il primo turno anche a Mira, in Veneto, e a Garbagnate Milanese, in Lombardia. In tutti e cinque i casi dovranno sfidare una coalizione di centrosinistra partendo sempre dal secondo posto. Se i tre ballottaggi emiliani sono già stati oggetto di analisi, a Mira la situazione dopo il primo turno vede il candidato del centrosinistra al 43% contro il 17,4% del candidato grillino, mentre a Garbagnate Milanese il centrosinistra parte dal 43,65% e il candidato del M5S dal 10,7%. Non si tratta però di una sconfitta già annunciata: il clima d’opinione conta tanto in un contesto come l’attuale e gli spazi riservati dai media (soprattutto dalla rete) ai grillini dopo l’exploit di due settimane fa potrebbero favorire la rimonta dei candidati 5 Stelle. Con conseguenze politiche tutte da immaginare.

Come andrà a finire. Il valore politico di un’eventuale vittoria dei candidati di Grillo in cinque Comuni sarebbe statisticamente debole ma simbolicamente rivoluzionario. In particolare a Parma. Sul voto ai grillini si addensano le nubi di un centrodestra stordito e sconfitto che pur di non consegnare tutto il Centro Nord al centrosinistra sarebbe disposto a sostenere a suon di voti i candidati del Movimento 5 Stelle. Solo così la prevedibile vittoria finale del centrosinistra in capoluoghi importanti come Genova e, a modo suo, Palermo risulterebbe sbiadita di fronte all’affermazione di un Movimento che si pone l’obiettivo di spazzare via i partiti tradizionali. I riflessi sulla politica nazionale sarebbero immediati e coinvolgerebbero da vicino la tenuta e la forza riformatrice del Governo Monti così come il dialogo sulle riforme, dalla legge elettorale a quella costituzionale. Grillo a quel punto potrebbe impensierire i partiti perché se è vero che al voto politico manca ancora un anno (e in un anno i partiti possono rigenerarsi) è altrettanto palese che il trend elettorale e il clima d’opinione sarebbero tutti dalla parte del comico genovese.  


May 17

Grillo si pesa in Emilia-Romagna

Tra apparentamenti mancati e un muro trasversale eretto contro il principale partito regionale, i ballottaggi di domenica e lunedì in Emilia-Romagna hanno tutto l’aspetto di un piccolo ma potenzialmente travolgente cataclisma elettorale, una sorta di tutti contro il Partito Democratico e la coalizione di centrosinistra, che sin dai tempi del Pci comanda lungo la via Emilia. Sono ormai sui libri di storia i tempi gloriosi delle vecchie amministrazioni rosse che con percentuali bulgare vincevano e governavano senza sosta praticamente in tutta la Regione. Negli ultimi anni qualcosa si è inceppato in quell’automatismo elettorale che rendeva gli emiliani assuefatti ad eventuali incrostazioni politiche dettate dalla continuità e soddisfatti di un contesto amministrativo definito un esempio da imitare: prima è arrivata la Lega Nord che nel solco del successo berlusconiano è riuscita ad attecchire in vari centri per poi ridimensionarsi a causa degli scandali che stanno travolgendo i vertici del Carroccio, ora è il turno del Movimento 5 Stelle, chiamato a confrontarsi per la prima volta con la suggestiva ma pericolosa prova della vittoria. Insomma per il Partito Democratico la tranquillità del successo in casa non esiste più e, pur partendo in evidente vantaggio in tutti e quattro i Comuni emiliani che torneranno al voto questo fine settimana, dovrà vedersela con uno schieramento trasversale che parte dagli ex alleati Pdl e Lega per arrivare al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Proprio quel M5S che ha sorprendentemente raggiunto il ballottaggio in tre Comuni su quattro.

Comacchio - Pierotti, candidato di Pd, Udc e civiche nel Comune in Provincia di Ferrara, non ha superato il 36,5% al primo turno, viste anche le divisioni nella coalizione di centrosinistra con Idv e Sel che hanno sostenuto un altro candidato, Cavallari, che ha portato a casa un ottimo 11,25%. Peccato che non si sia materializzato alcun apparentamento in vista del ballottaggio tra i tre partiti che in questa tornata amministrativa hanno corso uniti in gran parte del paese, consegnando così nelle mani del “secondo classificato”, il grillino Fabbri, molte più chance di rimonta. Fabbri parte dal 22,3% del primo turno, circa 1.600 voti in meno dello sfidante. Come già documentato per Parma anche a Comacchio i voti “liberi” da pressioni politiche ed indicazioni delle segreterie sono davvero tanti o quanto meno sufficienti per mettere in discussione la vittoria del candidato Pd. In totale sono 4.606, suddivisi tra Pdl, Lega, Idv, Sel e liste civiche. 

