Amministrative 2012

Notizie e spunti su candidati e città al voto

Posts tagged Verona

May 11

Pdl, salto nel vuoto

Il Popolo della Libertà esce con le ossa rotte dall’ultima tornata amministrativa. Un pesante ridimensionamento rispetto ai risultati ottenuti nei quattro-cinque anni passati e una palese emorragia di voti in tutte le città, anche nei rari casi dove un sindaco pidiellino è stato riconfermato (come a Lecce). Per fornire una spiegazione di questo vero e proprio salto nel vuoto non bastano le accuse rivolte al Governo nazionale, ad una presunta cambiale da pagare in termini elettorali per il sostegno acritico all’esecutivo di Mario Monti, come non sono sufficienti gli attacchi a candidati deboli e poco popolari nelle città dove si è votato (come se le segreterie nazionali non svolgessero un ruolo fin troppo invasivo nella selezione della classe dirigente locale…) o il rimpallo di accuse con la Lega su chi ha messo la parola fine su una coalizione vincente.

Secondo alcuni dirigenti del Pdl il partito ha subito un calo di consensi a causa delle numerose misure impopolari adottate dal governo Monti e gli elettori hanno così preferito dirottare il voto su liste civiche di sostegno, garantendo comunque la preferenza al candidato della coalizione. E’ davvero andata così? Si è veramente verificato un travaso di voti dal partito “leader” del centrodestra verso le tante liste civiche che si sono presentate e che tanto hanno fatto discutere gli opinionisti nelle settimane prima del voto? Per verificarlo si può fare un confronto tra il peso delle liste civiche oggi e quelle che si sono presentate alle penultime elezioni comunali nei capoluoghi presi in esame. Questa comparazione non serve a dimostrare quanti voti ha perso il Pdl in cinque anni, visto che all’epoca la nuova creatura politica di Berlusconi non esisteva ancora, ma soltanto a “censire” la tanto sbandierata crescita del civismo nell’elettorato di centrodestra. Il dato che emerge da questo confronto è chiaro e, per certi aspetti, sorprendente: in gran parte dei capoluoghi il peso delle liste civiche non è affatto aumentato e dove è cresciuto non ha stravolto gli equilibri preesistenti. 

  • Piemonte - Asti (13% di voti alle liste civiche che correvano con il Pdl oggi, 14,7% nel 2007); Alessandria (3,3% - 6,2%); 
  • Lombardia - Monza (0% - 5,5%);
  • Veneto - Belluno (13,3% - 10%); 
  • Friuli Venezia Giulia - Gorizia (10,5% - 2,8%);
  • Liguria - La Spezia (3,5% - 2,7%); Genova (2% - 7,3%);
  • Emilia-Romagna - Parma (0,6% - 47% nel 2007, l’ex Sindaco Vignali si presentò con un unico listone); Piacenza (7,5% - 15,4%),
  • Toscana - Lucca (8% - 10,2%); 
  • Lazio - Frosinone (28,2% - 2,2%); Rieti (14,3% - 7,4%);
  • Abruzzo - L’Aquila (2% - 0,5%);
  • Molise - Isernia (18,9% - 16%);
  • Puglia - Taranto (1% - 0,8%); Brindisi (9,6% - 5,6%); Lecce (29,4% - 17%); Trani (22,7% - 12,4%);
  • Calabria - Catanzaro (38,8% - 50,7%);
  • Sicilia - Palermo (3,3% - 18,2%); Trapani (13,5% - 12,9%); Agrigento (11,4% - 9%).

Questo confronto serve almeno in parte a smentire l’ipotesi circolata che accreditava le liste civiche come un’ancora di salvataggio, una camera di compensazione per arginare il tracollo del principale partito di centrodestra. In realtà non è andata così. In molti capoluoghi le civiche non hanno aiutato il Pdl più di quanto non fecero già quattro-cinque anni fa con l’intera coalizione Fi-An-Udc-Lega. 

Quindi dove sono finiti i (tanti) voti persi per strada dal Pdl? Al Movimento 5 Stelle? Forse, in parte. Ma è molto probabile che una buona fetta di elettori del partito di Alfano sia rimasta a casa, contribuendo così ad accentuarne il crollo. L’elevato tasso di astensionismo ha evidenziato un ricambio dell’elettorato restio a votare: sono cresciuti sia i “delusi” del Pdl che hanno preferito disertare le urne sia i grillini che invece hanno portato al voto molte persone che altrimenti non sarebbero mai andate a votare. Il tanto temuto astensionismo ha penalizzato soprattutto il Popolo della Libertà.  