Budrio - E’ una storica roccaforte del centrosinistra, una città dove nel 2007 il solo Ulivo sfondò il 50% e l’intera coalizione il 62%. Eppure anche a Budrio qualcosa è cambiato e la fiducia, la quasi assoluta devozione degli elettori verso il centrosinistra è venuta meno, costringendo il candidato favorito, Pierini, ad un insolito ballottaggio. A sfidarlo ci sarà Giacon del Movimento 5 Stelle che con il suo 20,4% incassato al primo turno ha rovesciato tutti i pronostici. Per quanto la strada di Pierini sia decisamente in discesa (parte con 26 punti di vantaggio) il ballottaggio rappresenta una grande novità per un Comune considerato inespugnabile.

Piacenza - La sfida sarà tra il candidato del Pdl Paparo e il candidato del centrosinistra Dosi. Piacenza infatti è l’unico Comune sopra i 15.000 abitanti in Emilia-Romagna dove il M5S è rimasto fuori dal ballottaggio. L’esponente del movimento di Grillo, Quagliaroli, ha sfiorato il 10% ma è rimasto ben lontano dal 47,1% di Dosi e dal 31,06% di Paparo. Non è semplice fare pronostici sul risultato finale: sono più di 7.000 i voti che separano i due contendenti e in ballo ci sono più di 10.500 voti divisi tra M5S (4.771), Lega (3.022), Udc (932) e candidati civici. Anche in questo caso molto dipenderà dal comportamento degli esclusi in assenza di apparentamenti formali. Da non sottovalutare inoltre l’astensionismo: a Piacenza ha votato il 65% degli elettori, contro il 78% raggiunto nelle precedenti comunali.  

Come andrà a finire. Una buona fetta dei risultati dei ballottaggi è legata a doppio filo al comportamento degli elettori di centrodestra, improvvisamente catapultati al di fuori di ogni responsabilità di Governo in Emilia-Romagna (esclusa Piacenza). Elettori che indirettamente potrebbero favorire la vittoria dei candidati del Movimento 5 Stelle con l’obiettivo di togliere spazio ad un centrosinistra rinvigorito dalla contemporanea debacle in Regione di Pdl e Lega. Ufficialmente il partito di Alfano non ha dato indicazioni di voto (il Senatore Pdl Berselli ha consigliato scheda bianca) ma gli ammiccamenti non sono mancati: Fabio Garagnani, parlamentare bolognese del Pdl, ha definito i grillini la scelta più giusta a Budrio e a Parma. Al di là delle dichiarazioni estemporanee da martedì prossimo tre città emiliane potrebbero essere amministrate dal Movimento 5 Stelle. Sarebbe un piccolo grande cambiamento, positivo o negativo, per una Regione che raramente ha messo in discussione il suo voto. Sarebbe anche un simbolico ridimensionamento per un Partito Democratico costretto a lottare per confermarsi in una roccaforte come Budrio e a faticare oltre ogni lecita previsione per imporsi a Parma e Comacchio, due città amministrate dal centrodestra tra scandali e polemiche.        


May 16

Parma, rivoluzione in atto

Tra sei giorni Parma potrebbe eleggere il primo Sindaco del Movimento 5 Stelle in una grande città. Sarebbe certamente una svolta, un momento a suo modo storico per i grillini, che sotto le roboanti dichiarazioni di Beppe Grillo puntano a fare del capoluogo emiliano la loro (prima) Stalingrado. A contendersi la poltrona di Sindaco saranno Federico Pizzarotti del M5S e Vincenzo Bernazzoli, candidato del centrosinistra. Il primo turno si è chiuso con uno stacco di circa 20 punti percentuali a favore di Bernazzoli, ma il risultato non deve trarre in inganno. Il ballottaggio di Parma è più che mai aperto e potrebbero non mancare alcune sorprese.

Federico Pizzarotti - Movimento 5 Stelle. Repubblica ha chiesto a tutti i candidati eliminati al primo turno un’opinione sull’imminente ballottaggio, evidenziando i punti di forza e le debolezze politiche dei due contendenti. Secondo Ghiretti, Buzzi e Zorandi il grande vantaggio portato in dote dai grillini è la loro indefinibile collocazione politica all’interno degli schieramenti tradizionali, la possibilità di pescare voti in modo trasversale da destra a sinistra senza barriere precostituite, il dinamismo e la novità che rappresentano. I contro sono l’eccesso di idealismo e il rischio di improvvisazione amministrativa, oltre al populismo. Interessante l’osservazione di Buzzi (Pdl) che dietro l’idealismo di facciata del movimento scorge un paradigma politico “destinato ad infrangersi di fronte alle eventuali responsabilità di governo”. Sarà davvero così? I dati elettorali per ora si limitano a fotografare l’avanzata del M5S lungo tutta la via Emilia, con percentuali ben al di sopra della media nazionale che fanno seguito all’inaspettato successo riscosso nel 2010 alle Regionali, quando i grillini a Parma raggiunsero il record del 7%. In due anni quei voti sono triplicati, visto che il Movimento ha sfiorato il 20%. E se il primo turno è stato caratterizzato dall’inevitabile dispersione del voto, fenomeno tipico in un contesto caotico come l’attuale, il ballottaggio offre molte opportunità di crescita a Pizzarotti che potrà pescare voti tra i delusi di tutti gli schieramenti puntando su tematiche (come l’inceneritore) scomode per l’avversario.

Vincenzo Bernazzoli - Centrosinistra. Il quadro rischia invece di rovesciarsi per Bernazzoli: se Pizzarotti ha ottime possibilità di crescita, per quanto non quantificabili, il candidato del centrosinistra potrebbe aver esaurito il proprio bacino elettorale al primo turno, con il 43% dei voti assegnati alla sua coalizione. Cerchiamo di capire perché. Il primo elemento riguarda l’attrattività della coalizione di centrosinistra a Parma, che non ha mai riscosso particolari attenzioni. Il primo partito cittadino è il Pd che al primo turno ha preso il 25,15%, in calo rispetto al 35-36% di Europee 2009 e Regionali 2010, ma sostanzialmente stabile se si confronta il dato attuale con quello delle ultime due elezioni comunali, quando l’Ulivo raggiunse il 21,9% nel 2007 e il 28,6% nel 2002 (Ds+Margherita). Media intorno al 25%. Resta da capire come una coalizione che non riesce a sfondare il muro del 50%, anche in situazioni di palese difficoltà per gli avversari, possa traghettare il proprio candidato verso un successo sicuro e scontato. Un secondo elemento ha a che fare direttamente con Bernazzoli, che attualmente è anche Presidente della Provincia di Parma, carica che ricopre dal 2004. Rieletto al ballottaggio nel 2009 il candidato di Pd, Idv e Sinistra viene spesso definito un professionista della politica, etichetta non proprio ottimale in questo periodo, in particolar modo in una città che ha vissuto e sta vivendo sulla sua pelle il fallimento politico dell’attuale classe dirigente.

Come andrà a finire. Fare pronostici sull’esito del ballottaggio di domenica e lunedì è impresa ardua. Sulla carta il vantaggio di Bernazzoli è netto, visto che al primo turno ha raccolto 34.433 voti contro i 17.103 del candidato grillino, ma mai come in questo caso le apparenze ingannano. I voti “vacanti”, ovvero quelli assegnati a candidati che non sono arrivati al ballottaggio, sono tantissimi: 14.336 per Ubaldi, 8.873 per Ghiretti, 4.504 per Roberti, 4.209 per Buzzi, 2.375 per Zorandi, 1.204 per Bocchi, più altri 760 per candidati minori. In totale ci sono 36.621 voti a disposizione, una quantità enorme di elettori che sono più che sufficienti per rovesciare i pronostici di partenza e colmare la distanza tra i due contendenti. Tra l’altro non ci sono stati apparentamenti rilevanti, quasi tutti i candidati sconfitti hanno lasciato libertà di voto e sarà quindi interessante verificare i flussi. Perché i voti di Ubaldi, Buzzi e Zorando appartengono tutti, in un modo o nell’altro, allo schieramento di centrodestra, quindi ad una base che difficilmente sceglierà Bernazzoli: sommandoli, per pura ipotesi, si arriva a 20.920, una quota che ridarebbe speranza e fiducia a Pizzarotti. Senza contare che a sostenere (in via non ufficiale) il candidato Pd potrebbe esserci soltanto Roberta Roberti (Rifondazione Comunista + Civica) che porta in dote un lusinghiero 5,12%, 4.504 voti. Insomma a Parma la sfida è più che mai aperta ed incerta, e i numeri non bastano per descrivere una città sospesa tra radicale rinnovamento e fiducia ai partiti tradizionali. La parola agli elettori. 