May 10

Il Terzo Polo non è mai esistito

Un tempo li avremmo definiti “cartelli elettorali”, ovvero un contenitore politico che di lì a breve si sarebbe riempito di progetti e proposte, o federazione di partiti, un’unione strategica tra più forze politiche che spingono per un’alleanza elettorale. Se oggi invece dovessimo sfornare una definizione del tanto discusso Terzo Polo nessuna delle categorie sopra citate risulterebbe calzante. Perché al di là delle convention e delle tante parole sprecate il Terzo Polo non è mai esistito e le amministrative 2012 ne hanno sancito l’inconsistenza. A sostenere questa tesi ci pensano i dati relativi alle recenti alleanze e i numeri di una “coalizione” stordita dal round elettorale.

Prendendo in considerazione tutti i 26 capoluoghi dove si è votato lo scorso fine settimana emerge un rapporto di forza sbilanciato verso l’Udc, che sostanzialmente conferma su scala nazionale i valori espressi tra il 2008 e il 2010, mentre Futuro e Libertà e Alleanza per l’Italia ottengono discreti risultati nel Meridione d’Italia, in particolare in Sicilia, ma sono inesistenti nel Centro-Nord. Il partito di Casini va al ballottaggio in sei capoluoghi: a Isernia con una coalizione di centrodestra, a La Spezia e Trani con il centrosinistra, a Cuneo, Lucca e Agrigento insieme a liste civiche. Sempre l’Udc ottiene i migliori risultati a Cuneo (9%), Rieti (11,7%), L’Aquila (8,2%), Isernia (8,9%), Brindisi (8,3%), Trani (8,3%), Agrigento (13,5%), dimostrando quindi una certa trasversalità nel raccogliere voti lungo lo stivale. Diverso è il discorso per Fli e Api. I partiti di Fini e Rutelli evidenziano una chiara propensione verso il consenso nel Mezzogiorno, con buoni risultati in Puglia e Sicilia per il primo e solo a Brindisi per il secondo.     

Inoltre i tre partiti che compongono il Terzo Polo (quattro se consideriamo anche l’Mpa di Lombardo, fortemente ridimensionato) latitano anche a livello di alleanze, visto che le grandi città dove si sono presentati insieme si contano sul palmo di una mano e sono state molto più numerose le separazioni e il sostegno a candidati diversi. Non solo. Nel Nord Fli e Api hanno affrontato il caos liste e spesso si sono presentate senza simboli di partito, appoggiando candidati civici all’interno di liste civiche. L’unico vero exploit del Terzo Polo si è verificato a Genova, dove il candidato comune Enrico Musso andrà al ballottaggio contro il grande favorito Marco Doria, ma anche in questo caso i simboli dei tre partiti sono scomparsi per lasciare spazio alla lista Enrico Musso Sindaco. Sottotitolo: La lista Civica. 

Insomma il Terzo Polo non esiste e lo conferma anche Roberto D’Alimonte sul Sole:

“Per il blocco di centro il discorso è più complicato. In realtà questo blocco non esiste. Non esiste nemmeno il terzo polo. Esistono dei partiti e delle liste collegate che insieme però hanno raccolto un discreto bottino”.

L’unico partito che non esce con le gambe rotte da questa tornata è l’Udc di Casini, svincolato da logiche estemporanee di alleanze e autonomo da coalizioni preordinate dalle segreterie. Come conferma l’Istituto Cattaneo che

propone una lettura legata al tipo di alleanze scelte da Cesa e da Casini: rispetto al 2010 la lista dello scudocrociato perde lo 0,2% (scende dal 6,8% al 6,6%) nei 26 capoluoghi in cui si è votato. Ma «nei 17 Comuni in cui si è presentata svincolata dai partiti maggiori, presentandosi da sola o insieme a liste minori, guadagna mediamente lo 0,4%. Mentre nei Comuni in cui si è alleata con il Pd o con il Pdl ha perso, in entrambi i casi, lo 0,4%». Emerge, dunque, «la preferenza dell’elettorato dell’Udc per una strategia svincolata dalle maggiori coalizioni».

Alla luce di questi risultati è ovvio che Casini spinga per archiviare il nascituro Terzo Polo. L’Udc ha dimostrato di avere ancora una solida base elettorale, spesso frustrata da alleanze innaturali, e proverà in tutti i modi ad egemonizzare il voto “moderato” in vista delle politiche del prossimo anno. La somma dei singoli partiti non è più sufficiente, visto lo scarso appeal dimostrato da Fli e Api, e Casini lo sa, forte di numeri quanto meno rassicuranti.


May 9

La Lega torna sui livelli del 2007

Un salto indietro di cinque anni. E’ questo il (duro) verdetto sulla Lega Nord dopo le ultime elezioni amministrative. Lo spoglio delle schede ha infatti confermato un brusco arretramento del Carroccio e delle sue ambizioni di diventare il primo partito del Nord, ambizione lecita e coltivabile dopo i continui exploit degli ultimi anni, culminati nel 2010 con l’elezione di due Presidenti di Regione (Cota e Zaia) e con percentuali elevate in tutto il quadrante settentrionale. La caduta leghista ha un denominatore comune in tutte le Regioni: il ritorno alle percentuali raggiunte nel 2007-2008. Il problema è che quelle stesse percentuali, all’epoca valutate con giusto ottimismo (si parlò di exploit alle politiche 2008), erano divergenti a seconda dei contesti: alte nel Lombardo-Veneto, in continua crescita ed espansione nella zona rossa, in particolare in Emilia-Romagna e Liguria. A 4-5 anni di distanza la Lega conserva una solida base elettorale nel nordest e in Lombardia, pur perdendo molti sindaci a causa della separazione con il Pdl, ma crolla in Emilia, Piemonte e Liguria, riportando cifre da quinto, sesto partito e interrompendo così un ciclo positivo iniziato nel 2008 e consacratosi alle Regionali 2010.

Analizzando i dati nei Comuni con più di 15.000 abitanti e confrontandoli con i risultati ottenuti nel 2007 e nel 2010 il calo della Lega si presenta così:

  • Lombardia - Como (10,8% alle precedenti comunali, 25% alle Regionali 2010, 7,4% oggi); Monza (8,7%, 20,5%, 7,7%); Magenta (9,2%, 22,4%, 12,1%); Cassano Magnago (15,2%, 32%, 19,4%); Lissone (16,8%, 27%, 11,3%); Senago (18,3%, 20%, 14,1%); Cantù (14,5%, 35,6%, 17,9%); Castiglione delle Stiviere (10,8%, 27,8%, 15,7%); San Donato Milanese (5%, 13,4%, 3,6%); Sesto San Giovanni (5,9%, 13,9%, 4,2%);
  • Veneto - Belluno (7,5%, 22,2%, 4,6%); Verona (12%, 30,4%, 10,7%); Cittadella (18,9%, 45,5%, 16,8%); Feltre (17,6%, 28,5%, 7,5%); Mira (3,7%, 22,1%, 5%); San Giovanni Lupatoto (13,7%, 40%, 10%); Conegliano (7,3%, 37%, 5,7%); Jesolo (4,9%, 36%, 9,2%); Mirano (10,8%, 24,2%, 6%); Thiene (24,5%, 40%, 14,9%); Vigonza (8,8%, 33,5%, 7,7%);
  • Piemonte - Alessandria (11%, 16,1%, 5,9%); Asti (3%, 16,7%, 3,7%); Cuneo (5,2%, 19,5%, 7%);
  • Liguria - La Spezia (2,5%, 7,9%, 3,5%); Genova (3,7%, 8,5%, 3,8%); Chiavari (1%, 14,3%, nel 2012 niente simbolo della Lega nelle liste); Rapallo (2,3%, 10,6%, lista civica);
  • Emilia-Romagna - Parma (2%, 14,7%, 3%); Piacenza (4,9%, 18%, 5,4%); Budrio (1,4%, 8,6%, 2,2%); Comacchio (9,5%, 14,7%, 5,4%).

La palese retromarcia del (fu) partito di Bossi pone molti interrogativi sui flussi elettorali, sulla nuova destinazione dei tanti voti che oggi mancano alla Lega. Secondo molti opinionisti il travaso c’è stato e ha riguardato soprattutto il Movimento 5 Stelle, che ha sfondato proprio in quei territori dove il Carroccio ha perso voti. D’Alimonte sul Sole sottolinea che

“Nei 20 comuni capoluogo in cui si è presentato il movimento di Grillo ha ottenuto in media l’8,2% dei voti. Questo dato nasconde però una grande varianza. Nei 10 comuni del Nord (tutti quelli in cui si è votato) la percentuale è stata 11,3. Mentre nei quattro comuni capoluogo della ex zona rossa arriva al 13,1. Al Sud invece il movimento era presente solo in 6 comuni su 12 e i suoi consensi sono modesti, il 3,1%”.