May 15

Genova, la sfida Doria - Musso

A Genova oggi arrivano anche Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola per dare il via alla volata finale di Marco Doria in vista del ballottaggio di domenica e lunedì prossimi. Troppo importante e prezioso il capoluogo ligure per il centrosinistra per correre rischi. Il primo turno d’altra parte ha sancito la netta supremazia di Doria che ha raggiunto il 48,31% contro il 15% pulito del suo avversario, il candidato del Terzo Polo Enrico Musso. Ai nastri di partenza sono ben 33 i punti di distanza tra i due contendenti alla carica di Sindaco, un margine difficilmente colmabile in due settimane. Vediamo perché e cerchiamo di capire quali sono le (poche) opportunità di rimonta per Musso.

Marco Doria - Centrosinistra. Sono rari i precedenti di ballottaggio a Genova, una città connotata da un’evidente stabilità politica. In quest’ultima tornata il candidato del centrosinistra non è riuscito a superare la prova al primo turno, anche a causa della dispersione del voto e del rafforzamento di candidati un tempo considerati minori, come Putti del Movimento 5 Stelle che ha raggiunto il 14%, sfiorando il ballottaggio. Il lieve ridimensionamento della coalizione di centrosinistra non è giustificabile solo con la variabile “dispersione” perché rispetto alle elezioni comunali del 2007 sono cambiati anche altri fattori: primo tra tutti il calo di 2,5 punti dei voti ottenuti dalla coalizione (53,3% nel 2007, 50,76% oggi), calo a cui ha fatto seguito anche il candidato Doria che si è fermato al 48,31% contro il 51,21% di Marta Vincenzi nel 2007. Il 2,5% in meno sul totale dei voti di coalizione non è un dato catastrofico, soprattutto se facciamo riferimento a percentuali elevate che da sole valgono la metà del peso degli elettori genovesi, anzi si può definire un calo fisiologico visto che negli ultimi cinque anni, caratterizzati anche da un’amministrazione duramente contestata, il contesto italiano è mutato. Eppure quel 2,5% è stato sufficiente per portare Doria sotto l’asticella del 50% + 1 dei voti necessari per essere eletto al primo turno. Un altro elemento importante alla vigilia del voto ha riguardato direttamente Doria e il suo elettorato di riferimento: quanto un candidato espressione indiretta di Sel ha contribuito a far crollare il Partito Democratico dalle altissime percentuali degli ultimi anni (34,6% nel 2007 con l’Ulivo, 35,9% nel 2009, 31,7% nel 2010) al 23,9% fatto registrare lo scorso fine settimana? Un crollo in gran parte compensato dalla lista civica Doria, che ha raggiunto il 12,8% contro il 2,5% delle civiche nelle precedenti comunali del 2007, ma che non basta a sciogliere tutti i dubbi e le incertezze sull’effettivo comportamento tenuto nel segreto dell’urna dall’elettorato democratico moderato. Per quanto riguarda il resto della coalizione l’Italia dei Valori ha raggiunto il 6% (in crescita rispetto al 3,6% del 2007, ma in netto calo rispetto al 10% di Regionali 2010 e Europee 2009) mentre Sel è inevitabilmente cresciuta, agguantando il 5% dei voti (+2,2% sulle Regionali 2010).  

Enrico Musso - Terzo Polo. Genova è uno dei pochi laboratori politici di un Terzo Polo già defunto (secondo Casini) o mai esistito (secondo gli analisti). Enrico Musso è riuscito a raggiungere il 15% dei voti e sfiderà Doria al ballottaggio. Appoggiato da Udc, Fli e Api, tutti e tre i partiti sono confluiti all’interno di un unico listone civico che si è fermato al 12,48%. Rispetto alla posizione di Doria emerge subito un ribaltamento: Musso ha preso più voti rispetto alla lista che lo sosteneva grazie ad un alto livello di popolarità certificato da tutti i sondaggi pre elettorali che lo collocavano ben al di sopra del candidato del centrosinistra. La notorietà di Musso basterà per sperare in un miracoloso recupero dei quasi 88.000 voti di differenza che lo separano da Doria? Sarà difficile, come evidenziano i dati elettorali. Musso, infatti, è già stato candidato nel 2007 (sfidò la Vincenzi) con una coalizione allargata di centrodestra che comprendeva Fi, An, Lega Nord e Udc e arrivò a sfiorare il 46%, contro il 43,6% della coalizione stessa. Oggi quell’alleanza non esiste più ma il valore assoluto di Enrico Musso candidato Sindaco non è cambiato di molto: nel 2007, sommando i voti della lista civica con quelli dell’Udc e con una parte di An che oggi si riconosce in Futuro e Libertà (ricreando quindi la stessa alleanza odierna), il peso della coalizione si attestava sugli stessi livelli di oggi, tra il 12 e il 14%. All’epoca, però, Musso poteva contare anche sui voti fondamentali di Forza Italia (22,6%) mentre oggi, anche ipotizzando un consenso totale dell’elettorato del Pdl verso il candidato centrista, il partito di Alfano non vale più del 10%. Troppo poco per completare una rimonta che sembra impossibile.