I “grillini” sono riusciti ad arrivare al ballottaggio in 3 grandi Comuni su 4 in Emilia (Parma, Budrio, Comacchio) e hanno incassato ottimi risultati anche in Piemonte e Liguria (sfiorando il ballottaggio a Genova): in queste tre Regioni l’avanzata della Lega si è dimostrata non strutturale, tendenzialmente giovane, sicuramente di protesta contro una classe dirigente locale “bloccata” da decenni, lasciando quindi al M5S lo scettro della contestazione e della proposta politica contro i poteri locali. E’ lecito pertanto immaginare che almeno nella zona rossa si sia verificato uno spostamento di voti dalla Lega al M5S. Diverso è il discorso per Veneto e Lombardia, dove si registra un calo altrettanto vistoso del Carroccio ma non così drammatico da mettere in discussione un elettorato solido, radicato e ben distribuito sul territorio. E’ vero che molti sindaci della Lega hanno perso (soprattutto contro candidati del centrosinistra), che il Movimento di Grillo si è affermato ovunque nel nordest, ma in queste zone è probabile che molti elettori delusi siano rimasti a casa mentre gli astensionisti “cronici”, quelli che non votavano da anni, si sono recati alle urne vedendo nei “grillini” una possibile nuova sponda politica di riferimento. In ogni caso la Lega non può e non deve sottovalutare l’impietoso verdetto di queste amministrative perché anche l’elettorato fedele potrebbe dare segnali di cedimento se qualcosa non cambierà nel caotico quadro politico nazionale.   


May 8

Il Pd regge? Fino a un certo punto..

“Non è vero che tutti i partiti hanno perso, il Pd è il primo partito e va bene ovunque, mentre per il Pdl è uno tsunami”. Parola di Pierluigi Bersani. Ma è veramente andata così? Il Partito Democratico è riuscito davvero a contenere l’emorragia di voti che ha travolto altre forze politiche, andando bene ovunque come sostiene il segretario? L’analisi del voto, in realtà, riflette una situazione molto più complessa. Prendendo in considerazione i Comuni più grandi e gran parte dei capoluoghi coinvolti in questa tornata elettorale e confrontando i dati di oggi con quelli di cinque anni fa (Pd e Ulivo) il quadro si presenta così:

Il Pd cresce a Monza (dal 20,3% del 2007 al 24,8% attuale), Brindisi (13% - 17%), Belluno (15,6% - 18,6%), Taranto (12,5% - 16%), Catanzaro (6% nel 2011 - 10,5%), Parma (22% - 25,1%). Mantiene una sostanziale stabilità a Piacenza (25,3% - 26,6%), Pistoia (31% - 33,7%), Gorizia (17% - 17%) e Como (15 - 15,8%). In molte altre città, invece, si deve confrontare con un evidente calo dei consensi, come a Lecce (10,6% oggi, 15,5% nel 2007), Trani (6,4% - 10,6%), L’Aquila (16,4% - 24%), Cuneo (9,4% - 15,5%), Frosinone (10,5% - 16%), Genova (23,9% - 35%), La Spezia (27,2% - 32,5%), Rieti (11,9% - 19,5%), Verona (14,8% - 17,4%).

Su questo parallelismo tra le ultime due elezioni comunali si può aprire un acceso dibattito, visto che secondo alcuni il confronto tra l’Ulivo di Prodi e il Pd di Bersani è azzardato. Può essere una valutazione corretta ma è bene non dimenticarsi che quando si votò nel 2007 il Governo Prodi era alle prese con la tenuta della sua maggioranza, con accuse che gli arrivavano da ampi settori della società per l’aumento delle imposte, quindi le amministrative di allora furono (anche) un test sull’esecutivo nazionale e, di conseguenza, non andarono affatto bene per il centrosinistra. Constatare che il Partito Democratico oggi fatica a tener testa alle percentuali (basse) dell’Ulivo nel 2007 dovrebbe far riflettere sull’effettiva tenuta dei democratici a un anno dalle politiche. L’entusiasmo di Bersani potrebbe crescere ancora se tra due settimane i ballottaggi decreteranno la vittoria di molti candidati del centrosinistra, ma i consensi ottenuti dal Pd come partito sono e restano a livello di guardia. Ogni comparazione con il tracollo di Pdl e Lega è lecita, così come sono giuste le osservazioni in merito alla crescita esponenziale delle liste civiche che hanno inevitabilmente drenato voti ai partiti, ma arrivare a definire il Pd un partito che “va bene ovunque” è una forzatura politica. 


La disfatta nei capoluoghi

Il primo turno delle amministrative nei capoluoghi di provincia si chiude con tre successi del centrosinistra, tre del centrodestra (se verrà confermato Catanzaro) e uno della Lega (o di Tosi). Ma vista l’ampia frammentazione del quadro politico i ballottaggi che si svolgeranno tra due settimane vedono ai nastri di partenza una coalizione di centrosinistra in netto vantaggio, un Pdl drammaticamente ridimensionato, una Lega costretta a fare i conti con una caduta ben al di sopra delle aspettative, un Terzo Polo semplicemente non pervenuto e un Movimento 5 Stelle che ha superato le più rosee aspettative.

Debacle Pdl. Il partito che più di ogni altro paga in termini elettorali le divisioni nel centrodestra è senza dubbio il Pdl, visto che gli unici Comuni capoluogo nei quali si conferma sono Lecce (netta la vittoria del candidato uscente Perrone), Catanzaro (ancora in attesa dei risultati definitivi) e Gorizia (unica città dove la coalizione allargata Pdl, Lega, Terzo Polo non è stata messa in discussione). Nel resto del Paese il partito di Alfano paga lo scotto di una campagna elettorale minimal, subisce le dure conseguenze di amministrazioni locali allo sbando (Palermo e Parma) e, su scala nazionale, accusa l’appoggio al Governo dei tecnici. Sono ben sei le città capoluogo governate dal centrodestra negli ultimi anni e ora destinate al ballottaggio, che vedono però i candidati del centrosinistra favoriti: Alessandria, Asti, Como, Monza, Rieti, Trapani. Mentre a Parma, Palermo, Belluno e Lucca il Pdl non arriva nemmeno al secondo turno, perdendo quindi importanti amministrazioni dove governava. Da sottolineare che due dei pochi risultati positivi per il partito di Alfano, a Lecce e Frosinone, sono anche il frutto delle primarie che hanno incoronato il candidato. Se non è un segnale questo… 

Lega Nord. La prima pagina della Padania di oggi è tutta dedicata al trionfo di Tosi a Verona, l’unico vero successo targato Lega in questa tornata elettorale. A parte il capoluogo scaligero (dove la Lista civica Tosi ha raggiunto il 37%) nel Carroccio c’è ben poco da esultare. Monza è finita al ballottaggio, ma il Sindaco leghista uscente si è fermato al primo turno, e l’avanzata in Emilia e Liguria ha subito un brusco stop, relegando i candidati della Lega in posizioni di secondo piano. Da non sottovalutare la caduta dei Sindaci leghisti in molte piccole realtà di Veneto e Lombardia: ieri sono crollati dei luoghi simbolo come Cassano Magnago, paese di Bossi, e Mozzo, dove ha casa Calderoli. E’ come se la stabilità (e la fede) dell’elettorato leghista fosse in discussione dopo molti anni di successi e conferme.  

Pd in calo. Molti commentatori hanno segnalato la “tenuta” del Partito Democratico, considerando l’alto numero dei candidati, la frammentazione del quadro politico e la relativa dispersione del voto su liste civiche di sostegno. In realtà i sondaggi, pochi giorni fa, collocavano il Pd tra il 26 e il 28%, mentre il consenso effettivo del partito di Bersani sembra essersi fermato sotto il 20%. Un calo minimo se messo a confronto con il tracollo del Pdl, ma un ridimensionamento (almeno delle aspettative) c’è stato. Osservando i dati è evidente che il Pd punterà tutto sui prossimi ballottaggi, dai quali spera di incassare un alto numero di vittorie, tali da ribaltare il rapporto di forza con il centrodestra. Ad Alessandria, Asti, Belluno, Como, Genova, Monza, Parma, Piacenza, Rieti, Taranto, La Spezia, L’Aquila e Lucca la coalizione di centrosinistra, in gran parte dei casi fedele all’ormai nota foto di Vasto, è favorita. Se dovesse imporsi in tutti questi capoluoghi il ridimensionamento elettorale del Pd conterebbe davvero poco.

Terzo Polo cercasi. Dove si sono smarriti Casini, Fini e Rutelli? Come certificato prima del voto il “Terzo Polo” per ora non è altro che un mero cartello elettorale, un esperimento di coalizione tentato in poche realtà. In gran parte delle città al voto, infatti, non c’è stata alcuna alleanza tra Udc, Fli e Api che spesso sono andate in ordine sparso appoggiando questo o quel candidato di centrodestra o centrosinistra. Analizzando i singoli contesti è bene evidenziare il buon risultato di Musso a Genova: il candidato di tutto il Terzo Polo (che si è presentato con una sola lista civica senza simboli di partito) andrà al ballottaggio con il favorito Doria. Ballottaggio anche a Trapani, tra il centrodestra e il Terzo Polo. Su scala nazionale inoltre i dati certificano la crescita dell’Udc: +1%. Per ora quello dell’aggregazione delle forze moderate è un esperimento da rimandare, ma non si può parlare in alcun modo di debacle.