Come andrà a finire. Le speranze di Musso sono legate a due fattori: il calo dell’astensionismo e il voto dei “grillini”. L’astensione ha fatto registrare un record a Genova, dove ha votato solo il 55,57% degli aventi diritto, contro il 61,7% del 2007 e il 67,2% del 2002. C’è da scommettere che una fetta consistente di questi elettori appartiene al centrodestra, ma non sarà facile riportarli a votare. Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle è difficile tracciare ed identificare il voto espresso da un elettorato in parte disilluso e in parte deciso a protestare contro l’attuale classe politica. Drenare i voti dello schieramento grillino non sarà per nulla semplice, né per Doria né tanto meno per Musso. Ma mentre il primo può concedersi questo lusso, il secondo ha il disperato bisogno di incrementare il suo bacino elettorale. Pena una netta (e prevedibile) sconfitta.            


May 14

La Caporetto lombarda

La Lombardia è la Regione che più di ogni altra ha rappresentato negli ultimi dieci anni la forza della coalizione di centrodestra. Dopo le recenti elezioni amministrative non è più così, soprattutto se anche i ballottaggi confermeranno la progressiva caduta di molte simboliche roccaforti. Il dato è emblematico: nel 2007 l’alleanza tra Forza Italia, AN, Lega e Udc si impose in 23 comuni lombardi su 25 sopra i 15.000 abitanti, lasciando al centrosinistra un solo municipio (Sesto San Giovanni). Un vero e proprio en plein. Cinque anni dopo quella coalizione non esiste più: Pdl, Lega e Udc hanno corso da sole in quasi tutti i comuni al voto perdendo quella forza propulsiva che le aveva caratterizzate per lungo tempo. Dei 23 comuni governati dal centrodestra non ne è uscito confermato nemmeno uno dopo il primo turno, mentre quattro sono già stati assegnati alla “coalizione di Vasto”, quindi ad un centrosinistra unito e trasversale che parte dal Pd per arrivare a Vendola e Di Pietro. 

In totale erano 25 i Comuni lombardi sopra i 15.000 abitanti al voto in questa tornata. Cesano Maderno, Cernusco sul Naviglio, Crema e Pieve Emanuele sono gli unici che hanno incoronato il Sindaco al primo turno e in tutti e quattro i casi si è verificato un “ribaltone” tra un’amministrazione di centrodestra e una di centrosinistra. Negli altri 21 Comuni si andrà al ballottaggio domenica e lunedì prossimi. La situazione di partenza vede il centrosinistra in vantaggio visto che sarà presente in 20 ballottaggi su 21 (tutti tranne Cantù). Il Pdl, invece, dopo il primo turno è già fuori in 8 Comuni dove governava che si aggiungono ai 4 già persi. Anche la Lega, che si presenterà al ballottaggio in 5 Comuni (4 contro il centrosinistra, uno contro una lista civica), ne esce ridimensionata: al di là degli esiti finali ha perso roccaforti importanti come Monza, dove il Sindaco leghista uscente non ha raggiunto nemmeno il ballottaggio.

Il dato più spiazzante riguarda i consensi dei partiti perché se è vero che le divisioni del centrodestra hanno penalizzato molti candidati, è altrettanto oggettivo che il Pdl non sia riuscito a tamponare in alcun modo l’emorragia di voti. Il Partito Democratico è il primo partito, in termini di voti, in 18 Comuni lombardi su 25. Un dato sorprendente, che non può essere valutato senza tener conto di altri fattori come il peso delle liste civiche o i blocchi politici di lista, ma che al netto di tutte queste variabili fotografa il crollo del principale partito in Lombardia. Al di là delle coalizioni e dell’eventuale debolezza dei candidati il Pdl è nettamente arretrato e viaggia su percentuali che raramente superano il 20% (escluse Erba, San Donato Milanese, Abbiategrasso, Magenta, Melegnano). L’unica speranza è una vittoria nei 12 Comuni al ballottaggio dove il partito di Alfano sarà presente con un suo candidato. Solo così sarà possibile ridimensionare il peso e la portata di una sconfitta senza precedenti. Le premesse però non sono affatto buone. Ieri sono scaduti i termini per gli apparentamenti con altre forze politiche in vista del secondo turno e l’alleanza Pdl - Lega, ancora una volta, non ha dato segni di vita.       


May 13

Il ciclone Orlando si abbatte (ancora) su Palermo

Non ha lasciato scampo a nessun partito il ciclone Leoluca Orlando, nemmeno alla “sua” Italia dei Valori, che cresce in termini percentuali, ma sembra uno gnomo rispetto alle cifre che conferiscono la netta vittoria al candidato. Già tre volte Sindaco della città, già candidato alle regionali 2001 perse contro Totò Cuffaro, già candidato (sì, un’altra volta) al Comune di Palermo nel 2007 e sconfitto dal discusso Cammarata, oggi Orlando è tornato a gonfie vele a far discutere di sé, portando a casa un risultato che non si vedeva dai tempi d’oro della Rete. Un ottimo risultato personale, s’intende. Già perché il ciclone Orlando, oltre agli avversari, ha travolto praticamente tutti i partiti, drenando sulla sua figura rassicurante e già vista una gran parte dei voti che l’elettorato palermitano non avrebbe mai assegnato ai partiti tradizionali: tra il 47 e il 48%, è questo il sorprendente risultato incassato da Orlando al primo turno delle Comunali di Palermo, mentre le liste che lo sostengono si sono fermate poco sopra il 15%. Uno scarto di ben 33 punti percentuali tra candidato e liste è davvero alto ed è un chiaro indicatore del lento ma progressivo disincanto verso i partiti tradizionali. E’ vero che Italia dei Valori e La Sinistra non sono affatto due movimenti in grado di catalizzare un consenso così ampio, ma il crollo ha riguardato tutti indistintamente. 

Il Popolo della Libertà è il primo vero sconfitto di questa tornata e passa dalle percentuali record del decennio precedente (quando Forza Italia riusciva ad attecchire in tutta la Regione), come il 38% alle regionali 2008 o il 25% incassato da Fi e An alle Comunali 2007, ad un imbarazzante 8,3%. Per il partito di Alfano essere scesi sotto l’asticella del 10% rappresenta, eufemisticamente, una sconfitta. Senza precedenti. Anche l’Udc, che nel resto del paese ha sostanzialmente retto all’ondata di antipolitica, retrocede al 7,6% rispetto al 13,5% del 2008 e al 12% del 2007. Entrambi i partiti (soprattutto il primo) hanno scaricato la responsabilità della sconfitta sul giovane candidato Massimo Costa, considerato troppo debole dai dirigenti locali. Se da un lato questa argomentazione può essere credibile osservando i voti ottenuti da Costa (12,8%) e confrontandoli con le percentuali praticamente doppie delle liste che lo sostenevano (25,4%), dall’altro Pdl e Udc sono crollati anche a causa di dieci anni di amministrazione della città finiti sotto la lente d’ingrandimento di un Commissario governativo, tra enormi buchi di bilancio, società partecipate che hanno svolto il ruolo dei Centri per l’Impiego e scelte politiche quanto meno discutibili.

Dall’altro lato dello schieramento le cose non vanno meglio. Il candidato di (parte del) Pd e Sel Fabrizio Ferrandelli sarà lo sfidante di Orlando al ballottaggio ma dopo il primo turno parte con un distacco di circa trenta punti. Un abisso anche se in molti sostengono che ora si ricomincia da capo, riconquistando ogni singolo voto. Vedremo. Intanto i partiti che sostengono Ferrandelli hanno subito un brusco ridimensionamento: il Pd infatti ha preso meno voti del Pdl, e questo non sarebbe una novità in Sicilia, ma visto il modesto risultato del partito di Alfano era lecito aspettarsi che i democratici superassero la soglia del 10% mentre si sono fermati al 7,8%. E’ molto probabile che una parte della base del Pd abbia preferito Orlando a Ferrandelli dopo il discusso esito delle primarie di coalizione, come sembra confermare Giuseppe Alberto Falci su Linkiesta.  

Il risultato delle Comunali di Palermo avrà un riflesso anche sulla politica regionale. Il Movimento per le Autonomie del Governatore Lombardo si ferma al 7,5%, poco meno del risultato deludente del suo candidato, l’outsider Alessandro Aricò, che non va oltre l’8,9%. Nonostante il discreto 4,3% di Futuro e Libertà (se comparato con le percentuali minime del resto d’Italia) il nascituro Terzo Polo di stampo siculo ha deluso le aspettative. Lombardo lo sa e prova a giocarsi le ultime carte a disposizione lanciando il Nuovo Polo, un’aggregazione di forze moderate di centro composta da Fli, Mpa, Mps e Api, con l’obiettivo di accerchiare il Pd (che in Regione sostiene Lombardo) e rilanciare l’offerta politica in una Regione che sembra avergli improvvisamente voltato le spalle.