Sindaci grillini. Non sarà l’antipolitica ma la volontà di svecchiare l’attuale classe dirigente c’è tutta. Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo sfonda in tutta Italia, in particolare al centro-nord, e in molti casi supera il Pdl, l’Udc e la Lega, elegge il primo Sindaco (a Serego, roccaforte vicentina della Lega), trascina il centrosinistra al ballottaggio con un suo candidato a Parma, si conferma forte in Emilia-Romagna e supera spesso la soglia del 10%. Una vera e propria escalation per il (non)partito del comico genovese (che a Genova, anche con i suoi voti, ha impedito a Doria di vincere al primo turno). Per la prima volta vedremo i giovani grillini alle prese con il Governo della città. Sarà una bella sfida.


May 3

Verona, il castello di Tosi

A Verona tutto ruota intorno al Sindaco uscente Flavio Tosi. La sua riconferma (al primo turno) sembra davvero a portata di mano dopo il sostegno ricevuto dal mondo cattolico e da (ex) avversari come Massimo Cacciari. Sono ormai lontani gli anni delle contrapposizioni frontali con l’area dell’associazionismo cattolico, fondamentale a Verona, quando Tosi proponeva selvagge raccolte di firme per “mandare via gli zingari”. Dopo il primo mandato, secondo Ubaldo Casotto (Il Foglio), è chiaro che “dietro il pragmatismo del giovane sindaco c’è una capacità politica di unire, dopo aver suscitato odi profondi, che ha avuto il suo test proprio nel rapporto con il mondo cattolico”. I trend elettorali confermano che Verona non è catalogabile come roccaforte indiscussa della Lega, non è una Varese del Veneto per intenderci, ma una città che nel corso degli anni ha saputo scegliere candidati di diversi schieramenti, sempre ispirata da un’indiscussa vocazione (demo)cristiana. Nel 2002, infatti, fu il centrosinistra a spuntarla nel capoluogo scaligero con l’elezione a Sindaco di Paolo Zanotto, figlio di Giorgio, storico primo cittadino della Dc noto in città per la promozione dell’aeroporto, la valorizzazione dell’area industriale e lo sviluppo della Fiera di Verona e, soprattutto, per l’impegno nella direzione della Società Cattolica di Assicurazione. Dc nella Prima Repubblica, figli di democristiani nella Seconda e, dal 2007, un Sindaco leghista che manda sorprendentemente al tappeto, doppiandolo, proprio Paolo Zanotto. Oggi Tosi, dopo un mandato, non esita a definirsi “un aggregatore delle forze moderate”: la chiave del successo.

Lega Padrona? A Verona l’incremento dei voti della Lega Nord è evidente, tanto che nel 2010 il Carroccio è diventato il primo partito cittadino, portando a casa oltre il 30% dei consensi alle Regionali. Una crescita progressiva, dal minimo del 6% alle Comunali 2002, passando per il 12% alle comunali 2007 (in questo caso va precisato che la Lista Tosi drenò molti voti al Carroccio) fino al 26-27-30% nei tre anni successivi. Rispetto a gran parte del nordest la forza della Lega è si strutturale e ben distribuita ma non quanto basta per garantirle sempre un successo. Non bisogna dimenticarsi di una breve ma importante parentesi quando nel 2008, alle politiche che incoronarono Berlusconi e rilanciarono la Lega, il neonato Partito Democratico si affermò come primo partito cittadino, sfiorando il 30% contro il 25% nella circoscrizione (terzo partito) e il 22,5% nella Provincia. Dettaglio sottile ma esemplare per chiarire il ruolo di Tosi, il suo forte radicamento nel mondo dell’associazionismo cattolico e le parole di apprezzamento spese per lui da quasi tutti i rappresentanti di enti e istituzioni della città. Senza il consenso dell’ala cattolica e senza una lista civica di supporto i voti della Lega (forse) non basterebbero per sperare di spuntarla con ampio margine al primo turno.

La destra scaligera. Un altro partito che ai tempi della Prima Repubblica otteneva più voti della media nazionale era il Movimento Sociale Italiano. A Verona la destra non può essere sottovalutata e se i voti dei missini sono confluiti per anni in Alleanza Nazionale prima e (in parte) nel Pdl poi, alla vigilia di queste amministrative la situazione è più complessa. Una buona fetta della dirigenza pidiellina veronese, composta da ex forzisti ma anche da rappresentanti della destra sociale, si è opposta alla decisione della segreteria nazionale di togliere l’appoggio a Tosi (con il quale il Pdl ha governato fino ad oggi) candidando Castelletti. In tutta risposta Alfano ha sospeso i transfughi del suo partito. Una scelta che probabilmente non basterà ad evitare una consistente fuga di voti dal Pdl verso Tosi. Il Sindaco, infatti, in questi cinque anni ha coltivato rapporti anche con la destra scaligera, non senza polemiche. Per il Pdl, di conseguenza, si prospetta un ridimensionamento elettorale: sarà difficile confermare il 28% ottenuto nel 2007 (Fi+An).

Lo stallo del centrosinistra. Dopo il successo nel 2002, con l’elezione a Sindaco di Zanotto, e la breve parentesi del 2008 (Pd primo partito) il centrosinistra veronese ha imboccato un vicolo cieco, perdendo anche l’appoggio e il sostegno dell’area cattolica. Per quanto il serbatoio di voti dei democratici non sia sottovalutabile (22,5% nel 2009 e 2010) al candidato ambientalista Bertucco manca la spinta propulsiva di un partito forte e radicato in città. Nemmeno l’Italia dei Valori di Antonio di Pietro sembra in grado di dare una scossa alla campagna elettorale del centrosinistra, nonostante percentuali di voto al di sopra della media nazionale (8,90% nel 2009 e 7,30% nel 2010) e l’opposizione al Governo dei tecnici. Se a questi elementi aggiungiamo la storica debolezza della sinistra radicale, con Sel al 2% nel 2009 e all’1,80% nel 2010, la sfida per Bertucco si fa davvero difficile. Secondo gli ultimi sondaggi la forbice di voti a favore delle liste del centrosinistra oscillerebbe tra il 23 e il 28,6%, troppo poco per impensierire Tosi. L’unica speranza per Bertucco è rosicchiare qualche voto moderato in questi ultimi giorni di campagna elettorale, trascinando Tosi al ballottaggio. Ma i numeri sono tutti dalla parte del Sindaco uscente, definito giustamente da Stella il “leghista democristiano”. 


May 1

L’occhio della stampa a 5 giorni dal voto

A meno di una settimana dal voto i quotidiani moltiplicano gli approfondimenti sulle amministrative 2012. I pronostici vedono favorita la coalizione di centrosinistra e la stampa “di area”, in particolare Repubblica e l’Unità, spinge per promuovere i candidati di Pd, Sel e Idv. Il centrodestra, invece, dopo la separazione dettata da fattori nazionali si presenta frammentato in gran parte dei Comuni, rovesciando l’impianto della coalizione che cinque anni fa fece incetta di successi: i quotidiani vicini a Pdl e Lega cercano di mantenere un certo distacco dal voto, analizzando gli schieramenti senza prendere posizioni nette.

Un elemento che accomuna tutta la stampa è senza dubbio l’esplosione delle liste civiche, un rinnovato e trasversale tentativo di far dimenticare agli elettori gli insuccessi dell’attuale classe dirigente su scala nazionale, ma anche una prova per sperimentare nuove alleanze tra i partiti tradizionali supportati dal civismo, che qualche voto in più lo porta sempre. Già un mese fa, pochi giorni prima della presentazione ufficiale delle liste, Linkiesta aveva documentato il nuovo fenomeno “civico” e ancora oggi la gran parte dei quotidiani sottolinea l’importanza delle liste di supporto, tanto che Il Sole 24 Ore vi ha dedicato ieri un approfondimento.

“…i simboli slegati dai partiti si sono moltiplicati. Complici il vento dell’antipolitica e lo sfaldarsi delle alleanze consolidatesi negli ultimi anni, le sigle civiche sono cresciute di 109 unità, con un aumento del 61 per cento. Una polverizzazione che si riflette anche sul numero totale di liste e di candidati, sia alla poltrona di sindaco che a quella di consigliere. […]  Nelle precedenti elezioni non esistevano né il Pd né il Pdl. E mentre il centrosinistra si presentava con un assetto simile a quello attuale (Ds, Margherita, Idv e altri partiti di sinistra), il centrodestra è cambiato radicalmente. In quel caso si componeva quasi ovunque di An, Forza Italia, Lega (al Nord) e Udc; oggi questa compagine è spaccata e, in molti casi, a puntellare le coalizioni locali sono arrivate schiere di liste nate sul territorio, a caccia dei voti degli scontenti della politica tradizionale”.

Anche Stefano Folli, sempre sul Sole, definisce le liste civiche “uno scudo per aggirare la perdita di credibilità” dei partiti “e frenare la protesta anti-sistema”, ma aggiunge che “il voto amministrativo è un’opportunità - una delle ultime - per trasmettere agli elettori un messaggio positivo”.