Insomma il ciclone Orlando ha colpito ancora, catalizzando voti e aspettative dei cittadini di Palermo. Anche in passato il già tre volte Sindaco è sempre riuscito a superare nettamente i voti delle coalizioni che lo sostenevano (+6% nel 2001, +7,5% nel 2007) ma in questa tornata il suo nome, forte e popolare, ha convinto quasi tutti gli elettori. Lasciando solo briciole agli avversari.  


May 8

Il Pd regge? Fino a un certo punto..

“Non è vero che tutti i partiti hanno perso, il Pd è il primo partito e va bene ovunque, mentre per il Pdl è uno tsunami”. Parola di Pierluigi Bersani. Ma è veramente andata così? Il Partito Democratico è riuscito davvero a contenere l’emorragia di voti che ha travolto altre forze politiche, andando bene ovunque come sostiene il segretario? L’analisi del voto, in realtà, riflette una situazione molto più complessa. Prendendo in considerazione i Comuni più grandi e gran parte dei capoluoghi coinvolti in questa tornata elettorale e confrontando i dati di oggi con quelli di cinque anni fa (Pd e Ulivo) il quadro si presenta così:

Il Pd cresce a Monza (dal 20,3% del 2007 al 24,8% attuale), Brindisi (13% - 17%), Belluno (15,6% - 18,6%), Taranto (12,5% - 16%), Catanzaro (6% nel 2011 - 10,5%), Parma (22% - 25,1%). Mantiene una sostanziale stabilità a Piacenza (25,3% - 26,6%), Pistoia (31% - 33,7%), Gorizia (17% - 17%) e Como (15 - 15,8%). In molte altre città, invece, si deve confrontare con un evidente calo dei consensi, come a Lecce (10,6% oggi, 15,5% nel 2007), Trani (6,4% - 10,6%), L’Aquila (16,4% - 24%), Cuneo (9,4% - 15,5%), Frosinone (10,5% - 16%), Genova (23,9% - 35%), La Spezia (27,2% - 32,5%), Rieti (11,9% - 19,5%), Verona (14,8% - 17,4%).

Su questo parallelismo tra le ultime due elezioni comunali si può aprire un acceso dibattito, visto che secondo alcuni il confronto tra l’Ulivo di Prodi e il Pd di Bersani è azzardato. Può essere una valutazione corretta ma è bene non dimenticarsi che quando si votò nel 2007 il Governo Prodi era alle prese con la tenuta della sua maggioranza, con accuse che gli arrivavano da ampi settori della società per l’aumento delle imposte, quindi le amministrative di allora furono (anche) un test sull’esecutivo nazionale e, di conseguenza, non andarono affatto bene per il centrosinistra. Constatare che il Partito Democratico oggi fatica a tener testa alle percentuali (basse) dell’Ulivo nel 2007 dovrebbe far riflettere sull’effettiva tenuta dei democratici a un anno dalle politiche. L’entusiasmo di Bersani potrebbe crescere ancora se tra due settimane i ballottaggi decreteranno la vittoria di molti candidati del centrosinistra, ma i consensi ottenuti dal Pd come partito sono e restano a livello di guardia. Ogni comparazione con il tracollo di Pdl e Lega è lecita, così come sono giuste le osservazioni in merito alla crescita esponenziale delle liste civiche che hanno inevitabilmente drenato voti ai partiti, ma arrivare a definire il Pd un partito che “va bene ovunque” è una forzatura politica. 


May 4

Lecce in bilico: continuità o rinnovamento?

Non avrà vita facile il futuro Sindaco di Lecce. Nella città salentina è ancora alta la percentuale degli indecisi, ma certamente il confronto a due tra Paolo Perrone (Sindaco uscente in quota centrodestra e grande favorito della vigilia) e Loredana Capone (candidata del centrosinistra dopo la vittoria alle primarie, vice di Vendola in Regione) segnerà il futuro di Lecce: da un lato la continuità e per certi versi la tranquillità di chi governa ininterrottamente da anni, dall’altro il possibile e potenziale rinnovamento della classe dirigente locale. E’ dal 1998, quando Adriana Poli Bortone strappò il Comune a Stefano Salvemini, che il centrodestra governa la città. Dopo i due mandati della “donna forte” di Lecce, da molti considerati gli anni d’oro del rilancio del centro salentino, nel 2007 è l’attuale Sindaco Paolo Perrone ad affermarsi, raccogliendo con la sua coalizione oltre il 56% dei voti. Negli ultimi cinque anni, però, la luna di miele del centrodestra con gli elettori si è ridimensionata, tra filobus milionari, spese fuori controllo (secondo i detrattori) e la rottura politica tra il Sindaco e il suo predecessore. Perrone e la Poli si sono reciprocamente delegittimati per anni, prima di ritrovare un filo conduttore alla vigilia della presentazione delle liste, riportando Io Sud, il partito co-fondato proprio dalla Poli, nei ranghi del centrodestra. Il rischio di mettere in discussione quella che ormai tutti considerano una roccaforte “azzurra” era troppo elevato per cedere alle rappresaglie di potere, ma il problema sarà capire se gli elettori “fedeli” dimenticheranno i momenti bui degli ultimi anni.

Da An a IoSud. In una città dove i missini raggiungevano spesso il 14-15% la forza elettorale della destra leccese non può essere sottovalutata. Adriana Poli Bortone è stata una rappresentante di primo piano del Movimento Sociale e di Alleanza Nazionale (Ministro delle risorse agricole nel primo Governo Berlusconi e responsabile delle politiche per il mezzogiorno). An a Lecce ha sempre ottenuto risultati ben al di sopra della media nazionale, tanto che nel 2007 si è affermato come primo partito con il 20% dei voti. Anche in occasione delle due elezioni (1998 e 2002) che incoronarono la Poli Bortone l’alleanza tra Fi e An si rivelò fruttuosa: la sola somma dei voti accumulati dai due partiti sfiorò il 50% nel 2002. I problemi cominciarono con la nascita del Pdl e la relativa rimozione di tutto quel retaggio culturale e ideologico su cui si fondava la destra italiana: nel 2008, alla vigilia delle politiche, i principali candidati dei due schieramenti spingevano per la nascita di un sistema sempre più bipolare e, sul lungo termine, bipartitico, con l’obiettivo di eliminare le ali estreme e assicurare più governabilità agli esecutivi. Proprio quell’anno il debutto leccese del Pdl fu sorprendente: 46,6% contro il 34,5% dei democratici. A consacrare il successo del nuovo centrodestra ci pensò anche la Poli Bortone, candidandosi per il Senato nelle liste del Pdl. Poi qualcosa cambiò. Nel 2009 le prese di posizione di Fini tese ad ammorbidire le idee storiche della destra italiana e le prime frizioni con il premier Berlusconi convinsero la Poli ad abbandonare la nave del Pdl per creare un nuovo movimento al passo con i tempi, parzialmente deideologizzato e fortemente radicato nel territorio. Io Sud nasce per accogliere chi non vuole dimenticare l’esperienza di An ma anche per “per dare maggiore spinta energetica alla crescita del territorio”. Due anni dopo l’elezione di Perrone Io Sud sospende il suo appoggio al Sindaco e alla coalizione di centrodestra, per poi presentarsi insieme all’Udc di Casini alle provinciali di Lecce nel 2009 e alle Regionali pugliesi nel 2010, collocandosi intorno al 10%. La candidatura solitaria della Poli è stata considerata fondamentale per la riconferma di Vendola nel 2010, visto che in quella tornata il Pdl ha perso per strada più del 10% rispetto alle europee dell’anno prima. A Lecce il centrodestra non poteva permettersi lo stesso errore ed ecco che Pdl, Io Sud e Fli sono tornati a coalizzarsi: vecchia e nuova destra di nuovo uniti in una città storicamente conservatrice. A quasi 15 anni di distanza il destino di Lecce è ancora legato al nome di Adriana Poli Bortone.    

Le (poche) speranze del Pd. A parte la parentesi di Stefano Salvemini, Sindaco negli anni ‘90, il centrosinistra leccese non è mai riuscito a rompere il muro del conservatorismo nell’elettorato leccese. Le (poche) speranze sono riposte in Loredana Capone che nel 2009 alle provinciali di Lecce è riuscita a trascinare al ballottaggio il candidato del centrodestra Gabellone, poi risultato vincente per pochi punti. Anche in quell’occasione però gli indiscutibili meriti della Capone andavano valutati insieme alla rottura politica tra Io Sud e il centrodestra, visto che al primo turno la Poli Bortone raccolse oltre il 21% dei voti, spianando la strada al ballottaggio. Oggi, come visto, non c’è più quel clima di forte contrapposizione politica nel centrodestra e il Partito Democratico per ottenere un risultato di rilievo dovrà spingersi ben oltre il 18% ottenuto alle Regionali due anni fa, magari sperando in una crescita parallela delle liste civiche a sostegno della candidata democratica. Tutto questo, però, ha un solo vero obiettivo: portare Perrone al ballottaggio. Perchè per il centrosinistra leccese la vittoria della Capone al primo turno è quasi un’utopia.  


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