Se sui quotidiani il dibattito è concentrato sul rapporto tra partiti, elettori e liste civiche, il web non è da meno. Non mancano, infatti, approfondimenti sulla presenza on line dei candidati (consigliatissimo FanPage) e sui risultati delle precedenti elezioni nei Comuni che oggi tornano al voto (Termometro Politico). 


Apr 29

Apr 28

Verona, chi può fermare Tosi?

Chi può fermare Flavio Tosi? Allo stato attuale non sembra esserci candidato in grado di mettere in discussione la rielezione del Sindaco uscente. In dubbio non sembra esserci nemmeno il leghismo professato da Tosi, un mix di moderazione “maroniana” e ascolto della cittadinanza che lo ha reso forte, apprezzato e (sembra) elettoralmente indistruttibile. Tanto forte da aver ricevuto un sincero apprezzamento da un ex Sindaco (e avversario) come Massimo Cacciari: “Perché i veronesi non dovrebbero votare Tosi? Non ha fatto male”.

La forza elettorale del “fenomeno Tosi” è tutta nei numeri. Quando è stato eletto per la prima volta Sindaco di Verona nel 2007 ha superato tutti i pronostici, affermandosi con oltre il 60% dei voti. In quel 60% però c’erano tante liste, tutte più o meno importanti, a partire dalla civica del candidato che ha ottenuto un numero di voti altissimo (oltre il 16%), secondo solo all’Ulivo di Prodi, ma sopra le altre forze di sostegno a Tosi come Fi, An e la stessa Lega Nord che all’epoca si fermò al 12%. Sarebbero bastati questi numeri per superare le polemiche che nei mesi scorsi hanno contrapposto Tosi alla Lega sull’opportunità o meno di presentare una lista civica di sostegno anche in questa tornata. Detto ciò, la forza del Carroccio non può essere sottovalutata: a Verona ha ottenuto il 28% nel 2009 (europee) e il 35% nel 2010 (regionali), confermandosi come prima forza elettorale del territorio. E’ forse in base a questi numeri che la Lega ha fatto pressioni su Tosi per l’esclusione della lista civica, forte di un peso elettorale che, si pensava, sarebbe stato ampiamente sufficiente per superare con facilità il primo turno. Gli scandali nel Carroccio, le divisioni nel centrodestra e la forte personalità del Sindaco uscente hanno poi indotto la segreteria della Lega a ripensarci. Il ruolo strategico di Verona è indiscutibile, e vale più di un mero calcolo politico.


Apr 26

Le amministrative si vincono in periferia

Che si tratti di un confronto locale o nazionale poco importa perchè la geografia del voto parla chiaro: le elezioni si vincono (o si perdono) nelle periferie dei grandi centri urbani, nei grandi agglomerati o dormitori cittadini, dove il voto è più che mai volatile e va conquistato a suon di campagne elettorali, comizi vecchia maniera e partecipazione in rete. Silvia Davite su Affaritaliani.it analizza il voto del 2010 constatando che

“A Milano come a Napoli il voto delle periferie fu determinante e lo sarà ancora nel futuro prossimo. Non è un caso che a Torino si riconfermò un’alleanza politica, quella del Sindaco Chiamparino, che più di tutti lavorò per la riqualificazione urbanistica e sociale delle periferie; non è un caso che a Milano la Lega Nord cittadina, su imput dell’intera segreteria nazionale lombarda, decide immediatamente dopo le elezioni di ripartire dalle periferie e dal ‘popolo’ secondo l’insegnamento più autentico di Bossi”.

Anche il Centro Italiano Studi Elettorali, in una recente indagine sulle primarie di Palermo che hanno incoronato Ferrandelli, ha messo in luce il valore del voto delle periferie:

“La Borsellino ha trionfato in tutti i gazebo dell’VIII circoscrizione (Politeama, Campolo, Don Bosco, Ammiraglio Rizzo), nonché in tutte le zone residenziali adiacenti al centro (Uditore, Europa) con l’eccezione di San Lorenzo. Nelle periferie, però, il suo risultato è stato alquanto modesto. […] Ferrandelli è il candidato che mostra la distribuzione del voto più omogenea. Sono i quartieri popolari a dargli il massimo sostegno: stravince infatti nella periferia sud della città (Bonagia, Calatafimi bis, Molara, Pagliarelli, Villagrazia), ma anche in alcune aree periferiche a nord (Pallavicino, Tommaso Natale) e nei quartieri “difficili” di Borgonuovo, dello Zen e di Viale Picciotti”.

Impegnare gran parte della campagna elettorale nei centri cittadini, sottovalutando i quartieri periferici, è quanto di più sbagliato un candidato possa fare. E i numeri (non i nomi, per ora) saranno lì a sottolinearlo tra una decina di giorni.


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